La Visione di Calamandrei: Indipendenza non un privilegio, ma un dovere

Cara Giustizia quanto ci manchi!



Il 27 novembre 1947, davanti
all’Assemblea Costituente, Calamandrei pronunciò parole che suonano oggi come una profezia.

Per il giurista toscano, l’indipendenza della magistratura non era un “privilegio di casta” o una concessione ai giudici, bensì la condizione essenziale affinché ogni cittadino potesse sentirsi protetto dall’arbitrio del potere.

Secondo Calamandrei, il magistrato deve essere “indifferente” alle passioni politiche del momento per poter essere fedele solo alla legge. Se il giudice perde la sua autonomia, a cadere non è solo il prestigio della toga, ma la garanzia di imparzialità per l’ultimo dei cittadini.Per comprendere pienamente i rischi e le sfide attuali, è necessario interrogarsi su la visione di Calamandrei in materia di giustizia e indipendenza della magistratura.

L’estratto proposto da L’Espresso giunge in un momento cruciale. La riforma costituzionale proposta dal governo Meloni mira a introdurre la separazione delle carriere tra giudicanti e requirenti e un nuovo sistema di sorteggio per i membri del CSM.

I punti di contatto e di scontro con il pensiero dei padri costituenti sono molteplici:

Calamandrei e i costituenti temevano che separare troppo nettamente le funzioni potesse portare il pubblico ministero a trasformarsi in un “super-poliziotto”, perdendo quella cultura del limite e dell’equilibrio che appartiene al giudice.

L’avvertimento di allora era chiaro: la magistratura non deve mai diventare uno strumento nelle mani della maggioranza parlamentare di turno. Qualsiasi riforma, suggerirebbe Calamandrei, va misurata sulla sua capacità di resistere alle pressioni politiche.

Riscoprire Calamandrei significa capire che la giustizia non è una questione tecnica per addetti ai lavori, ma il pilastro della convivenza civile. L’articolo de L’Espresso mette in luce come la “lungimiranza” del 1947 sia lo strumento migliore per decodificare le complessità del 2026.

L’indipendenza dei magistrati è, in ultima analisi, la garanzia che la legge sia davvero “uguale per tutti”, indipendentemente da chi siede a Palazzo Chigi o dai consensi elettorali.