L’intervento di Giorgia Meloni a difesa di Andrea Delmastro non è solo un atto di solidarietà politica verso un esponente di spicco del proprio partito; è una dichiarazione di guerra culturale e istituzionale che delinea chiaramente “la postura del governo” di fronte alle critiche.
La difesa “senza se e senza ma” del sottosegretario alla Giustizia, indagato per rivelazione di segreto d’ufficio nel caso poggia su una narrazione precisa: la negazione assoluta di qualsiasi ombra di contiguità con la criminalità organizzata.
Per Meloni, mettere in discussione l’operato di Delmastro non significa solo criticare una gestione maldestra di informazioni sensibili, ma attentare all’onestà stessa della destra di governo.
Questa strategia trasforma ogni rilievo tecnico o giudiziario in un attacco politico frontale, permettendo alla Premier di passare rapidamente dalla difesa al contrattacco.
Questa giornata politica ci consegna un copione ormai consolidato. Meloni non si limita a respingere le accuse, ma punta il dito contro due soggetti specifici:
Accuse di strumentalizzare le vicende giudiziarie per sopperire a una presunta mancanza di argomenti politici. Il governo dipinge le minoranze non come un contrappeso democratico, ma come un ostacolo al “mandato popolare”.
Il richiamo alla responsabilità dei media suona, nelle parole della Premier, come “una richiesta di cautela rispetto al diritto di cronaca”.
Attaccare la stampa significa delegittimare il ruolo di controllo del quarto potere, derubricando le inchieste giornalistiche a semplici “campagne d’odio” tuttavia è pesante.
Il rischio di questa strategia del “muro contro muro” è il logoramento dei rapporti istituzionali. Se ogni critica viene vissuta come un insulto e ogni inchiesta come un complotto, il dibattito pubblico si riduce a uno scontro tra tifoserie.
Meloni sceglie la strada della coesione identitaria, serrando i ranghi attorno ai suoi fedelissimi. Tuttavia, la difesa della “legalità” e della “trasparenza” — capisaldi della retorica di Fratelli d’Italia — dovrà passare attraverso i fatti e le sentenze, non solo attraverso le dichiarazioni video o i post sui social. La democrazia non vive di soli consensi, ma anche di pesi, contrappesi e, soprattutto, di domande scomode che meritano risposte di merito, non solo di schieramento.
