Il Presidente Donald Trump ha alzato la posta nel conflitto con Teheran, preannunciando un’offensiva militare imminente che promette di mutare radicalmente gli equilibri in Medio Oriente.
Con toni che non lasciano spazio alla diplomazia, il leader della Casa Bianca ha fissato un orizzonte temporale brevissimo per l’inizio di una massiccia operazione bellica: «Nelle prossime 2-3 settimane colpiremo duramente l’Iran, lo riporteremo all’età della pietra», ha dichiarato, sottolineando che l’amministrazione americana è ormai giunta alle battute finali di una strategia di pressione estrema.
Secondo il Presidente, gli Stati Uniti sarebbero «molto vicini a finire il lavoro», un’espressione che lascia presagire un attacco mirato alle infrastrutture vitali del Paese.
Il monito di Trump si è esteso anche alla sicurezza delle rotte petrolifere globali, con un attacco diretto alla gestione dello Stretto di Hormuz.
Il Presidente ha invitato provocatoriamente le nazioni che dipendono dalle forniture locali a provvedere autonomamente alla propria sicurezza: «Chi riceve petrolio da Hormuz vada allo Stretto e se lo prenda». Questo disimpegno dalla protezione della libera navigazione rappresenta una sfida aperta agli alleati e ai partner commerciali, spostando l’onere della difesa logistica sulle spalle dei singoli importatori.
La risposta internazionale non si è fatta attendere, con Pechino in prima linea nel tentativo di frenare la deriva bellicista. La Cina ha ufficialmente chiesto l’immediato stop delle ostilità, invocando la stabilità regionale e la salvaguardia dell’economia mondiale, che subirebbe danni incalcolabili da un conflitto aperto in una delle arterie principali del commercio di idrocarburi.
Mentre la comunità internazionale resta in attesa di capire se le parole di Trump si tradurranno in una manovra militare effettiva, il mondo osserva con apprensione quello che appare come il momento più critico degli ultimi decenni nei rapporti tra Washington e la Repubblica Islamica.
