San Valentino, 24 ore di tregua per l’orsacchiotto di peluche


Mentre i display delle borse mondiali lampeggiano di un rosso che non ha nulla a che fare con l’amore, e le cancellerie internazionali si intrecciano in una danza di diplomazia acrobatica e inganni sottili, il mondo oggi ha deciso di fermarsi.



Fuori, la storia procede col suo passo pesante: guerre che non conoscono tregua, crisi finanziarie che ridisegnano i confini del possibile e una tensione globale che sembra suggerire l’imminenza di un sipario calato bruscamente. Eppure, nelle vetrine delle città, tra i tavoli prenotati con mesi di anticipo e i pacchetti confezionati con cura maniacale, regna una calma surreale. È San Valentino.

C’è qualcosa di profondamente tragico, eppure stranamente eroico, nell’ostentazione odierna. Viviamo in un’era di “consumismo del vuoto”, dove si sente il bisogno di acquistare ciò che non si ha per dimostrare sentimenti che spesso vacillano.

La vanità di sfoggiare una relazione, qualunque essa sia, purché sia fotografabile , è diventata la moneta corrente di una società che preferisce l’involucro alla sostanza.
Si festeggia incuranti del “fuori”, chiusi in una bolla di sapone color rosa confetto. È l’ipocrisia moderna: consumare l’amore come fosse un bene deperibile, ignorando che, a pochi fusi orari di distanza, la realtà sta presentando un conto salatissimo.

Tuttavia, grattando via la patina di cinismo, emerge un’altra verità. Questo fermarsi collettivo, questo ostinarsi a scambiarsi cuori di stoffa mentre il terreno trema sotto i piedi, non è solo stupidità. È un atto di resistenza inconscia.

Siamo creature bizzarre: capaci di costruire armi di distruzione di massa e, contemporaneamente, di commuoverci per un bigliettino scritto a mano. Il fatto che l’umanità scelga di dare priorità a un rito così effimero proprio nel momento del massimo pericolo è, a suo modo, un segno di un ottimismo disperato.

Significa che, nonostante tutto, l’idea, per quanto commerciale e distorta, che esistano la vicinanza e l’affetto rimane il nostro ultimo intimo rifugio.

Ed ecco la nota di speranza, intrisa di quella sottile ironia che ci salva dal nichilismo: ben venga l’orsacchiotto.