Essere 11, riflessioni sul Precariato Sentimentale



Esiste un errore di calcolo che tramandiamo da secoli, un’illusione matematica che ha rovinato più cuori di quanti ne abbia uniti: l’idea che in amore si debba diventare “Uno” o, nel migliore dei casi, un perfetto “Due”. Questa stessa illusione contribuisce a quella che potremmo chiamare il Precariato Sentimentale, un precario equilibrio tra aspettative e realtà.

Ma la vera rivoluzione relazionale non risiede nella somma, bensì nell’accostamento. Il progetto non è la fusione, ma l’Undici.

Nella matematica tradizionale e nel romanticismo più logoro, l’unione di due individui produce una nuova entità.

Tuttavia, come abbiamo visto attraverso lo sguardo crudo di Bukowski o quello tormentato di Leopardi, il “Due” è spesso un luogo di conflitto. Diventare “Due” significa smussare i propri angoli, rinunciare a pezzi di sé per incastrarsi nell’altro.

Il risultato è una rissa invisibile: una volta persa la propria individualità nella fusione, l’anima inizia a “fare a botte” per recuperare lo spazio perduto, per tornare a essere quell’Uno che ha sacrificato sull’altare del noi.

L’Undici rappresenta visivamente e concettualmente la perfezione della distanza. Sono due “Uno” che stanno l’uno accanto all’altro

. Non si sovrappongono, non si annullano.
In questa visione, l’amore non è il collante che unisce le persone, ma lo spazio d’aria e di luce che corre tra le due cifre. È quell’intervallo che permette a entrambi di respirare, di crescere e di guardare nella stessa direzione senza ostacolarsi la vista.

A differenza del “Due”, che spesso fluttua in un’idealizzazione precaria, l’Undici cammina con i piedi ben piantati al suolo. Ogni individuo resta integro, con le proprie radici, i propri traumi e la propria bellezza.

Come suggerirebbe un Ungaretti moderno, l’undici è un’architettura di resistenza. Due colonne che sostengono lo stesso tetto (la relazione) senza mai toccarsi alla base. Se le colonne si unissero in una sola, il peso diventerebbe insostenibile o l’equilibrio svanirebbe.

Restare “Undici” è un atto di coraggio estremo. Significa dire all’altro: “Ti amo abbastanza da non aver bisogno di possederti, e mi amo abbastanza da non permetterti di cancellarmi”.

L’Undici non è un numero, è un manifesto politico del cuore. È il rifiuto della dipendenza affettiva a favore della coesistenza elettiva. È la scoperta che la vicinanza più profonda non si ottiene annullando la distanza, ma onorandola.

Perché alla fine, il viaggio più bello non è quello di chi si perde nell’altro, ma di due individui che, pur potendo camminare da soli, scelgono di farlo uno accanto all’altra. Per sempre insieme, ma per sempre se stessi.

Essere 11, la fregatura del 2

I matematici sono dei fessi
e quelli che scrivono d’amore sui bigliettini
sono pure peggio.

Dicono che uno più uno fa due.
Ma il due è una trappola,
è una stanza troppo stretta
dove finisci per prenderti a gomitate
nelle costole
cercando di ricordare chi eri
prima che quella faccia
ti cancellasse la tua.

Diventi “due” e inizi a fare a botte
per tornare a “uno”.
È un massacro,
una fusione nucleare andata male
che puzza di risentimento.

Io non so niente di aritmetica
ma
il trucco è l’11.
Tu stai lì.
Io sto qui.
Due linee dritte,
i piedi piantati per terra,
senza quel bisogno disperato
di mescolare il sangue e la sporcizia.

L’amore
è lo spazio d’aria che ci sta in mezzo,
quello che ti permette di resistere
senza che l’altro ti rubi tutto.

Camminare insieme, sì,
ma ognuno con le sue scarpe,
ognuno col suo inferno,
vicini abbastanza da toccarsi
ma abbastanza lontani
da restare interi.

Essere 11, distinti e uguali

L’aritmetica
dei sapienti
è un’illusione

Dicono:
uno e uno
fanno due.

Ma il due
è un gorgo,
una rissa
di anime
che si frantumano
per tornare a
uno.

Io non so
nulla
di numeri.
Né di te.

Due steli
distinti
nello stesso
fango
con i piedi
piantati
nella terra.

( Ai numeri che non ho mai capito, ai prof del liceo classico, ai Precari sentimentali di tutto il mondo)