“La stiamo perdendo”. Non è solo un’iperbole retorica, ma la sintesi brutale che Mario Draghi consegna ai leader europei riuniti al summit sulla competitività nel suggestivo castello di Alden Biesen.
L’ex Premier italiano e già Presidente della BCE non usa mezzi termini: la diagnosi è condivisa, ma il paziente, l’economia del Vecchio Continente, sta peggiorando più velocemente del previsto.
Dalla presentazione del suo corposo rapporto sulla competitività lo scorso autunno, il quadro globale non è rimasto statico. Secondo Draghi, “il panorama economico si è deteriorato ulteriormente”. Le tensioni geopolitiche, il protezionismo crescente delle grandi potenze (USA e Cina) e il gap tecnologico che separa l’UE dal resto del mondo si sono fatti più profondi. La finestra per agire non si sta solo chiudendo: si sta sigillando.
Le quattro direttrici per il salvataggio
Per evitare il declino definitivo, Draghi ha tracciato una rotta d’emergenza basata su quattro pilastri fondamentali:
Il mercato unico, sulla carta un gigante, è nella pratica frammentato da normative nazionali che impediscono alle imprese di scalare.
Non si tratta di isolazionismo, ma di una protezione strategica degli asset industriali europei di fronte a una concorrenza globale che non sempre gioca secondo le stesse regole.
La burocrazia non è più solo un fastidio, ma un freno alla sopravvivenza. Tuttavia, Draghi avverte: snellire le procedure è necessario, ma da solo non basterà a colmare il divario.
Di fronte alle esitazioni di alcuni Stati membri, l’invito è chiaro: non restare ostaggi dell’unanimità. L’integrazione deve procedere, se necessario, anche con una “coalizione di volenterosi”.
Il punto più politico e discusso resta quello finanziario. Draghi è stato categorico: serve il debito comune. Per finanziare le enormi transizioni (digitale e Green Deal) e per rafforzare la difesa comune, l’Europa non può fare affidamento solo sui bilanci nazionali, già pesantemente gravati.
“Agire è urgente. Non è più tempo di riflessioni, ma di decisioni che determineranno se l’Europa resterà un attore globale o un museo a cielo aperto.”
Quella di Draghi ad Alden Biesen è apparsa a molti osservatori come una vera e propria supplica istituzionale. Un richiamo al senso di responsabilità dei leader europei affinché superino i veti incrociati e i piccoli interessi di bottega. La diagnosi è chiara e unanime; ora resta da vedere se l’Europa avrà il coraggio di somministrare la cura.
