L’Ambiguità come strategia difensiva: quando il “Non Detto” è uno scudo.
Nell’architettura delle relazioni umane, siamo abituati a considerare la chiarezza come un valore assoluto e la confusione come un limite cognitivo. Tuttavia, esiste una zona grigia che non nasce dall’incapacità di capire, ma dal bisogno di proteggersi. È quella che il Dr. Carlo D’Angelo (Voce delle Soglie) definisce ambiguità difensiva.
Non si tratta di distrazione o indecisione cronica, ma di una sofisticata strategia di regolazione emotiva. L’ambiguità non è il rumore di fondo della comunicazione; è il segnale di una barriera alzata per gestire l’ansia della scelta e il peso della responsabilità affettiva.
Perché una persona sceglie di non essere chiara? La risposta risiede nella percezione del rischio. Quando un legame diventa significativo, la chiarezza inizia a essere vissuta come una minaccia. Definirsi significa esporsi: al giudizio, al conflitto, alla possibile perdita o alla colpa.
L’ambiguità agisce quindi come una zona cuscinetto. Permette di abitare uno spazio intermedio dove non si è né troppo vicini (rischiando l’invasione o la dipendenza), né troppo lontani (rischiando l’abbandono).
Questa strategia risponde a due necessità fondamentali:
Ogni scelta è, per definizione, una rinuncia. Dire un “sì” pieno significa chiudere altre porte; dire un “no” significa gestire il dolore dell’altro. L’ambiguità permette di mantenere il legame attivo senza pagarne il costo emotivo. Si resta in una sospensione che illude di poter avere tutto senza perdere nulla.
Molti utilizzano la vaghezza per preservare un’immagine di sé come “persona buona”. Finché non c’è una promessa esplicita, non c’è tradimento. Finché non c’è un impegno chiaro, non c’è colpa. Il pensiero magico sottostante è: “Se non ho mai detto che sarei rimasto, non ti sto lasciando davvero”.
Dal punto di vista clinico, l’ambiguità difensiva è spesso il linguaggio di chi vive uno stile di attaccamento evitante o disorganizzato. In questi soggetti, la trasparenza dell’altro viene percepita come una richiesta eccessiva o un tentativo di controllo.
Essere ambigui diventa l’unico modo per preservare la propria autonomia, mantenendo una distanza di sicurezza che impedisce all’altro di avvicinarsi troppo al nucleo vulnerabile dell’Io.
A differenza della manipolazione aperta o dell’aggressività, l’ambiguità è socialmente accettabile. Si maschera da spontaneità, da “vivere il momento”, da “non etichettare le cose”. È una difesa elegante che però genera una profonda asimmetria relazionale:
Chi la usa riduce la propria ansia, sentendosi libero da vincoli.
Chi la subisce vede aumentare la propria ansia, restando in una costante ricerca di segnali e conferme.
La confusione autentica chiede tempo per comprendere. L’ambiguità difensiva usa il tempo per non comprendere, trasformando l’attesa in uno strumento di conservazione dello status quo.
L’ambiguità difensiva non è un atto di cattiveria, ma una difesa immatura. Sebbene efficace nel breve termine per evitare il dolore, a lungo andare non protegge: consuma. Consuma l’altro, consuma la fiducia e, infine, consuma la possibilità stessa di vivere un incontro autentico.
Nominare questa dinamica non significa puntare il dito, ma compiere un atto di lucidità. E nelle relazioni, la lucidità è il primo, vero confine necessario per tornare a respirare e, finalmente, per scegliere.
