Anno III • Numero 245
9772039198001

QUOTIDIANO DI INFORMAZIONE LIBERA E INDIPENDENTE

Legge elettorale, l’accordo c’è. Ma nel centrodestra restano le distanze

Preferenze, capolista bloccati e premio di maggioranza: il Senato approva una modifica importante, mentre i partiti continuano a confrontarsi su chi sceglierà i parlamentari e su quali condizioni serviranno per governare.

10 settembre 2026 — Aggiornato alle notizie disponibili in serata.

Quando si parla di legge elettorale, il dibattito si riempie rapidamente di percentuali, soglie ed emendamenti. Per chi lo segue da fuori, può sembrare una discussione riservata agli addetti ai lavori. Eppure, dietro quei numeri, ci sono domande molto concrete: quanto conterà la scelta di ciascun elettore? Chi deciderà quali candidati entreranno in Parlamento? E quanti voti serviranno a una coalizione per ottenere una maggioranza con cui governare?

Il confronto di queste ore riguarda proprio questi punti. Il 10 settembre il Senato ha approvato, con 97 voti favorevoli, 67 contrari e due astenuti, l’emendamento della maggioranza che introduce le preferenze conservando i capolista bloccati. È un passaggio importante nell’esame della riforma, anche se l’approvazione di questo emendamento va distinta dall’entrata in vigore dell’intera legge. Per il centrodestra è soprattutto il risultato di una trattativa che ha richiesto agli alleati di rinunciare a una parte delle proprie richieste. ANSA, il voto del Senato

L’accordo raggiunto non cancella le differenze. Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia condividono l’obiettivo di cambiare il sistema elettorale, ma hanno mostrato sensibilità diverse sui meccanismi con cui farlo. È comprensibile: una regola può aiutare la coalizione a vincere e, nello stesso tempo, modificare il peso dei partiti che ne fanno parte. Per questo la trattativa procede su due piani, quello delle regole comuni e quello degli equilibri interni.

Il progetto arrivato a Palazzo Madama, dopo l’approvazione della Camera, punta a superare i collegi uninominali e a introdurre un sistema a prevalente base proporzionale. Secondo il quadro illustrato dal Senato all’inizio della discussione, è previsto un premio di governabilità di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato per la lista o coalizione che raggiunga almeno il 42% dei voti validi in entrambe le Camere. Restano inoltre le soglie di sbarramento del 3% per le liste e del 10% per le coalizioni. Senato, il quadro del provvedimento

L’intenzione è favorire la formazione di una maggioranza parlamentare quando una forza politica, da sola o insieme ai propri alleati, ottiene un consenso sufficientemente ampio. Questo risultato, però, non sarebbe assicurato in ogni situazione. Come spiega la ricostruzione pubblicata da ANSA, se nessuno raggiunge la soglia richiesta, oppure se Camera e Senato restituiscono esiti diversi, i seggi vengono distribuiti con il proporzionale senza premio. Resterebbe quindi possibile dover cercare in Parlamento un accordo per formare il governo. ANSA, come funziona la riforma

Quel 42% è stato uno dei punti più discussi. Nei giorni precedenti era circolata l’ipotesi di abbassarlo al 41%. Secondo Open, Fratelli d’Italia sosteneva la modifica, mentre Forza Italia si è opposta, ottenendo che la soglia rimanesse quella originaria. Il senatore azzurro Roberto Rosso ha confermato la posizione dopo l’incontro tra i rappresentanti della maggioranza. Open, lo scontro sulla soglia

Può sembrare strano che un solo punto percentuale provochi tante discussioni. Basta però pensare a un risultato elettorale vicino a quel limite: la differenza tra raggiungerlo e fermarsi poco sotto potrebbe determinare l’assegnazione di decine di seggi. È quindi ragionevole leggere questa trattativa anche come un confronto sulle strategie delle alleanze. Una soglia più impegnativa può spingere ad allargare la coalizione, a cercare altri interlocutori o a dare maggiore valore al contributo dei partiti più piccoli.

Per gli elettori, tuttavia, la novità più visibile sarebbe quella delle preferenze. Il meccanismo approvato consente fino a tre scelte tra i candidati indicati sulla scheda, nel rispetto dell’alternanza di genere, mantenendo il capolista bloccato. Viene inoltre eliminata, per i capolista, la proporzione del 60 a 40 prevista dal Rosatellum. Il compromesso lascia dunque ai cittadini la possibilità di scegliere una parte dei candidati, mentre conserva ai partiti il controllo della prima posizione in lista. ANSA, il contenuto dell’emendamento

È facile capire perché proprio questo punto susciti reazioni diverse. Chi conosce un candidato, ne apprezza il lavoro sul territorio e vuole sostenerlo può considerare la preferenza un’opportunità importante. Al tempo stesso, la presenza del capolista bloccato significa che una parte della selezione continua a dipendere dalle decisioni dei vertici. Quanto peseranno davvero le scelte degli elettori andrà valutato guardando al funzionamento complessivo del sistema e al numero di posti effettivamente contendibili.

