La teoria dei 44 gatti, spiegata semplice


Non è nella fredda prosa dei trattati, ma nell’allegoria apparentemente innocente che si nasconde, talvolta, la chiave di volta per interpretare l’architettura del potere mondiale.

La celebre filastrocca dei “Quarantaquattro Gatti” non è una semplice conta infantile; è un “paradigma codificato” che, se decifrato con le lenti della filosofia politica e dell’economia internazionale, offre una via d’uscita dall’aporia contemporanea.

Il “palazzone” è l’Ecumene; la “cantina” è il locus geometricus del potere non normato, lo stato di natura hobbesiano.

Qui si riuniscono i gatti “senza padrone”, entità sovrane che rifiutano l’egemonia di un Leviatano globale, incarnando la perfetta autonomia teorizzata da Jean Bodin.

In questo spazio anarchico, la “riunione per precisare la situazione” è l’equivalente della Dieta perpetua o del Consiglio di Sicurezza permanente.

È il riconoscimento che la pura sovranità, se non mediata dalla ragione comunicativa (per citare Habermas), conduce inevitabilmente al “bellum omnium contra omnes”.

La struttura ritmica della canzone “in fila per sei col resto di due” non è un vezzo matematico, ma la formulazione di una sofisticata teoria delle esternalità negative nell’economia di mercato.

Il sistema (la fila per sei) è perfetto solo se esclude il “resto”, ma il resto è, per definizione, ineliminabile.

Applichiamo questo algoritmo alla crisi dello Stretto di Hormuz. Il flusso energetico globale è la “fila per sei”; il “resto di due” sono gli attori statali che, per calcolo razionale o disperazione, agiscono come free riders o disturbatori, minacciando il collo di bottiglia economico per massimizzare il proprio payoff politico.

La stabilità non si ottiene forzando il resto all’allineamento (la coercizione fallisce), ma internalizzando il resto nel calcolo dell’equilibrio globale, un’applicazione macroeconomica della Teoria dei Giochi di John Nash.

Similmente, a Gaza, il “resto di due” rappresenta “l’umanità residua” che il calcolo utilitaristico della realpolitik non riesce a computare.

È l’imperativo categorico kantiano violato: l’essere umano trattato come mezzo (per la sicurezza o per il territorio) e mai come fine.

La cooperazione internazionale fallisce quando cerca l’unanimità aritmetica (la fila perfetta) a scapito dell’integrazione etica “del resto”.

Il conflitto in Ucraina trascende i confini dell’Europa orientale per diventare uno scontro etologico e filosofico. È la “collisione” tra la territorialità istintiva del predatore alfa (la visione imperiale e arcaica del potere) e la socialità evoluta del branco (le alleanze difensive moderne come la NATO o l’UE).

Qui la metafora dei gatti “senza padrone” acquisisce una tragica nobiltà: è la rivendicazione della sovranità assoluta contro la predazione.

La difesa ucraina è l’affermazione del diritto all’auto-determinazione che Fichte identificava come essenziale per l’esistenza morale di una nazione. La “marcia compatta” finale non è un’unificazione forzata, ma una federazione di intenti, un eco della “Pace Perpetua” di Kant, dove l’indipendenza non è anarchia, ma responsabilità condivisa.

La canzone non si limita a diagnosticare la crisi; propone una soluzione geniale: la cooperazione attraverso l’indipendenza. I gatti marciano “compatti”, ma con i “baffi allineati”, con una visione comune.

I gatti che “chiedevano a tutti i bambini… un pasto al giorno” non mendicano; rivendicano il diritto cosmopolitico all’ospitalità e alla sussistenza. Una soluzione economica globale deve prevedere un meccanismo di Global Basic Income o di garanzia delle risorse di base per i territori devastati dai conflitti (come Gaza o l’Ucraina), per stabilità sistemica.

La cooperazione internazionale deve superare lo specismo (e il nazionalismo) per abbracciare il benessere collettivo che è calcolato includendo il dolore del “resto”.

La soluzione ai conflitti geopolitici non risiede nell’imposizione di un modello egemonico (un padrone), ma nello sviluppo di un’architettura finanziaria e commerciale che internalizzi le esternalità.

Hormuz deve diventare “un bene comune internazionale garantito”. Gaza richiede “un piano di ricostruzione integrato” che non sia subordinato a interessi di parte. L’Ucraina deve essere inserita in un mercato continentale che non isoli economicamente, ma connetta.

Il “Teorema dei Quarantaquattro” rappresenta l’ordine mondiale, che non è un’equazione lineare perfetta, ma un’organizzazione simbiotica del disordine, col resto dell’umana società.