Sulle colonne del Financial Times, l’ex Presidente del Consiglio e Senatore a vita Mario Monti ha lanciato un monito severo riguardo alla crescente sintonia politica tra la Premier italiana Giorgia Meloni e il Cancelliere tedesco Friedrich Merz.
Secondo Monti, questa convergenza conservatrice, pur sembrando un solido asse bilaterale, nasconde insidie profonde sia per la stabilità dell’Unione Europea che per gli interessi strategici dell’Italia.
La critica di Monti: Un’Europa a due velocità?
Il punto centrale dell’analisi di Monti risiede nella natura della cooperazione tra Roma e Berlino sotto le attuali leadership. Se storicamente l’asse franco-tedesco ha guidato l’integrazione, un asse italo-tedesco sbilanciato verso posizioni rigoriste e identitarie potrebbe, secondo l’ex Premier, produrre i seguenti effetti negativi:
La vicinanza di visione economica tra il governo Meloni e la linea di Merz (storicamente favorevole a una disciplina fiscale ferrea) potrebbe portare a un irrigidimento delle regole del Patto di Stabilità, limitando i margini di manovra dell’Italia per investimenti e crescita.
Monti sottolinea come un’alleanza basata su una visione “sovranista moderata” rischi di alienare altri partner europei fondamentali, indebolendo la coesione necessaria per affrontare sfide globali come la difesa comune e la transizione energetica.
L’ex Premier evidenzia il paradosso di un’Italia che, pur avendo beneficiato enormemente della solidarietà europea (PNRR), sembra ora avallare posizioni che potrebbero frenare futuri meccanismi di debito comune.
Per Monti, l’abbraccio con la CDU di Merz non è necessariamente un attestato di centralità per l’Italia, ma potrebbe trasformarsi in una subordinazione alle priorità tedesche.
“L’Europa non ha bisogno di nuovi blocchi contrapposti, ma di una visione unitaria che trascenda i confini nazionali per competere con i giganti mondiali.”
Mentre Meloni vede in Merz un alleato naturale per spostare l’asse del Partito Popolare Europeo (PPE) verso destra, Monti avverte che questo spostamento potrebbe isolare l’Italia dai processi decisionali più ambiziosi di Bruxelles, relegandola a un ruolo di “partner junior” in una coalizione del rigore.
L’articolo sul Financial Times ha riacceso il dibattito sul futuro della governance europea. Con le elezioni passate e i nuovi assetti che si consolidano, la domanda posta da Monti rimane aperta: la stabilità dei singoli governi nazionali sta avvenendo a scapito del progetto comune?
La critica di Monti non è solo un attacco politico, ma una chiamata al pragmatismo per un’Italia che, per pesare davvero in Europa, non deve solo cercare alleanze di partito, ma farsi promotrice di un’integrazione più profonda e solidale.