La distinzione è emersa con chiarezza nel voto sul subemendamento presentato dal senatore del Partito democratico Dario Parrini, che chiedeva di eliminare i capolista bloccati. La proposta è stata respinta con 68 favorevoli e 99 contrari. Fratelli d’Italia ha votato insieme agli alleati, dopo che nelle ore precedenti era stata prospettata la possibilità di un’apertura. Alla fine, ha prevalso la scelta di rispettare l’accordo di maggioranza. Corriere della Calabria, il voto sulla proposta Parrini

Per il partito di Giorgia Meloni è un passaggio politicamente delicato, proprio perché le preferenze fanno parte delle sue posizioni tradizionali. La pressione è arrivata anche da destra: Roberto Vannacci ha invitato FdI a sostenere la proposta senza capolista bloccati, criticando il compromesso. La discussione sulle regole diventa così anche una competizione per convincere gli elettori di essere la forza più coerente con le proprie promesse. L’Espresso, le pressioni sulle preferenze

Un’altra divergenza ha riguardato il ballottaggio. La proposta di Marcello Pera avrebbe introdotto, alle condizioni previste dal suo emendamento, un secondo turno di voto. L’ipotesi è stata accantonata e il senatore ha ritirato il testo. Secondo Quotidiano Nazionale, il passo indietro ha contribuito a evitare una nuova frattura nella coalizione, mentre Pera ha espresso rammarico per l’occasione perduta. Quotidiano Nazionale, il ritiro dell’emendamento

Anche qui, la scelta ha conseguenze comprensibili senza ricorrere a formule complicate. Con un ballottaggio, gli elettori tornerebbero alle urne dopo aver visto il risultato iniziale e i partiti dovrebbero decidere come comportarsi in quella nuova competizione. Senza secondo turno, la costruzione delle alleanze prima del voto acquista un peso diverso. Sono due modi di organizzare la competizione che possono produrre incentivi differenti, anche per partiti abituati a presentarsi insieme.

Rimane poi il tema delle formazioni minori. Nella riunione del 9 settembre non era ancora stata raggiunta un’intesa sulla cosiddetta norma “anti-cespugli”, che riguarda il conteggio dei voti dei piccoli partiti sotto soglia ai fini del premio. Il nome può far apparire marginale la questione, ma stabilire quali consensi contribuiscano al risultato complessivo dell’alleanza può influire sulla possibilità di raggiungere il 42%. Per una lista piccola, può anche cambiare il valore del proprio ingresso nella coalizione. ANSA, la trattativa sulle liste minori

Le opposizioni, intanto, contestano l’impostazione politica della riforma. Elly Schlein ha accusato la maggioranza di voler adattare le regole alle proprie convenienze, criticando in particolare il tentativo di introdurre il ballottaggio. È una valutazione politica della segretaria del Pd, che esprime una delle obiezioni principali al percorso scelto: quanto sia opportuno riscrivere il sistema elettorale attraverso un’intesa limitata ai partiti che governano. L’Espresso, le critiche di Schlein

Su questa discussione pesa anche l’esperienza delle precedenti leggi elettorali. Nel 2014, con la sentenza numero 1, la Corte costituzionale intervenne sul sistema allora previsto, censurando il premio senza una soglia minima e la disciplina delle liste bloccate di quella legge. Quel precedente non basta a stabilire se la proposta attuale sia legittima oppure no. Ricorda però che la stabilità dei governi deve essere cercata rispettando la rappresentanza e la libertà del voto, valutando insieme tutti i meccanismi della legge. Corte costituzionale, sentenza n. 1 del 2014

Il passaggio al Senato mostra che il centrodestra è riuscito a trovare un compromesso su uno dei nodi principali. Ora resta da spiegare quel compromesso a chi dovrà usare la scheda elettorale. Un cittadino dovrebbe poter capire facilmente come scegliere un candidato, quali effetti avrà il voto dato a una lista e quando scatterà il premio per una coalizione. La credibilità della riforma passerà anche da qui: dalla capacità di rendere trasparenti regole che incidono direttamente sul rapporto tra le persone e chi le rappresenta.