Miriam Mafai, figura di spicco del giornalismo italiano, viene ora raccontata in un nuovo libro, “E non scappare mai” (Rizzoli), scritto da Annalisa Cuzzocrea, giornalista attenta all’attualità politica.
La Mafai, figlia d’arte di due pilastri della cultura romana tra le due guerre – il pittore Mario Mafai, esponente della “scuola romana”, e l’artista Antonietta Raphaël – portava nel suo DNA un’eredità intellettuale che ha plasmato la sua visione del mondo.
Ciò che la rendeva unica, e per cui era profondamente amata e rispettata anche al di fuori dei suoi ambienti comunisti, era il suo approccio umano e non giudicante.
Come sottolinea la Cuzzocrea, lo sguardo di Miriam Mafai non era volto a pesare o a giudicare, ma a comprendere a fondo l’altro. In quello sguardo si fondevano delicatezza, intelligenza e una spiccata ironia, mai in secondo piano.
Miriam Mafai era una comunista, ma era anche “altro”. Il settarismo e un senso di superiorità verso chi la pensava diversamente le erano totalmente estranei.
Questa sua apertura mentale e la sua profonda umanità la resero una figura di riferimento e di grande stima. Non a caso, Eugenio Scalfari la volle con sé fin dal primo giorno di vita di Repubblica, riconoscendo in lei non solo una giornalista di talento, ma anche una persona capace di dialogo e comprensione, al di là delle divisioni ideologiche.
Il libro della Cuzzocrea offre un’occasione preziosa per riscoprire la complessità e la grandezza di Miriam Mafai, una donna che ha saputo unire l’impegno politico a una rara capacità di ascolto e di empatia, lasciando un’impronta indelebile nel panorama culturale e giornalistico italiano.