La solitudine può anche essere bellissima, a patto di essere amati. Intervista a Lucia Renati

La vita è in grado di sorprenderci quando meno ce lo aspettiamo e se siamo noi a concederle di osare con noi

Ce lo insegna il personaggio di Bianca Paura del romanzo “Nulla di scontato” della giornalista Lucia Renati edito da Sperling & Kupfer, che ho amato sin dalle prime pagine. Una storia profonda densa di spunti di riflessione sulla nostra esistenza e su come sono inevitabilmente cambiate le dinamiche relazionali nella società odierna.

Bianca Paura è una di noi. Rispecchia la generazione dei quarantenni di oggi continuamente sottopressione e incapaci di godersi la vita perché impegnati a confrontarsi costantemente con le vite altrui mediate dallo schermo di uno smartphone. Questo romanzo parla anche di incontri, quelli che si instaurano tra due generazioni diverse che diventano fonte di insegnamenti reciprochi, dialogo autentico ed esperienze significative.

In Nulla di scontato c’ è tanto da esplorare. La sua lettura è in grado di donare attimi di introspezione e anche di divertimento perché l’ironia con la quale la Renati racconta le vicende della sua protagonista è sorprendente.

In questa ispiratoria intervista la giornalista e scrittrice ci racconta di com’è nata l’ispirazione per il personaggio di Bianca Paura e di chi sono i “lottatori di senso” a cui dedica questo meraviglioso romanzo.

Lucia, come nasce il personaggio di Bianca Paura?

Nasce dalla consapevolezza che ognuno di noi deve l’origine della propria esistenza a scelte fatte da altri e noi siamo il frutto e la conseguenza di quelle scelte. Il nostro nome è un esempio lampante.

Il nome che ci viene dato è un regalo, ma anche quasi sempre il ricordo di qualcuno, c’è sempre un motivo dietro a un nome dato ad un figlio e a volte nemmeno lo sappiamo. Lo sa solo chi lo ha pensato per noi.

I nostri cognomi poi, hanno una lunga storia che si tramanda di generazione in generazione e quella storia continuiamo a costruirla noi. Ma il nome può essere anche un marchio, come nel caso di Bianca. È una cosa che ti porti dietro e dentro per sempre e della quale non puoi sbarazzarti, così il nome di Bianca determina la sua sostanza e il suo destino. Infatti Bianca nella prima pagina dice: mi chiamo Bianca, Bianca Paura e nel mio nome c’è già tutta me stessa. Bianca, a un certo punto della sua vita, si sente quasi risucchiata dal suo nome e comincia a vivere come se non potesse essere altro, esclude di potersi migliorare perché soccombe a un destino che sembra già scritto per lei e che le inibisce qualsiasi tipo di reazione opposta alla paura che le è stata data in dote alla nascita.

Così, rimpicciolisce il suo mondo e vive di piccole ossessioni e abitudini che devono essere sempre uguali per non destabilizzare l’ordine della sua prigione consapevolmente costruita per non dover affrontare il mondo fuori, quindi gli altri, quindi i suoi fantasmi, quindi sé stessa.

Il personaggio di Bianca è nato da una mia analisi personale ragionando su quanto mi stava accadendo in un periodo particolare della mia vita. Un giorno, passeggiando per strada, sono passata davanti a un negozio e sulla vetrina c’era scritto ‘paura’. Vedere scritta quella parola a caratteri cubitali le ha dato corpo e ha dato corpo anche a quello che mi stava succedendo ormai da qualche anno. Convivevo con un fantasma invisibile al quale non osavo dare un nome perché non potevo essere io quella persona debole e impaurita che stava perdendo ogni giorno un pezzetto in più della sua libertà per nessuna ragione apparente.Nessuno sceglie di soffrire di ansia o panico, è qualcosa che accade e ti blocca, ti congela in una vita che piano piano si priva di tutto quello che prima ti sembrava importante, o interessante, o divertente. È come se la vita si offendesse – nel senso proprio di offendere, ferire – e volesse starsene per conto suo, senza rischiare più nulla. Ci sto ancora lavorando ma per ora ho capito una cosa: che la paura non passa mai del tutto, ma puoi imparare a gestirla e a diminuire la sua influenza sulla tua vita. Diciamo che si può passare da un 90 a un 20%. Quel tipo di paura, comunque, arriva sempre per un motivo anche se per molto tempo non sappiamo quale: io so che ha a che fare con quello che mi è successo da bambina e che, evidentemente, non ho ancora metabolizzato.

Bianca rispecchia la società di quarantenni di oggi che si sentono costantemente inadeguati e travolti dalla paura di “non essere all’altezza di…” Da che cosa dipende ciò secondo te?

