Ci sono luoghi del cuore che rimangono impressi per molto tempo nella mente e nell’anima perché hanno contribuito a faci evolvere nel profondo.
Con essi si creano connessioni e legami difficili da definire. Ne abbiamo pienamente conferma leggendo “Quell’estate a Tangeri” del giornalista e scrittore Eugenio Cardi, edito da Santelli. Un romanzo di formazione che si legge con interesse e che con le sue atmosfere suggestive descritte e le emozioni intense alle quali il lettore assiste, aiuta ad intraprendere un vero e proprio viaggio alla scoperta del proprio sé autentico, così come accade al protagonista Pierre.
Da questo romanzo si possono ricavare tanti spunti di riflessione. È davvero inevitabile lasciarsene coinvolgere. Questa lettura ci fa capire quanto certi viaggi non sono fatti per trovare risposte ai propri dubbi esistenziali perché contribuiscono inevitabilmente a creare nuove domande dalle quali assolutamente non si può sfuggire.

In questa intervista accurata, Eugenio Cardi ci parla di Tangeri, di com’è nata l’ispirazione per la scrittura del suo romanzo degno di nota ambientato proprio in quella terra suggestiva e di” luoghi del cuore”.
Com’ è nata l’idea di scrivere questo romanzo di formazione ambientato a Tangeri?
Per più motivi: innanzitutto tutto sono molto appassionato di Medio Oriente e Nord Africa, come anche dimostrano i miei numerosi articoli per Il Giornale d’Italia su quell’area geografica. Poi, paradossalmente, posso dire che mi ha ispirato la storia stessa (che mi è letteralmente arrivata addosso mentre ero su un volo per Stoccolma, preso penna e taccuino ho iniziato a scrivere). Avevo necessità di ambientarla in un luogo affascinante e misterioso – com’è appunto Tangeri – a metà strada tra Africa ed Europa. La sua costa si affaccia sull’estrema zona meridionale della Spagna e lo Stretto di Gibilterra, nel romanzo, rappresenta simbolicamente una sorta di confine metaforico, di discrimine tra essere una persona o un’altra… Credo che il romanzo, per chi non è mai stato in quei luoghi, possa rappresentare una sorta di iniziazione, un’immagine abbastanza concreta di quel che è Tangeri: le tradizioni berbere, i vicoli, i profumi, i colori, le spezie della Medina, l’odore di gelsomini trasportato dal Chergui (il vento del deserto marocchino), la musica gnava che ancora si suona e si balla in luoghi perlopiù molto intimi e ben nascosti. Dal romanzo: “…Gli gnava, risponde lei semplicemente, i guaritori, i custodi dei segreti dell’Africa nera… Discendono dagli schiavi neri subsahariani. La musica gnava, mi sussurra, è la vera essenza dell’Africa, è un’espressione spirituale e artistica altissima, sconvolgente e ipnotica…”.
A Tangeri non si possono trovare risposte perché questa città è in grado solo di sollevare nuove domande su sé stessi come si evince dalla lettura del suo libro?
Sì, perché è luogo per certi versi magico e incantato del Nord Africa che con il suo fascino e i suoi misteri spazza via ogni nostra certezza, ci pone senza via d’uscita davanti a noi stessi, scuote le nostre sicurezze, il nostro modello di vita, tutto quel che credevamo di essere… Ci mostra altre possibilità che precedentemente non avevamo mai avuto modo di scrutare, di elaborare, donandoci allo stesso tempo una libertà che non abbiamo mai avuto modo di vivere e assaporare. Dal romanzo: “Sai qual è il bello di Tangeri? Che qui posso essere chi voglio. Posso baciare Yasmine al Tangerine, posso andare a letto con te, posso promettermi a quel noioso di Tommaso, fare e dire chissà cos’altro, e non devo dare spiegazioni a nessuno…”.
Che tipo di legame ha lei con questa città suggestiva?
L’ho visitata con mia moglie – così come altri luoghi del Marocco e del Nord Africa – senza alcuna guida o gruppo organizzato, siamo penetrati nei suoi vicoli, nei suoi più piccoli pertugi, in quelle piccole grotte dall’ingresso minuscolo scavate nella roccia – dove all’interno, incredibilmente e inaspettatamente – puoi trovare una donna anziana che con le sue mani esperte lavora sul telaio o un ragazzo che impasta e cuoce il pane della giornata….
