Anno III • Numero 245
9772039198001

QUOTIDIANO DI INFORMAZIONE LIBERA E INDIPENDENTE

Cultura in saldo: perché un italiano spende 800€ per un telefono ma non 9€ per un cinema





È un paradosso dei nostri tempi, ma se lo osserviamo bene, forse non lo è affatto. Per un italiano medio, spendere 800 euro o più per l’ultimo modello di smartphone, 200 euro per una cena in un ristorante di alta cucina o per l’ennesimo capo d’abbigliamento griffato non è un problema.

Sono spese accettate, spesso considerate un investimento sul proprio status sociale o sul benessere personale. Eppure, la stessa persona esita a pagare 18 euro per un libro, o a investire 9 euro per un biglietto del cinema.



La cultura, che dovrebbe essere il pilastro della nostra società, viene percepita come un bene di lusso, un accessorio facoltativo, non una necessità. Si tratta di un’equazione distorta, dove l’effimero ha un valore percepito maggiore del duraturo. Un telefono ha una vita media di due o tre anni prima di essere sostituito, un vestito segue le mode del momento.

Al contrario, un libro, un film, un’opera teatrale, sono esperienze che nutrono la mente e lo spirito, e il loro valore non scade mai.



Allora perché questa percezione? La risposta è complessa e affonda le radici in diversi fattori. In primo luogo, la società dei consumi ci ha abituato a valorizzare ciò che è tangibile, visibile e immediatamente gratificante.

Un nuovo telefono ti dà un senso di appartenenza a un gruppo, una cena stellata è un’esperienza da condividere sui social. Il valore di un libro o di un film è più interiore, meno esibizionista.



In secondo luogo, la cultura, a differenza di un bene di consumo, richiede un investimento di tempo e attenzione. Leggere un libro o guardare un film in silenzio richiede un impegno che spesso non siamo disposti a concedere, preferendo la gratificazione istantanea che offrono altre attività.



Un altro elemento cruciale in questa dinamica è il costo. Se da una parte il prezzo di un telefono riflette una filiera tecnologica complessa, dall’altra l’IVA che grava su libri, cinema e teatro è una barriera ulteriore. Mentre in molti paesi europei l’IVA sulla cultura è ridotta al minimo o addirittura assente, in Italia è ancora alta. Questo rende i prodotti culturali meno accessibili a tutti.



Abbassare l’IVA sui prodotti culturali non sarebbe solo una misura economica. Sarebbe un segnale forte da parte dello Stato, un messaggio che la cultura non è un bene secondario ma un diritto. Incentivare la lettura, la visione di film d’autore e la frequentazione dei teatri significa investire nel futuro del Paese.



Una nazione che legge di più, che va al cinema e a teatro, è una nazione più civile, più critica e più consapevole. Sostenere la cultura non è solo una scelta di civiltà, ma anche un dovere per la crescita intellettuale ed economica del Paese.