Dall’eccessivo confronto che abbiamo quotidianamente davanti agli occhi e dall’eccessiva introspezione che ci autoimponiamo. Una volta potevi essere o sentirti uno sfigato e tuttalpiù lo sapevano le poche persone che frequentavi, la famiglia, pochi altri e, alla fine, in qualche modo te la cavavi lo stesso.

La domanda di fondo che si fa Bianca nel 2025 è: come fa chi ce la fa?

Il mondo di oggi ti sbatte in faccia di continuo persone migliori di te, più brave, più belle, più ricche, più felici, che a differenza tua sono state capaci magari di fare quello che sognavi di fare tu ma in cui tu hai miseramente fallito. Ogni giorno hai la possibilità di confrontarti con miliardi di altre vite oltre la tua, che sono miliardi di motivi in più per sentirti un fallito. Poco importa se stiamo parlando di persone che non hanno la tua storia, che magari sono nate fortunate e non hanno dovuto faticare come te per raggiungere i loro obiettivi. Non sappiamo più darci un valore, se non entri nello standard non sei nessuno, nemmeno se hai sputato sangue per avere quel poco che hai.

Non accontentarci ci logora.

Si aggiunge a questo il paradosso di vivere in tempi di un individualismo senza precedenti in cui tutti ti dicono che devi bastare a te stesso, che si sta meglio da soli, che siamo liberi di vivere la nostra vita senza obblighi, senza legami, senza curarci degli altri, abbandonando relazioni d’amore o di amicizia al primo ostacolo. Così restiamo soli, impoveriamo le nostre vite, le nostre case, i nostri uffici per restare egocentrati sui nostri obiettivi alla ricerca di una gioia che alla fine non potremo condividere con nessuno.

La solitudine impoverisce tutto e tutti.

La solitudine può anche essere bellissima, a patto di essere amati.  

Dedichi “Niente di scontato” ai “lottatori di senso”, come potremmo definirli?

Sono quelli che io chiamo i “non salvati”. Quelli che non hanno Santi in paradiso, che per ottenere anche la minima cosa devono fare fatica, quelli che cercano di rispondere alla domanda di Bianca: ‘come fa chi ce la fa?’ con i propri mezzi, senza bluffare, cercando di scoprire perché sono venuti al mondo, o ci sono rimasti. Come me.

Io sono ossessionata dal senso della vita, è il tema di fondo dei miei romanzi. È un’ossessione che mi viene dal fatto che quando ero una bambina di 11 anni ho perso metà della mia famiglia da un giorno all’altro a causa del monossido di carbonio che si era sprigionato dalla caldaia di casa mia. Anche io ero in quella casa, ma le mie due sorelle (una mia gemella e la sorella maggiore) sono morte (insieme a mia nonna) io no. Dopo otto giorni di coma mi sono svegliata e la mia famiglia di prima non c’era più, però c’ero io.

È tutta la vita che mi chiedo perché e non l’ho ancora capito ovviamente. Credo che il viaggio sarà molto lungo.

Siamo sempre alla ricerca spietata della felicità e tra mille insoddisfazioni non riusciamo a coglierla nelle cose semplici ed essenziali che diamo sempre per scontato. È questo un grande insegnamento che si coglie dal tuo romanzo. Quali sono per te le cose che non dovremmo mai dare per scontato poter abbracciare a pieno la serenità?

Banalmente, come nel mio romanzo, anche andare al supermercato può svoltarti la giornata. Nel caso di Bianca, la vita. Lo sguardo di qualcuno che ti passa accanto, il bimbo che ti sorride ciondolando le gambine nel carrello, la persona che ti urta accidentalmente e ti chiede scusa guardandoti in viso.

Le vite che si sfiorano, il potenziale che nasce dal nulla, le mille combinazioni che possono nascere da un incontro casuale, o quelle che non nasceranno mai, una chiacchierata leggera, una risata improvvisa, una canzone che ti piace, un cibo che non hai mai assaggiato. Credo che sia importante restare aperti, accoglienti, attenti a quello che abbiamo intorno a noi, non andare sempre dritti verso quello che ci si aspetta. Sorprenderci ogni tanto, ecco.

Senza affannarci.

Essere felici comunque non è un obbligo, è una possibilità, un momento, qualcosa che riconosci in un istante solo perché sai molto bene com’è non essere felici. Come in amore. Sai benissimo quando sei innamorato e quando non lo sei. Ci sappiamo riconoscere.

Viviamo in un’epoca in cui le relazioni umane sono mediate dagli schermi del proprio smartphone e per la protagonista del tuo romanzo il supermercato diventa il luogo in cui entrare in connessione con altre vite e immaginare le loro storie. Abbiamo davvero bisogno di luoghi come questi al di là dei “non luoghi”?

Il supermercato è un luoghissimo secondo me.

