Anno III • Numero 245
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QUOTIDIANO DI INFORMAZIONE LIBERA E INDIPENDENTE

El Niño non è colpa dell’uomo. Ma le sue conseguenze possono esserlo

Il fenomeno è naturale, il pianeta su cui agisce è stato profondamente modificato dalle attività umane

C’è qualcosa di apparentemente contraddittorio nelle notizie climatiche di questi giorni.

L’Organizzazione Meteorologica Mondiale ha annunciato che El Niño è ormai saldamente instaurato nel Pacifico e dovrebbe intensificarsi ulteriormente nei prossimi mesi, fino a raggiungere un livello «molto forte». La probabilità che persista fino a febbraio 2027 è ormai indicata come prossima al 100 per cento.

Le conseguenze potrebbero farsi sentire ben oltre il Pacifico: temperature elevate, siccità, precipitazioni eccezionali, alluvioni e alterazioni dei normali regimi meteorologici in diverse parti del pianeta.

La prima tentazione sarebbe quella di inserire anche El Niño nell’elenco delle conseguenze del cambiamento climatico provocato dall’uomo.

Ma sarebbe sbagliato.

El Niño esisteva molto prima delle automobili, delle centrali a carbone e della rivoluzione industriale. È una delle grandi oscillazioni naturali del sistema climatico terrestre.

E allora che cosa c’entriamo noi?

Molto più di quanto possa sembrare.

Un fenomeno antico quanto il clima

El Niño è la fase calda di un fenomeno conosciuto come ENSO, El Niño-Southern Oscillation. Si manifesta attraverso un riscaldamento anomalo delle acque superficiali del Pacifico equatoriale centrale e orientale accompagnato da modificazioni della circolazione atmosferica.

Normalmente compare ogni due-sette anni e può durare diversi mesi.

È quindi necessario chiarire un punto fondamentale: il cambiamento climatico non crea El Niño.

La stessa WMO afferma che non esistono attualmente prove che il riscaldamento climatico stia aumentando la frequenza o l’intensità degli eventi El Niño.

Il problema è un altro.

Il mondo nel quale oggi arriva El Niño non è più quello di cento o duecento anni fa.

Abbiamo cambiato il punto di partenza

Immaginiamo due identiche perturbazioni che attraversano due mari differenti.

Il primo è relativamente fresco. Il secondo è molto più caldo.

La perturbazione è la stessa, ma l’ambiente nel quale si sviluppa non lo è.

È questa, semplificando, una delle chiavi per comprendere il rapporto fra El Niño e riscaldamento globale.

Le emissioni di gas serra prodotte dalle attività umane hanno progressivamente aumentato la temperatura media del pianeta. Gli oceani hanno assorbito una parte enorme del calore aggiuntivo accumulato nel sistema climatico.

Quando El Niño interviene su questo sistema, quindi, non parte da zero.

Trova oceani più caldi e un’atmosfera più calda e più ricca di energia.

La WMO spiega proprio che, anche se il cambiamento climatico non causa El Niño, può amplificarne alcuni effetti perché un oceano e un’atmosfera più caldi rendono disponibile maggiore energia e umidità per fenomeni estremi quali ondate di calore e precipitazioni intense.

Ed è qui che fenomeno naturale e responsabilità umana cominciano a sovrapporsi.

L’effetto moltiplicatore

Potremmo rappresentare il meccanismo attraverso una semplice sequenza:

attività umane → aumento dei gas serra → riscaldamento di atmosfera e oceani

a cui si aggiunge:

El Niño → redistribuzione naturale del calore tra oceano e atmosfera

con un possibile risultato:

maggiore probabilità di caldo estremo, precipitazioni intense, siccità e altri squilibri climatici in alcune regioni.

Non significa che ogni alluvione sia provocata dal cambiamento climatico.

Non significa neppure che ogni siccità sia causata da El Niño.

Significa invece che fenomeni naturali e riscaldamento antropogenico possono interagire, modificando le probabilità e l’intensità di alcuni eventi estremi.

L’IPCC ha per esempio concluso che l’influenza umana è probabilmente il principale fattore dell’intensificazione osservata delle precipitazioni intense su scala globale nelle terre emerse. Un’atmosfera più calda può contenere più vapore acqueo: indicativamente, la capacità massima cresce di circa il 7 per cento per ogni grado di riscaldamento.

È una differenza apparentemente piccola che, applicata all’immenso sistema energetico dell’atmosfera terrestre, diventa tutt’altro che marginale.

Il precedente del 2023-2024

Abbiamo già osservato qualcosa di simile pochi anni fa.

La WMO ricorda che il forte El Niño del 2023-2024 aggiunse temporaneamente ulteriore calore alla tendenza di lungo periodo determinata dal riscaldamento globale, contribuendo a rendere il 2024 un anno eccezionalmente caldo.

Ora la situazione merita nuovamente attenzione.

