Il caso della famigerata “lista stupri” affissa sul muro di un bagno del liceo Giulio Cesare di Roma, in un quartiere tradizionalmente considerato ‘bene’, solleva un interrogativo urgente e doloroso che travalica le mura scolastiche: È possibile che si derubrichi ancora in goliardia un gesto così pericoloso?
La risposta, leggendo le parole di una delle studentesse vittime di questo “incivile esercizio di violenza, patriarcato e ignoranza” raccolte da Maria Corbi per La Stampa, è un netto e allarmante No.
L’atto, che ha visto i nomi di otto ragazze e un ragazzo esposti in una lista con chiaro intento offensivo e minatorio. Non è stato percepito dalle vittime come uno scherzo, un eccesso giovanile o una bravata. La studentessa intervistata è chiara: “Mi sono sentita minacciata a prescindere da chi sia l’autore. Ci siamo sentite esposte e umiliate”.
Possiamo chiamare gli autori “aggressori”? Assolutamente sì. Un atto che provoca un sentimento di minaccia e umiliazione così profondo e diffuso, unito alla chiara matrice sessista e violenta del contenuto, non può che essere definito un atto di aggressione e di minaccia. Ridurlo a ‘goliardia’ significa non solo minimizzare la sofferenza delle vittime. Ma anche assolvere preventivamente la gravità dell’azione, perpetuando una cultura che tollera la violenza di genere.
L’amarezza delle vittime si estende anche alla gestione della crisi da parte dell’istituzione. La scuola, anziché offrire protezione incondizionata, è accusata dagli studenti in una lettera aperta di essersi preoccupata di salvare la propria immagine “più che di affrontare le difficoltà in modo trasparente e concreto”.
Questa percezione è corroborata dalla testimonianza diretta della ragazza: “La preside non ha parlato personalmente con nessuna di noi. Avrebbe potuto chiamarci, rassicurarci come hanno fatto molti professori della scuola”.
L’assenza di un gesto umano e istituzionale di vicinanza al vertice dell’istituto è una ferita aggiuntiva. In un momento in cui le vittime si sentono esposte. La priorità educativa e morale di una scuola dovrebbe essere quella di schierarsi incondizionatamente dalla loro parte, non di concentrarsi sulla gestione della comunicazione.
Il nodo cruciale rimane la pericolosa tendenza a “derubricare” episodi di questa natura. In una società che fatica ad affrontare il tema della violenza di genere e della misoginia, definire questa lista come “goliardia” è un atto di negazione irresponsabile.
La studentessa lo sottolinea con lucidità: “Non è un atto di goliardia come lo vuole fare passare qualcuno, ma un atto di violenza e di minaccia”.
La goliardia, nella sua accezione più neutra, dovrebbe presupporre un limite, un rispetto per l’altro e l’assenza di un intento lesivo o minatorio. Quando un gesto entra nella sfera della violenza sessista, della pubblica umiliazione e della minaccia psicologica. Esce dalla categoria della ‘bravata’ ed entra di diritto in quella del comportamento criminale e patriarcale.
In una zona “bene” di Roma, il caso del Giulio Cesare ci sbatte in faccia una scomoda verità: la violenza e il sessismo non hanno codice postale. Hanno radici profonde in una cultura che ancora offre vie di fuga linguistiche – come il termine ‘goliardia’ – per giustificare l’ingiustificabile.
La nostra società deve smettere di usare alibi per la violenza. Dobbiamo imparare a chiamare le cose con il loro nome: aggressione, patriarcato e minaccia, e agire di conseguenza.