Esistono davvero alcuni “luoghi del cuore” in grado di aiutarci ad evolvere, umanamente parlando, come succede a Pierre e ai protagonisti di “Quell’estate a Tangeri”?
Assolutamente sì, son molto convinto che lontano dagli specchi e dalle luci delle enormi e spaventose metropoli che occupano gran parte di questo nostro Pianeta possiamo ancora trovare dei luoghi che con il loro misticismo ci pongono davanti a noi stessi costringendoci a porci delle domande, proprio come può succedere a Tangeri. Dal romanzo: “I vecchi del souk dicono che Tangeri è stata costruita sui resti di un’antica città atlantidea. Che il mare ha restituito solo una parte di ciò che ha inghiottito secoli fa. Nelle notti di tempesta, quando lo Stretto diventa un muro d’acqua, alcuni giurano di sentire campane che suonano dal fondo dell’oceano…”.
Pierre come Camille e Mercedes sono accomunati da una sorta di vuoto esistenziale che cercano di colmare e che non consente loro vivere serenamente la propria giovinezza. Come definirlo?
È vero, condividono una sorta di vuoto esistenziale ma in modo diverso tra di loro: Pierre è totalmente rapito da un fortissimo senso di indifferenza e di noia verso tutto ciò che lo circonda, a partire dai suoi genitori, totalmente rapiti dalla carriera diplomatica, o dal circo snob di feste e di personaggi che lo circonda con i quali però lui non ha niente da dividere o da condividere. Camille invece ha fatto del suo corpo – che emana forte sensualità ed erotismo – uno schermo tra lei stessa e il resto del mondo, mondo che lei osserva con freddezza e cinismo mentre invece Mercedes è divisa a metà, tra il suo ruolo nella società e quel che sente di essere davvero, particolarmente per via di pesanti sofferenze che non ha ancora metabolizzato…
Nel suo romanzo lei scrive “A volte penso che tutti abbiamo almeno due vite. Quella che viviamo e quella che immaginiamo di vivere. Il problema è che non sempre sappiamo quale sia delle due”. È proprio così?
Credo proprio di sì. Questo brano del mio romanzo, da Lei riportato, rientra in uno dei numerosi confronti esistenziali tra Pierre e Mercedes e ci rimanda ad un pensiero piuttosto comune nelle persone di mollare di punto in bianco tutte le nostre certezze e comodità per intraprendere un percorso di vita più rischioso per tanti versi, senza rete, ma molto più appassionante. Allo stesso tempo però, si può anche scegliere di vivere due vite parallele senza dover giocoforza rinnegare l’una o l’altra. Dal romanzo: “Sai cosa mi ha detto una volta Yasmine? Che il vero coraggio non sta nel rifiutare chi siamo, ma nell’accettare di essere tutto insieme. La luce e l’ombra…”.
C’è un modo secondo lei per liberarsi dalle “gabbie” che ci costruiamo come accade ai personaggi del suo libro?
Sì, non è così facile, ma riprendendo in mano la nostra vita è possibile farlo, fregandosene di riti, consuetudini, impegni familiari, infiniti legacci invisibili – ma estremamente robusti – che spesso ci legano ad una vita che non è la nostra (dal romanzo: “So che niente sarà più come prima, e per la prima volta nella mia vita questa consapevolezza mi fa sentire vivo. Anche se un po’ mi spaventa”).
C’è un personaggio di “Quell’estate a Tangeri” a cui è particolarmente legato e perché?
Tutto sommato direi che è sicuramente Pierre, dato che per certi versi, tra le righe, si può individuare quale linea narrativa che mi riguarda da vicino. Non è un romanzo autobiografico ma allo stesso tempo, Le dirò, che il personaggio di Pierre va molto vicino a quelli che possono esser stati i miei 20 anni.
A chi consiglia la lettura del suo romanzo?
E’ un romanzo per ogni età, ma naturalmente essendo un romanzo di formazione con tutte le problematiche che riguardano quella sorta di fascia post-adolescenziale che oggi si dice duri almeno fino ai 25 anni di età, direi forse che sia più diretto verso le generazioni più giovani, anche se probabilmente può tornare utile, da romanzo, anche per le persone con età più avanzata, utilizzato quale strumento per riuscire a comprendere un po’ più le dinamiche e le problematiche di chi è giovane oggi.
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