25 Maggio 2022

La storia di Wissem Ben Abdel Latif, profugo di serie B morto legato in un ospedale romano

Wissem Ben Abdel Latif era un ragazzo tunisino di 26 anni, morto il 28 novembre 2021 in un Servizio psichiatrico di Diagnosi e cura (SPDC) di un Ospedale pubblico italiano, il San Camillo di Roma. Willem è stato sedato e legato, tenuto senza cibo e senza sapere il perché per cinque giorni, abbandonato al proprio destino senza il necessario supporto medico, per problemi psichiatrici che non aveva mai manifestato prima di arrivare in Italia. “È stato lasciato scivolare verso la morte” ha dichiarato l’avvocato Francesco Romeo, che segue il caso per il Comitato verità e giustizia per Wissem Ben Abdel Latif, nato in Italia grazie alla promozione della famiglia di Wissem e di associazioni come la Campagna LasciateClEntrare, la Fondazione Franca e Franco Basaglia, l’Associazione Sergio Piro e a cui stanno aderendo molte altre realtà. “Gli sono stati negati i più elementari diritti civili – ha spiegato la madre di Wissem – è stato trattato come un animale. Quando è partito era in ottima salute, come è sempre stato”. 

Ora che stiamo accogliendo tanti profughi dall’Ucraina martoriata dalla guerra, sarebbe giusto trattare tutti i profughi con la stessa dignità. Perché al mondo c’è chi scappa da altre guerre, o per motivi politici perché perseguitati nel proprio Paese, o per fame, per un futuro migliore per sé e per la famiglia che resta nella patria di origine, a cui spedire soldi dall’estero.

L’arrivo di Wissem in Italia

Sono tanti i giovani tunisini che decidono di lasciare il proprio Paese per mancanza di prospettive, visto che la tanto decantata “primavera araba” non ha portato alcun benessere in Tunisia. Wissem Ben Abdel Latif era uno di loro, arrivato a Lampedusa con un barcone il 2 ottobre del 2021. Al suo sbarco era stato visitato dalla Croce Rossa, che lo aveva trovato in un buono stato di salute. Dopo essere stato condotto sulla nave quarantena secondo le disposizioni anti-Covid, Wissem era stato poi trasferito, il 13 ottobre, al Centro per il Rimpatrio di Ponte Galeria, a Roma, su provvedimento del Questore di Siracusa, senza possibilità di chiedere protezione internazionale. Alcuni video girati con il cellulare da un suo compagno di detenzione all’interno del Cpr documentano il pessimo stato in cui erano costretti e in cui ancora vivono molti migranti. Alcuni testimoni, inoltre, hanno raccontato di violenze perpetrate nei confronti di Willem, che gli hanno provocato delle sofferenze psichiche.

La prima visita psichiatrica e il ricovero d’urgenza

Il 25 ottobre la piscologa del CPR di Ponte Galeria richiede una consulenza psichiatrica su Wissem Ben Abdel Latif, che viene effettuata l’8 novembre. Lo psichiatra che la effettua, con un solo colloquio, stabilisce la diagnosi: disturbo schizoaffettivo. “Una visita superficiale e frettolosa, poiché per diagnosticare un disturbo del genere, secondo le regole della psichiatria, non basta una seduta” ha dichiarato l’avvocato Francesco Romeo. Nonostante gli venga diagnosticato questo disturbo, non viene messo sotto osservazione, ma resta nel Centro per il rimpatrio sottoponendosi a terapia farmacologica. Viene chiesta un’altra perizia, che viene effettuata il 23 novembre dallo stesso psichiatra, che conferma la diagnosi e ne dispone il ricovero d’urgenza per “stato di necessità”. Durante la visita è presente un mediatore culturale che gli spiega la situazione. È l’ultima volta che Wissem ascolta, in una lingua a lui conosciuta, ciò che gli sta succedendo. Dopo quel giorno la barriera linguistica per lui diventa insormontabile. Wissem viene ricoverato all’Ospedale Grassi di Ostia, a Roma, e lì viene sedato e legato, braccia e gambe, ad un letto, dove resta per quaranta ore, fino al 25 novembre. Maria Grazia Giannichedda, presidente della Fondazione Franca e Franco Basaglia, tra le promotrici del Comitato Verità e Giustizia per Wissem, spiega: “ In questo momento sono tanti i malati tenuti legati ai letti. Si tratta di una situazione diffusa, nonostante la Cassazione, per non parlare della moderna psichiatria, abbia stabilito che questa pratica non possa certo essere definita una cura quanto, piuttosto, un rimasuglio manicomiale”.

