Il nostro modo di reagire alle situazioni che la vita ci pone lungo il nostro percorso fa davvero la differenza.
Ci sono azioni e gesti semplici ma essenziali che rimangono impressi nella memoria e nel cuore delle persone perché alla fine ciò che resta di una persona non sono assolutamente le imprese eclatanti, le parole che si disperdono nel nulla. È altro che lascia il segno e ne abbiamo piena consapevolezza leggendo La teoria della settima onda il romanzo di Gaetano Messineo, edito da Ultra del gruppo editoriale Lit.
Una fusione tra un romanzo di formazione e un noir, questo libro è coinvolgente e si legge tutto d’un fiato. Ambientato in un piccolo paesino calabrese dominato dalla ‘ndrangheta parla di azione di fronte alle ingiustizie sociali, di questioni irrisolte e di legami con la terra d’origine attraverso personaggi autentici con i quali è facile entrare in empatia.
Questo libro, grazie ad una scrittura autentica e coinvolgente invita il lettore a riflettere su quanto il passato non si può assolutamente dimenticare perché tutte le questioni irrisolte prima o poi ritornano nel presente sotto nuove spoglie che chiedono di essere affrontate con coraggio e determinazione perché grazie ad esse è possibile evolvere e acquisire nuove consapevolezze.
Di questo romanzo degno di nota, del legame con la propria terra d’origine e di senso di giustizia conversiamo con lo scrittore Gaetano Messineo in questa intervista.
Gaetano, come nasce l’ispirazione per il tuo romanzo La teoria della settima onda?
Tutto nasce da un incontro durante gli anni della mia adolescenza. Andavamo al mare sul litorale jonico della provincia di Reggio Calabria un posto che in quegli anni non conosceva il turismo di oggi, se non quello di ritorno o quello della vicina Reggio. Lì conobbi Mario, un romano che inspiegabilmente, senza legami pregressi con quella terra, la frequentava da vent’anni. Era un uomo strano, nel senso buono: divertente, imprevedibile, con qualcosa del saggio. Mi attraeva. Poteva donarti una massima filosofica come una barzelletta da ridere a crepapelle.
Un giorno, mentre fissava il mare in silenzio, mi raccontò della teoria della settima onda. Ne rimasi talmente affascinato che per molto tempo, negli anni successivi, persi ore a fissare le onde sulla battigia. Quello fu lo spunto per raccontare una storia che parlasse di quegli anni.
Molti anni dopo, una domenica a Torvajanica, raccontai questa storia al mio amico Girolamo. Ne rimase folgorato. Mi disse: devi scriverci un romanzo. Avevo pochi strumenti a quei tempi. Tutto si concretizzò con il master della Scuola del Libro tenuto dallo scrittore Andrea Pomella — un anno di lavoro che mi ha dato competenze e consapevolezza che non avevo. Era il 2022. Scrissi la prima versione in meno di sei mesi. Da allora il testo non ha smesso di cambiare — ogni riscrittura mi ha restituito qualcosa che la versione precedente non riusciva ancora a dire.
La tua storia è ambientata in Calabria, qual è il tuo legame con questa terra bellissima ma difficile?
Sono nato e cresciuto in Calabria. Me ne sono andato a vent’anni e ci torno un paio di volte l’anno; lì vivono ancora i miei genitori, i parenti, gli amici. Il legame è forte, molto più adesso che quando me ne sono andato. Anzi, per anni ho vissuto un senso di colpa: non riuscivo a provare quella nostalgia, quella voglia di tornare che sentivo nei miei corregionali che vivevano fuori. Mi sembrava di essere mancante di qualcosa.
Qualcosa è cambiato quando ho percepito un diverso “noi”, noi che ce ne siamo andati. Per la prima volta mi sono sentito appartenere a qualcosa. E ho capito che il legame con la Calabria non è saudade, non è nostalgia. È più profondo, più silenzioso. È in quello che sei, in come pensi, in come affronti la vita. Non te ne accorgi finché qualcuno non te lo fa notare, o finché non ci scrivi un romanzo sopra.
Quindi alla domanda “terra bellissima ma difficile” rispondo solo in parte. È difficile, sì. Ma per me è soprattutto la terra che mi ha formato e dalla quale, in un certo senso, non me ne sono mai andato davvero.
Il tuo libro è una fusione tra un noir e un romanzo di formazione e invita il lettore a riflettere su due categorie di persone: quelle che accettano passivamente le ingiustizie sociali e quelle invece si impegnano e lottano attivamente contro esse come Carmelo. Tu cosa ne pensi di queste due categorie?
La domanda rischia di dividere il mondo in due. La realtà è più complicata.
Nel romanzo nessun personaggio è semplicemente passivo o semplicemente eroico. Sergio tradisce, ma lo fa per proteggere la sua famiglia. Domenico scende a compromessi, ma ha le sue ragioni. Gabriele fugge, poi torna. Carmelo stesso non nasce eroe — lo diventa, attraverso scelte precise, in momenti precisi. La linea tra chi combatte e chi cede non è una linea di carattere. È una linea di circostanze.
Quello che mi auguro, leggendo questo libro, non è che il lettore si chieda “io da che parte starei?”, è una domanda troppo comoda, fatta dalla distanza. Mi auguro che si chieda qualcosa di più difficile: sono capace di sentire nel profondo ogni ingiustizia? Perché la sensibilità morale viene prima dell’azione morale. Chi non sente, non agisce. Chi sente, prima o poi trova il suo modo.
Non condanno nessuno dei miei personaggi. Ognuno, nel momento giusto, può diventare eroe. È questo che volevo raccontare.
La teoria della settimana onda ci fa riflettere sul legame con le proprie origini. Come si può definire questo legame e quanto può rappresentare un peso, una catena?
