Mappamondo estate 2025

Mappamondo estate 2025

A Teheran si spara, in piazza si sfila: conflitti a fuoco e bandiere al vento.

Mappamondo 2025

I Paesi arabi hanno reagito agli attacchi statunitensi contro i siti nucleari iraniani con «ferma condanna» e inviti alla de‑escalation, denunciando la violazione della sovranità di Teheran ma senza offrire protezione concreta al regime (Reuters).

Arabia Saudita, Qatar e Oman insistono sull’approccio diplomatico, consapevoli dei rischi per economie, crescita post‑petrolio e infrastrutture statunitensi (Financial Times).

Dietro le frasi di circostanza si cela frustrazione. Le monarchie del Golfo, diffidenti verso l’Iran, temono di essere trascinate in un conflitto che ostacolerebbe le loro riforme (AP).

Diversi analisti notano che, più che difendere Teheran, i governi sono impegnati a “bruciare i telefoni” pur di salvaguardare gli interessi economici (Reuters).

L’Iran si ritrova sempre più isolato. La rete di proxy – da Hamas agli Houthi – è stata ridimensionata o neutralizzata, diminuendo la capacità di deterrenza del regime (Reuters). Le dichiarazioni di solidarietà non si sono tradotte in aiuti militari o tutele diplomatiche concrete (Reuters).

La strategia di Hamas, volta a provocare una reazione israeliana e ricompattare la “strada araba”, ha fallito. L’attacco del 7 ottobre 2023 puntava a bloccare la normalizzazione tra Israele e Arabia Saudita, ma ha invece accelerato un consenso regionale contro i regimi teocratici. Le simpatie per Hamas restano confinate alle frange di giovani debosciati occidentali, più inclini agli slogan anti‑sistema che alla comprensione delle conseguenze politiche reali.

Sul fronte economico i mercati globali aprono in rialzo di 3‑5 $ al barile: l’interdipendenza commerciale rende tutti – da Pechino a Bruxelles – insofferenti verso avventure militari che mettono a rischio le catene di approvvigionamento (Yahoo Finance).

L’episodio mette in luce due tendenze convergenti: primo, l’Iran non riesce più a sfruttare la solidarietà araba come scudo; secondo, la globalizzazione riduce la tolleranza verso attori che perseguono destabilizzazione sistemica (Foreign Policy). Persino negli Stati tradizionalmente critici verso Washington, l’interesse a proteggere riforme e capitali supera qualsiasi solidarietà ideologica.

Gli investitori corrono verso asset rifugio per timore di un nuovo shock inflattivo (Reuters).

Il prezzo del Brent – il petrolio di riferimento globale – rappresenta un termometro immediato della tensione. La notevole variabilità nei prezzi mostra che la pazienza collettiva verso guerre ideologiche è ormai al limite.

Il raid congiunto USA‑Israele – operazione «Midnight Hammer» – non si esaurisce in Medio Oriente. Riposiziona le priorità di Mosca, mette alla prova l’ambiguità strategica di Washington su Taipei e innesca reazioni a catena su altri teatri di crisi (AP , Reuters).

Ucraina: Mosca cerca margine di manovra

Il Cremlino e Teheran hanno avviato consultazioni d’urgenza, ma Mosca si limita a minacce verbali, escludendo impegni formali, e punta a distogliere risorse iraniane dal fronte ucraino (Reuters).

Kyiv riconosce il colpo ai droni «Shahed», utilizzati dalla Russia, ma teme una riduzione del flusso di armamenti occidentali destinati al fronte europeo (Defense Post).

Intanto in Asia, Taiwan testa la deterrenza

Pechino condanna i raid ma si propone come mediatore (Reuters). A Taipei il timore è che una guerra su due fronti riduca la presenza militare USA nel Pacifico: la partenza della portaerei “Nimitz” verso il Golfo viene letta come potenziale vuoto di sicurezza nello Stretto (Los Angeles Times).

La Corea del Nord alza la voce, Pechino pattuglia il mare

Pyongyang definisce Israele «entità cancerogena» e minaccia test balistici «in solidarietà con l’Iran» (Al Jazeera). Intanto la Cina intensifica i pattugliamenti nella zona delle Spratly, sfruttando la distrazione occidentale per consolidare il controllo nel Mar Cinese Meridionale (Reuters).

Altri fronti caldi

Caucaso: aumentano le violazioni del cessate il fuoco tra Armenia e Azerbaigian, mentre l’Iran – tradizionale garante regionale – rimane concentrato sulla propria sopravvivenza (Reuters ).

Mar Rosso: gli Houthi minacciano di colpire navi statunitensi, mettendo a rischio la rotta commerciale di Suez (Reuters).

Turchia: Ankara evita toni troppo critici verso gli USA per non compromettere il negoziato sui caccia F‑16, limitandosi a esprimere «profonda preoccupazione» (Al Jazeera).

India: Nuova Delhi accelera la strategia di diversificazione energetica per mitigare l’impatto di possibili blocchi nello Stretto di Hormuz (Reuters).

Intanto nei BRICS, emergono fratture

Sudafrica chiede negoziati sotto l’egida ONU (Reuters), mentre il Brasile condanna l’attacco senza schierarsi apertamente (Reuters ). Il contrasto tra esportatori (Russia, Brasile) e importatori di energia (India, Sudafrica) rischia di indebolire il blocco, soprattutto se tensioni nello Stretto di Hormuz dovessero concretizzarsi.

Energia e mercati

Oltre al rialzo del Brent, l’incertezza si riflette sulle catene di approvvigionamento tecnologiche. I piani di decoupling – cioè la separazione delle filiere industriali occidentali dalla dipendenza strategica dalla Cina – rischiano ritardi se le crisi globali drenano risorse e attenzione (Washington Post ).

L’attacco ai siti nucleari iraniani conferma che le guerre “regionali” non esistono più in un mondo interconnesso. Ucraina, Taiwan, Caucaso e Mar Rosso funzionano da nodi di un unico sistema.

Mentre un colpo a Teheran rimbalza da Kyiv a Taipei, sino alle coste africane, i giovani debosciati dell’Occidente marciano, confusi e affascinati dietro bandiere colorate, suonando col fischietto o menando il tamburello.

Finché le grandi potenze intravvedono vantaggi tattici nell’escalation, queste pedine resteranno in bilico sul grande scacchiere globale.