L’Eclissi della Libertà di culto a Gerusalemme: lo strappo del Santo Sepolcro.
Il 29 marzo 2026 segnerà una data indelebile, e non per la solennità della Domenica delle Palme, ma per un precedente che scuote le fondamenta stesse della convivenza civile e del diritto internazionale in Terra Santa.
L’immagine del Cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca Latino di Gerusalemme, e del Custode di Terra Santa, fra Francesco Ielpo, respinti dalla polizia israeliana alle porte della Città Vecchia, non è solo una notizia di cronaca: è un segnale di allarme geopolitico che il mondo non può ignorare.
Per la prima volta in secoli, ai vertici della Chiesa cattolica è stato impedito di celebrare la messa nel luogo più sacro della cristianità, la Basilica del Santo Sepolcro.
Le autorità di Tel Aviv hanno invocato “motivi di sicurezza”, ma la sproporzione della misura e il profilo dei soggetti coinvolti suggeriscono una realtà ben più complessa e inquietante.
Non è (solo) questione di Ordine Pubblico
Ridurre l’accaduto a una mera necessità di gestione della folla o di prevenzione del rischio è un esercizio di miopia politica.
Come denunciato dal Patriarcato, i leader religiosi si stavano muovendo a titolo privato e avevano già dato prova di estrema responsabilità cancellando i raduni pubblici per rispettare le restrizioni belliche.
Siamo di fronte a una violazione dello Status Quo, quel delicatissimo insieme di regole e consuetudini che da secoli disciplina l’accesso e la gestione dei Luoghi Santi.
Colpire lo Status Quo significa minare l’unico equilibrio che ha permesso a Gerusalemme di non implodere sotto il peso delle proprie stratificazioni storiche e religiose.
Questo incidente rivela che la deriva del conflitto ha superato l’ultimo bastione: quello della libertà di culto. Quando uno Stato democratico impedisce fisicamente ai capi spirituali di una comunità globale di accedere al proprio altare, la sicurezza smette di essere un obiettivo e diventa un pretesto per l’esercizio di una sovranità muscolare che non ammette eccezioni, nemmeno per il sacro.
La reazione del governo italiano, per bocca del ministro degli Esteri Antonio Tajani, è stata immediata e necessaria. Definire “inaccettabile” l’accaduto e istruire l’Ambasciatore per esprimere sdegno a Tel Aviv non è solo un atto di solidarietà verso Pizzaballa e Ielpo, ma una difesa dei principi di libertà religiosa che l’Italia promuove a livello internazionale.
“Questa decisione affrettata e fondamentalmente errata… rappresenta un estremo allontanamento dai principi di base della ragionevolezza, della libertà di culto e del rispetto per lo Status Quo”.
Se si accetta che la “sicurezza” possa cancellare secoli di tradizioni liturgiche e diritti ecclesiali, si apre la strada a una gestione arbitraria dello spazio pubblico e religioso. Gerusalemme smette di essere la città aperta di “miliardi di persone” per diventare un territorio di esclusione.
Non si tratta più soltanto di una guerra per i confini o per le risorse; si tratta “dell’erosione dell’identità stessa della Città Santa”.
Se la polizia israeliana può fermare un Cardinale cattolico nel giorno delle Palme, quale tutela resta per il semplice fedele? La diplomazia internazionale deve ora agire affinché questo precedente non diventi la nuova, tragica norma.














