Anno III • Numero 245
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Oltre il tendone – L’esperienza fotografica di Antonio Nitti e Francesco Pomes racconta il Circo Paniko, dove la meraviglia nasce dalle persone e non dagli animali

Tenda del circo gialla e blu

“Il circo è il luogo dove la realtà incontra il sogno. Ma, a volte, è anche il luogo dove impariamo a guardare la realtà con occhi diversi.”

Ci sono luoghi che appartengono alla memoria prima ancora che alla geografia. Il circo è uno di questi. Basta pronunciarne il nome perché riaffiorino immagini che sembrano appartenere all’infanzia di tutti: il tendone colorato, il profumo della segatura, il clown, il trapezio sospeso nel vuoto, il funambolo in equilibrio sul filo.

Per oltre due secoli il circo ha rappresentato uno dei grandi immaginari collettivi dell’Occidente. Non soltanto uno spettacolo, ma una metafora della condizione umana. L’acrobata sfida il vuoto come ciascuno di noi affronta l’incertezza della vita. Il giocoliere cerca un equilibrio che assomiglia al nostro. Il clown nasconde la malinconia dietro un sorriso. Il tendone diventa una piccola città nomade che compare e scompare, ricordandoci quanto sia fragile ogni forma di stabilità. Non sorprende, allora, che il circo abbia affascinato alcuni dei più grandi artisti del Novecento.

Da Picasso a Fellini: il circo come metafora dell’uomo

Pablo Picasso dedicò gran parte del suo Periodo Rosa agli acrobati e ai saltimbanchi. Dietro quei corpi leggeri vedeva uomini e donne sospesi tra il desiderio di stupire e la precarietà dell’esistenza.

Marc Chagall trasformò il circo in una dimensione poetica, popolata da cavalli che sembrano volare, clown innamorati e musicisti sospesi tra sogno e realtà.

Federico Fellini ne fece addirittura una filosofia di vita. In La strada e ne I clown il circo diventa il luogo degli ultimi, degli irregolari, di coloro che cercano una famiglia più che un pubblico.

Il circo, dunque, non è mai stato soltanto uno spettacolo. È sempre stato un racconto sull’uomo.

Il circo cambia volto

Anche il circo, però, evolve. Negli ultimi decenni il mondo circense ha conosciuto una trasformazione profonda. La crescente attenzione al benessere animale e una diversa sensibilità culturale hanno progressivamente ridisegnato il modo stesso di intendere lo spettacolo. Sempre più compagnie hanno scelto di rinunciare agli animali, affidando interamente la meraviglia alla creatività umana. Non è una rinuncia. È un cambiamento di prospettiva.

L’emozione non nasce più dal dominio dell’uomo sulla natura, ma dall’incontro tra corpo, musica, teatro, danza, acrobatica e relazione con il pubblico.

È in questo scenario che si colloca l’esperienza del Circo Paniko, una realtà che ha scelto di costruire il proprio linguaggio artistico senza l’impiego di animali, mettendo al centro la persona, il talento e la comunità.

Paniko: quando il circo diventa una comunità

Ridurre Paniko a una compagnia circense sarebbe un errore. È, prima di tutto, una comunità itinerante.  Artisti, musicisti, tecnici, artigiani, cuochi e bambini condividono gli stessi spazi, gli stessi tempi e la stessa responsabilità nel costruire ogni spettacolo. Non esiste una netta separazione tra chi va in scena e chi lavora dietro le quinte. Ognuno contribuisce alla vita collettiva.

È questa dimensione comunitaria che colpisce Antonio Nitti e Francesco Pomes durante la loro esperienza accanto alla compagnia.

Quella che avrebbe potuto essere una semplice documentazione fotografica si trasforma in qualcosa di molto più profondo: «un’immersione totale in un futuro possibile», come scrivono gli stessi autori nella presentazione del progetto.

Una frase che racconta non soltanto il Circo Paniko, ma anche il loro modo di intendere la fotografia.

Quando la fotografia smette di documentare

Esistono fotografie che registrano un evento. Altre che raccontano una storia. Quelle di Antonio Nitti e Francesco Pomes cercano qualcosa di ancora diverso. Cercano una relazione. Per quarantotto ore i due fotografi condividono la quotidianità della compagnia. Non inseguono il numero perfetto o il salto più spettacolare. Seguono le prove. I pasti. I momenti di riposo. Le mani che montano il tendone. I bambini che giocano. Le attese prima dello spettacolo. La vita, insomma. È qui che la fotografia cambia natura.

Non osserva più dall’esterno.  Abita il luogo che racconta.

Lo sguardo prima dello scatto

Nelle brevi riflessioni che accompagnano il progetto emergono due idee complementari. Antonio Nitti racconta di aver imparato a osservare la luce, le ombre e i volti anche quando la macchina fotografica non è con lui.

Francesco Pomes cita Robert Frank:

«Voi non fotografate perché avete una macchina fotografica. Fotografate perché avete occhi e avete qualcosa da dire.»

Sono parole che spiegano perfettamente il loro lavoro. La fotografia non comincia quando si preme un pulsante. Comincia molto prima. Comincia nello sguardo.

Dal circo alla vita

Ed è proprio questo il passaggio più interessante. Le fotografie non parlano soltanto del Circo Paniko. Parlano di noi. Ci interrogano sul valore della comunità, sul significato del lavoro condiviso, sulla possibilità di costruire relazioni fondate sulla fiducia più che sulla competizione.

In un tempo nel quale la produttività sembra essere diventata il principale criterio di valutazione delle persone, Paniko racconta un’altra possibilità. Non un’utopia. Ma un diverso modo di organizzare la convivenza. Ed è forse questo che rende il progetto così attuale.

Quando la fotografia diventa esperienza

Il valore del lavoro di Antonio Nitti e Francesco Pomes non risiede soltanto nella qualità delle immagini. Risiede soprattutto nell’approccio. La fotografia non è utilizzata come semplice documento. Diventa esperienza. Condivisione. Partecipazione. Gli autori non chiedono al lettore di guardare il circo.

Lo invitano a entrarci. A respirarne i tempi. A comprenderne i ritmi. A lasciarsi interrogare da una comunità che ha scelto di vivere seguendo regole diverse da quelle della società contemporanea.

Forse il vero protagonista di questo progetto non è il Circo Paniko. E non è nemmeno la fotografia. Il protagonista è lo sguardo.

Lo sguardo di due fotografi che hanno scelto di raccontare ciò che normalmente rimane fuori dall’inquadratura: la vita quotidiana, il lavoro silenzioso, le relazioni, i gesti semplici che rendono possibile ogni spettacolo.

Attraverso Paniko, Antonio Nitti e Francesco Pomes raccontano anche l’evoluzione del circo contemporaneo: non più luogo della meraviglia costruita anche attraverso gli animali, ma spazio nel quale la creatività, il rispetto, la sostenibilità e la collaborazione diventano il cuore stesso dello spettacolo.  In fondo, è questa la lezione più bella del loro progetto. La meraviglia non nasce dall’eccezionale. Nasce dalla capacità di guardare in profondità ciò che abbiamo davanti agli occhi. Perché la fotografia migliore non è quella che mostra qualcosa di straordinario. È quella che riesce a farci vedere, come se fosse la prima volta, la straordinaria bellezza delle cose ordinarie.