Quando un bisogno antico nasconde un dolore mai sentito.
Esistono mancanze che non si colmano mai, non importa quanto amore o quante conferme riceviamo nel presente. Questo accade perché molti dei nostri bisogni più urgenti quella fame di certezze, quel terrore dell’abbandono o quella rabbia che divampa quando l’altro non risponde non appartengono a oggi. Sono ritorni.
Da bambini, la sopravvivenza dipende totalmente da chi ci accudisce. Quando mancano lo sguardo, la protezione o il riconoscimento, il dolore puro sarebbe insostenibile per una psiche in formazione.
Per questo, mettiamo in atto una raffinata strategia di adattamento: trasformiamo il dolore in bisogno.
Il dolore direbbe: “Sto soffrendo, mi sento vuoto.”
Il bisogno dice: “Dammi qualcosa, riempi questo spazio.”
È meglio desiderare che disperarsi; meglio cercare fuori che sentire il vuoto dentro. Ma se quel dolore originale non viene mai accolto, il bisogno non si placa: cresce con noi e diventa il nostro stile relazionale.
Da adulti, carichiamo chi ci sta accanto di un mandato irrealizzabile: riparare il passato. Chiediamo al partner o agli amici di essere ciò che nessuno è stato, di guarire ferite che non abbiamo mai avuto il coraggio di piangere.
“Un dolore mai sentito non passa. Si ripete. Non si manifesta come memoria, ma come urgenza. Non dice: ‘È successo’. Dice: ‘Deve succedere adesso’.”
Il presente diventa così il teatro di una battaglia antica, dove pretendiamo oggi ciò che ci è stato negato ieri. Ma nessuna cura esterna può soddisfare un bisogno che nasce da un dolore congelato.
La vera guarigione non avviene quando il bisogno viene finalmente soddisfatto, ma quando il dolore viene finalmente sentito. Sentire non significa disperarsi, ma riconoscere senza difese la propria storia:
“Questo mi è mancato.”
“Questo ha fatto male.”
“Non era colpa mia.”
Quando il dolore trova finalmente cittadinanza dentro di noi, il bisogno smette di urlare. Non scompare necessariamente la cicatrice, ma essa smette di comandare le nostre azioni.
Verso relazioni meno “affamate”
Riconoscere il proprio dolore trasforma il bisogno in memoria. E la memoria, a differenza del bisogno primordiale, non pretende, non implora e non si aggrappa.
Coltivare questo spazio interno permette di:
Vivere relazioni meno reattive e meno fameliche.
Smettere di chiedere al presente ciò che apparteneva al passato.
Scegliere l’altro per chi è, non per la funzione di “anestetico” che può svolgere.
Non tutti i bisogni vanno soddisfatti; alcuni vanno semplicemente ascoltati fino a quando non si sciolgono.
Fermarsi a sentire ciò che abbiamo sempre evitato è l’atto più amorevole che possiamo compiere verso noi stessi. È il momento in cui la vita smette di ripetere e inizia, finalmente, a scegliere.