Dal 24 novembre è libero, ma nessuno glielo dice

Il 24 novembre 2021 il provvedimento di respingimento e di intrattenimento presso il Cpr di Ponte Galeria è sospeso dal Giudice di Pace di Siracusa, ma nessuno lo comunica a Wissem, che per un’assurdità logica è “sottoposto a contenzione in quanto sedato”.

Il ricovero al San Camillo di Roma

Il 25 novembre Wissem viene slegato, ma solo per essere trasferito in un altro ospedale, il San Camillo di Roma, per “competenza territoriale”. Appena arriva viene legato nuovamente per le gambe e le braccia ad un letto, tenuto nel corridoio dell’ospedale, senza alcun colloquio psichiatrico all’ingresso. Rimane così dal 25 novembre fino alla mattina del 28 novembre, quando, alle 4.20, muore per arresto cardiocircolatorio. Un totale di 36 ore in cui resta legato per “stato di necessità” quando non era pericoloso né per sé stesso né per gli altri. “Non è possibile che abbia capito ciò che gli stava succedendo e per quale motivo – afferma l’avvocato Romeo -. Si tratta di un assurdo giuridico, non è possibile prolungare uno stato di necessità in campo psichiatrico per tutto questo tempo, ben cinque giorni”. In una occasione, il 27 novembre, al San Camillo si presenta un mediatore culturale per parlare con lui, ma non gli è possibile perché Wissem dorme sedato dalla pesante cura farmacologica.

L’inchiesta per omicidio colposo e sequestro di persona

“Ha ragione la madre a dire che è stato trattato come animale – sostiene ancora l’avvocato Romeo – ha vissuto in condizioni non rispettose dei diritti di qualsiasi persona. In quei giorni Wissem è stato alimentato una sola volta, il 24 novembre, poi è stato sottoposto a idratazione che si è rivelata insufficiente. Non gli è stato fatto un elettrocardiogramma e i valori delle analisi avrebbero dovuto mettere in allarme il personale medico”. Dalle analisi, infatti, emerge un valore altissimo di creatinfosfochinasi, un enzima presente nel muscolo cardiaco, nel cervello e nel tessuto muscolare scheletrico. Un valore normale raggiunge al massimo 200 unità per litro. In Wissem il valore era di 7.151, una sofferenza muscolare grave derivata dallo stato di contenzione. “Emerge palesemente la condotta di abbandono – prosegue l’avvocato -, la cartella clinica è lacunosa, mancano le schede di contenzione, i motivi per cui è legato e ciò che avviene quando è legato. Non è possibile capire quale sanitario abbia apposto informazioni sulle cartella clinica, perché è firmata con semplici sigle. Altra cosa importante è il comportamento inutilmente ostruzionistico della “Direzione regionale salute e integrazione sociosanitaria” della Regione Lazio, cui avevo richiesto tutta la documentazione, ma si è rifiutata di consegnarla. Ho acquisito la documentazione solo dopo la richiesta alla Procura di Roma. Ora il procedimento è a carico di ignoti per omicidio colposo, ma mantenere contenzione per così tanto tempo costituisce anche il sequestro di persona”.

A dare supporto a questa accusa è un precedente ricordato da Maria Grazia Giannichedda. “È questa la strada per perseguire i maltrattamenti in forma di contenzione, come mostra la sentenza Mastrogiovanni” ha affermato la presidente della Fondazione Basaglia. Francesco Mastrogiovanni era un maestro con idee anarchiche, morto il 4 agosto 2009 all’ospedale San Luca di Vallo della Lucania, dopo essere rimasto legato 83 ore. Per quella morte, medici e infermieri sono stati condannati in Cassazione per sequestro di persona.