Il nuovo imperialismo e le due misure, la lezione di Craxi

Trump chiede 230 milioni di dollari al Dipartimento di Giustizia

L’attacco lampo degli Stati Uniti in Venezuela, culminato con la cattura di Nicolas Maduro nei primi giorni del 2026, segna un punto di non ritorno nella geopolitica contemporanea.

L’operazione, giustificata da Donald Trump sotto l’egida della lotta al “narco-stato”, solleva una questione di fondo che l’Occidente non può più ignorare: l’esistenza di un doppio standard sistemico che definisce cosa sia un’aggressione condannabile e cosa un’operazione di “giustizia”.

Se la Russia cerca di annettere l’Ucraina o la Cina minaccia Taiwan, il coro occidentale parla giustamente di violazione del diritto internazionale e di imperialismo.

Tuttavia, quando Trump ordina un raid aereo e terrestre per prelevare un capo di Stato straniero senza il consenso del Congresso e in aperta sfida alla sovranità di una nazione, la narrazione muta. Il “dittatore” diventa un bersaglio legittimo e l’azione militare una “liberazione”.

Questa “nuova dottrina” di Trump non si limita a abbattere un regime, ma punta a trasformare l’assetto economico di intere regioni. In Venezuela, l’obiettivo dichiarato è il controllo delle riserve petrolifere più grandi del mondo; a Gaza, la visione del clan Trump (da Jared Kushner in poi) sembra quella di una “Riviera del Medio Oriente”.

Il piano per la Striscia di Gaza, trapelato sotto il nome di Gaza Reconstitution Trust, appare come la sintesi suprema di questo approccio:
Amministrazione fiduciaria: Controllo USA per 10 anni.
Spostamento “volontario”: Incentivi in denaro (circa 5.000 dollari) per spingere i palestinesi a lasciare le proprie terre.
Gentrificazione bellica: La ricostruzione di città intelligenti e resort di lusso al posto dei campi profughi.

Definire “giusto” un progetto che nasce sulle ceneri di quello che molti osservatori internazionali definiscono un genocidio in atto richiede una ginnastica mentale che solo la realpolitik più cruda può giustificare.

Il caso Venezuela non è un episodio isolato, ma l’ultimo capitolo di una lunga storia di interventi americani nel “cortile di casa”.

Cile (1973): Il parallelo con Salvador Allende è d’obbligo. Allora come oggi, il sabotaggio economico e la demonizzazione del leader servirono a preparare il terreno per il cambio di regime.

Libia (2011): La destituzione e l’uccisione di Muammar Gheddafi, giustificate con la protezione dei civili, hanno lasciato un vuoto di potere che ha destabilizzato l’intero Mediterraneo.

Proprio su Gheddafi, la storia italiana offre una lezione preziosa. Bettino Craxi non solo avvertì il leader libico dei bombardamenti americani nell’86 per evitare un’escalation incontrollata, ma predisse con lucidità che la rottura degli equilibri in Nord Africa avrebbe scatenato flussi migratori biblici.

“Se cade l’equilibrio in Libia, l’Italia e l’Europa si ritroveranno a gestire il caos per decenni.” A ben vedere è andata così.

Oggi, il Venezuela rischia di diventare la “Libia del Sud America”. Se la transizione guidata da Delcy Rodríguez o da un governo fantoccio filo-americano fallirà, la crisi dei rifugiati venezuelani — già imponente — diventerà un’emergenza globale di proporzioni inaudite?

L’imperialismo del XXI secolo è qualcosa che mette a rischio il diritto internazionale e la sovranità dei singoli stati esponendoli a regimi predatori?

Il nuovo imperialismo non si nasconde più dietro la diplomazia. È un imperialismo transazionale, fatto di dazi, raid spettacolari e token digitali in cambio di territori. Finché l’Occidente applicherà “due pesi e due misure”, condannando l’imperialismo altrui e celebrando il proprio come “giusto e necessario”, il mondo rimarrà un luogo dove la forza è l’unica vera legge, e i flussi migratori l’unico, inevitabile risultato di equilibri spezzati per interesse.