La notizia che giunge da Bassano del Grappa ha la forza di un pugno nello stomaco, un’eco di barbarie che risuona nelle aule di una scuola superiore e si propaga, virale e nauseabonda, attraverso le chat di WhatsApp.
Un sondaggio abietto, una competizione macabra che mette in palio la palma della vittima di femminicidio più “meritevole” di morire tra Giulia Tramontano, Mariella Anastasi e Giulia Cecchettin, ha suscitato numerose discussioni nei chat online.
Tre nomi, tre storie di violenza inaudita, trasformate in un orribile gioco virtuale.
Non ci sono parole adeguate per esprimere il disgusto, la rabbia, il senso di profonda inquietudine che questa vicenda suscita.
Ci troviamo di fronte al fallimento più totale: quello di una società che, nonostante gli sforzi e le denunce, non riesce a eradicare la cultura tossica che alimenta la violenza di genere e, ancora peggio, la trasforma in spettacolo, in morbosa curiosità, in cinico oggetto di “votazione”.
Come è possibile che delle menti, presumibilmente in formazione, possano concepire un simile orrore? Dove sono i valori, l’empatia, il rispetto per la vita e per il dolore altrui?
Questo non è una bravata, non è una goliardata fuori luogo. Questo è un atto di disumanità sconcertante, un sintomo di una deriva culturale pericolosissima che banalizza la sofferenza, irride la tragedia e oltraggia la memoria di vittime innocenti.
Giulia Tramontano, Mariella Anastasi e Giulia Cecchettin non sono personaggi di un reality show, non sono figurine da collezionare.
Erano donne, figlie, sorelle, amiche, strappate alla vita dalla furia cieca e assassina di uomini che credevano di avere su di loro un diritto di vita o di morte.
Le loro storie sono moniti dolorosi, ferite aperte nel tessuto sociale che ci interrogano sulla necessità di un cambiamento profondo, di un’educazione al rispetto che parta dalle fondamenta, dalle aule scolastiche, dalle famiglie, dai media. Non è la prima volta che accade, soprattutto in nord Italia .
Il fatto che questo sondaggio sia nato in un contesto scolastico è particolarmente allarmante. La scuola dovrebbe essere un luogo di crescita, di apprendimento, di sviluppo del pensiero critico e della coscienza civile.
Come è possibile che diventi invece terreno fertile per una simile aberrazione? È evidente che qualcosa nel sistema educativo, o forse nella società nel suo complesso, non sta funzionando.
È necessario un intervento immediato e deciso. Non si può derubricare questo episodio a una semplice “ragazzata”.
È fondamentale che la scuola, le istituzioni, le famiglie si uniscano in un coro di condanna unanime e intraprendano azioni concrete per educare al rispetto, all’empatia, alla consapevolezza della gravità della violenza di genere.
È necessario smantellare i pregiudizi, i luoghi comuni, le narrazioni distorte che alimentano questa cultura di morte.
Le scuse non bastano.
È il momento di riflettere seriamente sulle responsabilità individuali e collettive. È il momento di agire con fermezza per evitare che simili orrori si ripetano.
La memoria di Giulia, Mariella e Giulia Cecchettin merita ben altro che essere profanata in un ignobile sondaggio. Merita giustizia, rispetto e un impegno costante per costruire una società in cui la violenza contro le donne sia finalmente un lontano e orribile ricordo.