Credo che ci portiamo tanto dalle nostre origini, molto più di quanto siamo disposti ad ammettere. Il modo in cui pensiamo, in cui affrontiamo le difficoltà, in cui costruiamo i rapporti con gli altri. Non è una catena, è un patrimonio. A volte non ce ne accorgiamo finché non siamo abbastanza lontani da guardarci indietro.
Carmelo questo lo capisce prima degli altri. Rimane, non perché non possa andarsene, ma perché sceglie di restare e trasforma quel legame in azione. La teoria delle onde è esattamente questo: prendere quello che hai, quello che sei, e metterlo in moto. La prima onda genera tutte le altre.
Le origini non sono una catena. Sono la prima onda.
Dal passato e da sé stessi come capirà Gabriele non si può fuggire?
Gabriele fugge. Lo fa a vent’anni, come fanno in tanti. Costruisce una vita altrove: una carriera, una famiglia, una distanza. E per un po’ sembra funzionare.
Ma l’irrisolto non invecchia. Non si stanca, non si dimentica. Aspetta. Puoi cambiare città, puoi cambiare tutto, ma ti porti dietro quello che sei. E quello che sei viene da qualcosa, da qualcuno, da un posto preciso.
Quando Gabriele torna, capisce che la distanza che aveva messo tra sé e il suo passato era solo geografica. Dentro, era rimasto tutto intatto. Non si può fuggire da sé stessi, non perché sia impossibile provarci, ma perché prima o poi quello che hai lasciato indietro ti viene incontro. E a quel punto devi farci i conti.
È uno dei temi centrali del romanzo. E, in fondo, una delle domande più universali che esistano.
C’è un personaggio del tuo romanzo al quale sei particolarmente legato e perché?
Tutti i personaggi di un romanzo hanno qualcosa di te. C’è parte del tuo vissuto, delle persone che hai incontrato, di come hai guardato il mondo in certi momenti della vita. Vivere per mesi con quei personaggi dentro la testa — vederli svilupparsi, fare scelte, sbagliare, è qualcosa di molto intimo.
Se dovessi sceglierne uno, direi Mario. Perché Mario è reale esiste, l’ho conosciuto, mi ha cambiato qualcosa con una frase detta in piedi sulla battigia mentre fissava il mare. Senza di lui non ci sarebbe stato il romanzo. Trasportarlo nella narrativa, renderlo personaggio senza tradirlo, è stata una delle sfide più delicate della scrittura. E ogni volta che tornavo su quelle pagine, ritrovavo quella mattina, quel mare, e quella sensazione di essere un ragazzo che ascolta qualcosa che non capisce ancora del tutto ma sente che è importante.
Mario nel romanzo innesca tutto. Nella realtà ha fatto la stessa cosa.
Nel tuo libro scrivi “È questo che rimane di noi, Non i grandi gesti, non le battaglie perse o vinte. Rimangono le piccole cose che trasmettiamo senza accorgercene”. Puoi spiegare ai nostri lettori questo ispiratorio concetto?
Questa frase non nasce dal romanzo, nasce dalla vita. Da quando sono padre, il mio mantra è uno solo: non insegni con quello che dici, insegni con quello che fai. Le parole le dimentichi. I gesti restano.
Carmelo non fa discorsi. Non sale su un palco, non scrive manifesti. Agisce, in silenzio, con costanza, spesso senza che gli altri capiscano cosa sta facendo. E quando non c’è più, quello che rimane non sono le battaglie che ha vinto o perso. Sono le piccole cose che ha trasmesso senza accorgersene: un modo di guardare il mare, una teoria imparata da un vecchio pescatore, un gesto che qualcuno ha visto e non ha dimenticato.
È così che funziona davvero la settima onda. Non parte da un grande gesto. Parte da qualcosa di piccolo, quasi invisibile. E si propaga.
Un messaggio che daresti a tutti i Carmelo che non smettono mai di lottare con coraggio e speranza contro le ingiustizie e la mafia.
Non ho consigli da dare a chi combatte ogni giorno contro la mafia e le ingiustizie. Sarebbe presuntuoso da parte mia.
Quello che sento, più di ogni altra cosa, è gratitudine. Perché chi sceglie di resistere, come Carmelo, spesso lo fa sapendo il prezzo che potrebbe pagare. Sacrifica qualcosa di proprio per qualcosa che va oltre sé stesso. E questo non è scontato. Non lo è mai.
Carmelo non si aspetta riconoscimenti. Non cerca eroismi. Applica una teoria imparata da ragazzo e va avanti, un gesto alla volta. È questo il coraggio che mi interessa, non quello rumoroso, ma quello silenzioso e ostinato di chi continua a generare la prima onda anche quando non vede ancora la settima.
Quindi più che un messaggio, voglio dire grazie.
A chi consigli la lettura di questo libro?
Lo consiglio a un adolescente. Perché è l’età in cui ancora credi che il mondo possa essere diverso, e hai ragione a crederci.
Spero che questo libro insegni che la vita è tante cose insieme, spesso contraddittorie, e che non esistono categorie fisse di buoni e cattivi, di eroi e vigliacchi. Spero che insegni che siamo artefici di quello che siamo e che ogni scelta, anche la più piccola, genera qualcosa. Come la prima onda.
Ma lo consiglio anche a chi adolescente non lo è più da un pezzo. A chi si è allontanato da qualcosa o da qualcuno e non sa bene perché. A chi sente che c’è qualcosa di irrisolto che continua ad aspettarlo. A chi ha smesso di credere che un gesto solo possa cambiare qualcosa.
La settima onda arriva sempre. Bisogna avere la pazienza di aspettarla.
Guarda qui il mio reel sul libro














