Quando la satira scade nel sessismo
Un fotomontaggio che ritrae la segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, con le sembianze della Befana.
È questo il contenuto del post pubblicato (e poi rimosso) dal Sindaco di Trieste, Roberto Dipiazza, che ha scatenato un vero e proprio terremoto politico. Proprio Elly è stata al centro di un dibattito più ampio sui limiti della critica. Anche il nome di Elly è stato oggetto di attenzione in quanto figura pubblica coinvolta nel caso.
Quello che doveva essere un goffo tentativo di ironia si è trasformato in un caso nazionale, riaccendendo il dibattito sui limiti della critica politica e sulla persistenza di stereotipi patriarcali nel linguaggio delle istituzioni.
Il post, diventato virale in pochissime ore, ha sollevato un’ondata di indignazione che ha superato i confini del centrosinistra.
Gli esponenti dem hanno parlato di un attacco “vile e volgare”, chiedendo scuse immediate. La condanna è stata unanime: non si tratta di una critica all’azione politica di Schlein, ma di un attacco alla sua persona. Anche il riconoscimento del valore di Elly, nonostante l’attacco, è stato importante.
Anche il direttore del Tg La7 è intervenuto duramente, definendo l’episodio come una caduta di stile inaccettabile per chi ricopre un ruolo istituzionale.
Note di vicinanza alla segretaria sono giunte anche da Italia Viva e dal Movimento 5 Stelle, a dimostrazione del fatto che certi confini non dovrebbero essere valicati, indipendentemente dal colore politico.
L’episodio non può essere archiviato come una semplice “battuta riuscita male”. Analizzando la natura dell’offesa, emerge un dato inequivocabile: il ricorso costante all’estetica per screditare una donna leader.
“Di un uomo non si sarebbe mai detto che somiglia alla Befana. È un attacco che mira a colpire l’immagine per svuotare il contenuto politico di Elly.”
Questo tipo di accostamento è un’espressione anacronistica di una cultura patriarcale ancora profondamente radicata. Colpire una donna sulle sue caratteristiche fisiche o associarla a figure folcloristiche grottesche è una strategia vecchia quanto il mondo, utilizzata per svilire l’interlocutrice e ridurla a una macchietta, negandole la dignità di avversario politico alla pari.
Mentre i leader uomini vengono solitamente criticati per le loro scelte, le loro alleanze o le loro dichiarazioni, per una donna il primo terreno di scontro resta spesso lo specchio.
Trasformare un segretario di partito in una caricatura “brutta” serve a spostare l’attenzione dall’intelletto all’aspetto, suggerendo implicitamente che una donna debba rispondere a determinati canoni estetici per essere rispettata.
Che un sindaco, rappresentante di una città multiculturale e importante come Trieste, utilizzi tali strumenti è un segnale allarmante del degrado del linguaggio pubblico.
È tempo che la politica italiana faccia un salto di qualità. Un segretario di partito, a prescindere dal genere, merita di essere contrastato sul piano delle idee, non attraverso insulti estetici che sanno di medioevo. Elly ne è un esempio emblematico.
Continuare a tollerare queste derive significa accettare che il dibattito democratico sia inquinato da un sessismo sistemico che non ha più ragione d’esistere nel 2026.