L’antropologo francese Marc Augé negli anni novanta teorizzava sui ‘non luoghi’ e il supermercato era uno di questi insieme agli aeroporti e alle stazioni. Luoghi di passaggio in cui la gente, appunto, passa ma non si vede, non si aggrega, non si ferma. Trent’anni dopo possiamo dire che la situazione si è ribaltata: questi stessi luoghi oggi sono gli unici nei quali siamo costretti a distogliere lo sguardo dagli smartphone, ad alzare la testa, a chiedere informazioni a qualcuno in carne e ossa. Pensiamo al periodo del covid: il supermercato è rimasto per mesi l’unico luogo di contatto tra gli umani, ci scrutavamo da sopra le mascherine, gli sguardi parlavano tutti la stessa lingua. Credo che lì, immersi in quella paura collettiva, ci siamo accorti di avere ancora bisogno gli uni degli altri.

Il tuo libro parla anche di quegli incontri che aiutano ad evolverci umanamente parlando come quello tra Bianca e Beniamino appartenenti a due generazioni diverse. Credi nel potere di questo tipo di incontri e nel loro ruolo per la propria evoluzione?

Gli incontri sono tutti importanti. Nel bene e nel male. Certi incontri arrivano solo per insegnarci qualcosa su noi stessi, altri ci cambiano per sempre. Credo nello scambio reciproco tra coetanei come tra generazioni diverse, come Bianca e Beniamino. Io che ho 43 anni ho amiche di 60, 70 anni con le quali condivido molto, parliamo di tutto, chiedo consigli ma anche loro ne chiedono a me, nessuno sale in cattedra.

L’amicizia per me non ha paletti né di sesso, né di età o di classe sociale, né di tempo. Però ho un difetto. Se un’amica/o mi tradisce o riscontro anche solo una minima punta d’invidia nei miei confronti non torno indietro. Anche questo ti aiuta a evolvere: non è detto che gli amici che avevi a vent’anni ti debbano andare bene anche a quaranta.

Proprio adesso che sono incinta sto sperimentando una nuova evoluzione in questo ambito: ho scoperto che l’amore, la stima, l’affetto, delle persone si vede molto di più nei momenti belli che in quelli brutti. Se una presunta amica non è felice per te quando sei felice tu, allora forse non è mai stata amica.

Questa gravidanza mi sta regalando molta lucidità. In questo, per esempio, le mie amiche ‘over’ sono fantastiche.

Mi ha colpito l’ironia e il sarcasmo con i quali narri le vicende vissute da Bianca anche quelle più tristi e angosciose. Quanto è importante l’ironia nella vita quotidiana?

L’ironia mi ha salvato la vita. Immagina se non fossi stata una tipa ironica dopo quello che mi è successo. Forse la mia vita si sarebbe interrotta molto prima. Forse non avrei trovato il modo per ribaltare la situazione, come ho fatto, scrivendo i miei romanzi dove l’ironia è un elemento fondamentale e imprescindibile. Non riesco a scrivere senza ironia perché non riesco a vivere senza ironia.

Se riusciamo a tenere gli occhi e il cuore aperti di fronte alle cose che abbiamo intorno, possiamo trovare ogni giorno e in ogni momento un motivo per sorridere. In fila alla posta, alla cassa del supermercato, al telefono con i centralinisti dei call center. Anche nelle nostre famiglie, se guardiamo bene a fondo, spesso siamo alle prese con personaggi da feuilleton, caratteri ingestibili, stramberie che si tramandano da decenni, fissazioni al limite della psicosi sulle quali non ci stanchiamo mai di litigare anche ferocemente. A guardarci bene facciamo ridere.  

C’è un personaggio di “Niente di scontato” al quale sei particolarmente affezionata e perché?

A parte Bianca, che praticamente sono io, Yuki.

Nel mio romanzo incarna la paura di non essere capiti, l’incomunicabilità che è sempre più presente. Yuki si sente capita da Bianca anche se non riescono a comunicare facilmente e trova il modo di esprimersi attraverso la sua cultura, gli haiku giapponesi, questi aforismi che esprimono concetti profondi e complessi con una frase brevissima o addirittura con una parola sola. Ogni volta Yuki centra il punto, è lei l’eroina insospettabile che arriva e salva.

La ricerca di contatto umano oltre ogni limite mi commuove sempre.

E qui ci metto anche la straordinaria comunicazione tra noi e gli animali. La sperimento anche io ogni giorno con la mia cagnolina Penelope di sette anni. La forza dell’amore va oltre a tutto, anche a quello che sembra impossibile.

A chi consigli la lettura di “Niente di scontato”?

Agli stessi a cui l’ho dedicato: a tutti i lottatori di senso, pieni di lividi invisibili.