“Coaching e arte sono un connubio potente”. Intervista alla coach degli artisti Giorgia Valenti Beccaria

Al giorno d’oggi gli artisti si ritrovano ad affrontare  sempre più un mondo competitivo fonte di pressioni e stress che possono mettere a repentaglio non solo la loro carriera ma soprattutto la loro creatività e il benessere psicofisico. Il coaching può aiutare a gestire queste sfide, emergono insicurezze, dubbi e incertezze sul proprio ruolo di artista e su ciò che si crea.

Proprio in questo contesto, nasce la collaborazione tra Asteria Space, agenzia che promuove e valorizza artisti, fondata dalla giornalista e manager culturale Alessandra Savino, e Giorgia Valenti Beccaria, coach professionista esperta nel facilitare l’evoluzione personale e professionale degli artisti siano essi già di successo o emergenti.

Questa preziosa sinergia è frutto di una consapevolezza, ovvero di quanto sia importante offrire agli artisti un supporto completo, che non solo li aiuti a promuovere la propria arte, ma che li accompagni anche nel superamento delle sfide che incontrano nella loro carriera, portandoli così all’eccellenza e aiutandoli a conservare nel tempo il riconoscimento che li ha resi noti.

Quello del coach per gli artisti è un settore molto diffuso all’estero ma in Italia fa fatica ad affermarsi. Sul perché avviene ciò nel nostro Paese nonostante sia pieno di artisti, sugli obiettivi del coach per artisti e del suo rapporto con l’artista ne facciamo chiarezza in questa intervista con Giorgia Valenti Beccaria, una delle prime professioniste italiane ad occuparsi di questo ambito, tutto da esplorare.

Come nasce il suo interesse per il coaching?

Mi sono occupata per molti anni di comunicazione e pubbliche relazioni nel settore creativo. Come ho raccontato spesso, l’interesse per il coaching è nato dal desiderio di offrire un supporto diverso e più completo ai miei clienti. È nato dall’ascolto profondo delle loro necessità, dal desiderio di valorizzare la loro unicità. Il coaching è trasformativo. Non è qualcosa che fai, è qualcosa che diventi. Nel mio lavoro con gli artisti il coaching è un modo di vivere, lavorare e abitare la propria creatività. Quando un artista comincia a vedere la propria carriera con gli occhi del coaching smette di adattarsi a ciò che ci si aspetta da lui e inizia a modellare il proprio percorso secondo ciò che lo rappresenta davvero. Non ha più bisogno di rincorrere spazi: li crea, con intenzione.

Come il mondo del coaching si sposa appieno con il mondo artistico?

In Italia c’è ancora qualcuno, nel mondo dell’arte, che guarda questa professione con una certa diffidenza complice la mancata conoscenza di cosa sia davvero il coaching e in cosa consista il lavoro di noi coach professionisti. Nonostante questo, devo dire che la situazione sta cambiando velocemente, gli artisti si sono resi conto che il coaching non interferisce con la loro arte e con la loro voce snaturandola, anzi, li aiuta ad amplificarla, a renderla più visibile e quindi ad arrivare ad un pubblico sempre più ampio, a raggiungere risultati concreti in tempi brevi e con grande soddisfazione.

Il coaching lavora sul “dietro le quinte ” dell’artista: mente, emozioni, identità, corpo. Tutto è connesso e quando un artista si sente allineato con se stesso tutto cambia: la performance migliora, il messaggio arriva, il pubblico si connette.

Coaching e arte sono un connubio potente, invisibile agli occhi ma visibile nei risultati.

Quali sono gli obiettivi che il coaching in campo artistico si prefigge?

L’obiettivo è supportare l’artista per permettergli di affrontare le sfide della carriera con strumenti sempre nuovi rendendolo più solido, consapevole ed efficace sia nella propria espressione creativa che nella gestione della carriera.

Quali sono i principali blocchi e limiti che un artista può incontrare durante la sua carriera?

Dipende molto dal momento in cui si trova l’artista. Ogni fase ha le sue difficoltà. All’inizio della carriera, i blocchi più comuni sono legati all’identità: “Sono davvero un artista?” , “Sarò all’altezza?” C’è la paura del giudizio, la fatica di esporsi, il senso di non sapere da dove iniziare.