Nel Pacifico tropicale le anomalie termiche sono già notevoli. Secondo i dati diffusi dalla WMO il 3 settembre 2026, l’indice Niño 3.4 era arrivato a valori settimanali compresi approssimativamente tra +2,2 °C e +2,6 °C tra la fine di luglio e la metà di agosto, mentre in alcune zone le anomalie termiche sotto la superficie oceanica hanno superato gli 8 °C.

Non significa che il mondo intero sperimenterà temperature superiori di otto gradi: si tratta di anomalie localizzate nelle acque oceaniche.

Ma indica quanta energia sia presente nel sistema.

E soprattutto spiega perché gli organismi meteorologici internazionali stiano guardando con tanta attenzione ai prossimi mesi.

Il 2027 potrebbe pagarne il conto

El Niño generalmente raggiunge la propria massima intensità tra novembre e febbraio, ma i suoi effetti sulle temperature globali possono proseguire successivamente ed essere particolarmente evidenti nell’anno seguente al suo sviluppo.

Per questo il 2027 merita attenzione.

Non possiamo sapere oggi quale temperatura farà a Roma, Napoli, Parigi o New York nell’estate prossima. Una previsione di questo genere sarebbe scientificamente impropria.

Possiamo però osservare le condizioni nelle quali entreremo nel nuovo anno: un El Niño previsto molto forte che agisce sopra una tendenza di riscaldamento globale di lungo periodo.

La combinazione dei due fenomeni aumenta i rischi.

Ma c’è un altro elemento del quale si parla molto meno. El Niño non è colpa dell’uomo. Ma le sue conseguenze possono esserloo soltanto il clima. Modifichiamo anche il territorio

Supponiamo che cadano cento millimetri di pioggia in poche ore.

Se quella pioggia raggiunge un territorio coperto da boschi, attraversato da corsi d’acqua ben mantenuti e con terreni capaci di assorbirne una parte, avremo determinate conseguenze.

Se la stessa quantità d’acqua cade su un territorio cementificato, impermeabilizzato, costruito lungo gli alvei dei fiumi e caratterizzato da dissesto idrogeologico, le conseguenze possono essere completamente diverse.

La pioggia è un fenomeno naturale.

La vulnerabilità no.

Ed è probabilmente questo il passaggio più importante dell’intero ragionamento.

Deforestazione, consumo del suolo, urbanizzazione incontrollata, costruzione nelle aree esposte alle alluvioni, impoverimento degli ecosistemi e cattiva gestione delle risorse idriche non provocano El Niño.

Possono però contribuire a trasformare un fenomeno meteorologico estremo in una tragedia umana.

Lo stesso ragionamento vale per la siccità.

Una lunga assenza di precipitazioni produce conseguenze molto differenti in un territorio dotato di riserve idriche, reti efficienti e sistemi agricoli adattati rispetto a uno caratterizzato da sprechi, perdite delle reti e sfruttamento eccessivo delle falde.

Il clima determina il pericolo.

Le nostre scelte contribuiscono a determinare il rischio.

Dalla responsabilità climatica alla responsabilità sociale

È qui che la questione di El Niño smette di essere esclusivamente meteorologica.

Diventa politica, economica e persino etica.

Perché di fronte a un fenomeno naturale non possiamo impedire all’Oceano Pacifico di riscaldarsi ciclicamente.

Possiamo però decidere quanto fragile sarà la società sulla quale quel fenomeno andrà a incidere.

Possiamo ridurre le emissioni.

Possiamo proteggere le foreste.

Possiamo evitare di continuare a impermeabilizzare il territorio.

Possiamo costruire sistemi idrici più efficienti.

Possiamo investire nella prevenzione del dissesto idrogeologico.

Possiamo sviluppare sistemi di allerta precoce.

Possiamo adattare le città alle temperature estreme.

Possiamo preparare l’agricoltura a periodi più lunghi di siccità e a precipitazioni più irregolari.

Non a caso la WMO, nell’annunciare l’eccezionale intensificazione di El Niño, ha insistito proprio sulla necessità di trasformare le previsioni in azioni preventive, coinvolgendo governi, servizi meteorologici, protezione civile e settori particolarmente esposti come agricoltura, salute, energia e gestione delle risorse idriche.

Il vero significato di El Niño

Forse allora dovremmo smettere di porci soltanto la domanda più semplice:

«El Niño è provocato dall’uomo?»

La risposta, almeno sulla base delle conoscenze scientifiche attuali, è no.

La domanda più interessante è un’altra:

«Quanto delle conseguenze di El Niño dipende dal mondo che abbiamo costruito?»

E qui la risposta cambia radicalmente.

Abbiamo riscaldato atmosfera e oceani. Abbiamo trasformato il territorio. Abbiamo concentrato milioni di persone e infrastrutture nelle città e lungo le coste. Abbiamo aumentato la pressione sulle risorse idriche e sugli ecosistemi.

Poi arriva El Niño.

Un fenomeno naturale incontra un sistema profondamente modificato dall’uomo.

Ed è forse questa la lezione più importante che ci accompagnerà verso il 2027.

Non possiamo impedire a El Niño di arrivare.

Possiamo però decidere quale pianeta troverà quando arriverà.