In seguito l’artista ha già ottenuto riconoscimenti ma spesso sente di essere fermo, bloccato in uno stile, in un personaggio, in un ruolo che non lo rappresenta più.

Quando l’artista è affermato, invece, possono emergere nuove sfide: la pressione del successo, il burnout creativo, la difficoltà a dire dei no o a trovare nuovi stimoli, la paura di perdere il riconoscimento ottenuto in anni di carriera, il blocco da saturazione in cui l’artista sente di avere esaurito i propri temi. Quest‘ultimo è un blocco comune in carriere molto prolifiche o dopo progetti totalizzanti.

 Su che cosa si basa il rapporto tra artista e coaching?

È un rapporto di fiducia e ascolto profondo. Io non dico all’artista cosa fare: lo accompagno facilitando la sua crescita professionale. È un viaggio sorprendente e potente, dove ogni incontro è uno specchio che rivela e un impulso che trasforma, è il luogo in cui l’artista si riconosce, un trampolino che ti dà la spinta per andare dove ancora non osi. Lo spazio dove si allineano identità artistica, visione e azione.

La figura del coaching in ambito artistico è una figura professionale molto affermata all’estero, perché qui in Italia si sta affermando in ritardo secondo lei?

Per diversi motivi. Come ho detto precedentemente, la scarsa conoscenza della professione che porta spesso a confondere il coach con lo psicologo o il consulente, la convinzione radicata che rivolgersi ad un coach sia sintomo di debolezza e quindi sia motivo di vergogna, l’opinione diffusa che ci si debba rivolgere ad un coach solo se si ha un problema. Ricordo sempre che all’estero sono gli artisti di maggiore successo e fama a chiedere di essere affiancati da noi. 

In Italia, inoltre, siamo abituati ad associare il talento all’istinto, non al lavoro interiore. Ma il talento è il punto di partenza non il biglietto di ingresso per restare. Per restare serve la capacità di mettersi sempre in discussione, di voler continuare a crescere senza sentirsi mai arrivati perché è questo che fa la differenza tra un artista e un artista di successo. Infine all’estero il coaching è considerato, a ragione, un acceleratore di successo. Qui stiamo iniziando ora a comprendere che il benessere dell’artista è parte integrante della sua carriera. Cito spesso Gabrielle Bernestein: ” Il successo è un lavoro interiore”.

La parte più bella del suo lavoro?

È quel momento in cui l’artista si ferma. Respira. Smette di reagire. Inizia a scegliere. Riduce il rumore di sottofondo. Riconosce cosa funziona, cosa no, cosa non serve più.

Semplifica. Si alleggerisce. E da lì, tutto accelera: le decisioni sono più chiare, le mosse più efficaci, i risultati più veloci.

Non è magia. È metodo. E cambia tutto.

Un consiglio che darebbe a chi vuole intraprendere il suo stesso lavoro…

Sii il primo a metterti in discussione. Non puoi guidare nessuno dove tu non sei mai stato. Tutto quello che propongo nel mio lavoro è frutto della mia esperienza di vita e professionale, di studio, aggiornamento e una continua ricerca. È fondamentale poi, coltivare l’ascolto attivo: solo chi sa ascoltare profondamente può davvero accogliere e supportare l’artista nella sua evoluzione.

 Progetti futuri…

È nata da poco una collaborazione con Asteria Space, agenzia di ufficio stampa e comunicazione per artisti, che ha lo scopo di offrire un supporto a 360 gradi integrando coaching e strategie per un utilizzo più consapevole, mirato e quindi più efficace dei canali di comunicazione. Sto lavorando poi a un programma dedicato ai professionisti che vogliono accompagnare artisti e creativi in un’esperienza altamente trasformativa ma anche pratica che offra strumenti innovativi e concreti. Per ora, però, non posso dire di più se non che l’intento è quello di creare una rete di professionisti in grado di ascoltare gli artisti, massimizzare la loro performance, sostenerne la visione e accompagnarli nei passaggi più complessi della carriera.