Anno III • Numero 245
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QUOTIDIANO DI INFORMAZIONE LIBERA E INDIPENDENTE

Germania al bivio: la crisi politica che può cambiare l’economia europea

Palazzo del Reichstag a Berlino

La vittoria dell’AfD in Sassonia-Anhalt scuote il cancelliere Friedrich Merz, ma dietro il terremoto elettorale si nasconde una questione ancora più grande: la Germania deve reinventare il proprio modello economico proprio mentre il suo sistema politico diventa più fragile. 
E ciò che accadrà a Berlino riguarda direttamente tutta l’Europa, Italia compresa.

La Germania si è svegliata diversa.

La netta vittoria di Alternative für Deutschland nelle elezioni regionali della Sassonia-Anhalt non rappresenta soltanto l’ennesima avanzata della destra radicale europea. È un segnale che investe contemporaneamente politica, economia e futuro dell’Unione.

L’AfD ha ottenuto il 43,8% dei voti, conquistando 39 degli 83 seggi del parlamento regionale e fermandosi a soli tre seggi dalla maggioranza assoluta. La CDU del cancelliere Friedrich Merz è precipitata invece intorno al 17%, dopo aver ottenuto oltre il 37% nel 2021.

Il dato geografico potrebbe indurre a ridimensionare l’evento. La Sassonia-Anhalt rappresenta meno del 2% dell’economia tedesca e, dunque, il risultato elettorale non è destinato da solo a modificare gli equilibri economici della Repubblica federale.

Ma sarebbe un errore fermarsi qui.

Il voto di Magdeburgo parla soprattutto a Berlino.

La crisi non riguarda soltanto l’AfD

Il problema per Friedrich Merz non consiste semplicemente nell’avere perso un Land.

Il voto mette in discussione la capacità dei partiti tradizionali di intercettare un malessere che nasce dall’immigrazione e dalla sicurezza, ma si alimenta sempre più di questioni economiche: costo della vita, pensioni, occupazione, declino industriale e paura di un impoverimento futuro.

Secondo un sondaggio Infratest dimap citato da Reuters, l’87% degli elettori della Sassonia-Anhalt si dichiara insoddisfatto dell’azione del governo federale. Merz ha riconosciuto che il risultato ha scosso la CDU «fin nelle fondamenta», pur ribadendo il rifiuto di qualsiasi collaborazione con l’AfD.

Ed è proprio qui che emerge il primo grande paradosso politico tedesco.

Più cresce l’AfD, più diventa complicato costruire maggioranze che la escludano. E più le coalizioni necessarie per tenerla fuori dal governo diventano eterogenee, più l’AfD può presentarsi agli elettori come l’unica forza realmente alternativa al sistema.

La tradizionale Brandmauer, il “muro tagliafuoco” attraverso il quale i partiti democratici hanno escluso ogni collaborazione con l’estrema destra, è quindi destinata a essere sottoposta a pressioni crescenti.

Ma dietro la crisi politica c’è la crisi del modello economico

La questione decisiva è però un’altra.

La Germania arriva a questo passaggio politico mentre sta tentando di uscire dalla più difficile crisi del proprio modello produttivo dalla riunificazione.

Per decenni la formula tedesca ha funzionato quasi perfettamente: energia relativamente economica, industria manifatturiera ad altissima competitività, esportazioni verso Cina e resto del mondo, disciplina fiscale, moderazione salariale e stabilità politica.

Quel modello si è incrinato.

La fine delle forniture energetiche russe a basso costo, la crescente concorrenza cinese, la transizione verso l’auto elettrica, l’invecchiamento della popolazione, la carenza di lavoratori qualificati e il ritardo accumulato nelle infrastrutture fisiche e digitali hanno modificato profondamente il quadro.

Il Fondo monetario internazionale ricorda che l’economia tedesca ha subito due anni consecutivi di contrazione nel 2023 e nel 2024 e individua nella bassa produttività e nell’invecchiamento demografico due dei principali ostacoli alla crescita futura. La popolazione in età lavorativa potrebbe diminuire dello 0,7% l’anno tra il 2025 e il 2030, il calo più rapido tra le economie del G7.

Il problema politico e quello economico finiscono quindi per sovrapporsi.

Perché proprio mentre cresce il consenso verso l’AfD, Berlino avrebbe bisogno di un governo sufficientemente forte da imporre riforme difficili.

Cinquecento miliardi per ricostruire la Germania

Il paradosso è che oggi alla Germania non mancano necessariamente le risorse.

La riforma del freno al debito ha aperto nuovi spazi fiscali e ha consentito la creazione di un fondo speciale da 500 miliardi di euro in dodici anni destinato a infrastrutture e neutralità climatica, mentre anche la spesa per la difesa gode di margini molto più ampi rispetto al passato.

Ferrovie, ponti, reti energetiche, digitalizzazione, infrastrutture, difesa: dopo anni di austerità e investimenti insufficienti, Berlino dispone potenzialmente degli strumenti per avviare un nuovo ciclo economico.

Il FMI stima una crescita dell’1,1% nel 2026 e intorno all’1,3% nel 2027-2028. L’espansione fiscale potrebbe aggiungere circa mezzo punto percentuale alla crescita nel 2026 e tre quarti di punto nel 2027. Gli investimenti infrastrutturali, se ben realizzati, potrebbero inoltre aumentare la crescita potenziale di circa 0,2 punti percentuali l’anno nel medio periodo.

Ed ecco il vero bivio tedesco.

La Germania possiede oggi più spazio fiscale, ma rischia di avere meno spazio politico per utilizzarlo.

Tre Germanie possibili

Il primo scenario è quello della stabilizzazione.

Merz supera la crisi, la coalizione mantiene una sufficiente capacità di governo e utilizza la pressione elettorale dell’AfD come acceleratore delle riforme. Gli investimenti pubblici vengono realizzati, la burocrazia ridotta, le autorizzazioni velocizzate e gli incentivi fiscali riescono a mobilitare capitale privato.

Sarebbe lo scenario economicamente più favorevole.

La spesa pubblica potrebbe generare nuovi ordini, sostenere occupazione e consumi e, soprattutto, favorire investimenti privati in energia, digitale, difesa e manifattura avanzata.

Il secondo scenario è probabilmente più insidioso: Merz rimane cancelliere, ma il sistema politico entra in una situazione di progressiva paralisi.

CDU e SPD, impaurite dalla crescita dell’AfD, diventano più prudenti. Pensioni, mercato del lavoro, energia e immigrazione diventano terreno di scontro permanente. Le riforme vengono rallentate e una parte degli investimenti rinviata.

Il rischio maggiore non sarebbe un crollo immediato dell’economia, ma una lenta erosione della capacità di crescita.

È significativo che i mercati abbiano reagito con relativa calma al voto: il DAX ha registrato una flessione contenuta e il Bund decennale non ha mostrato movimenti tali da suggerire una crisi di fiducia.

Gli investitori, per ora, non temono la Sassonia-Anhalt.

Temono ciò che la Sassonia-Anhalt potrebbe anticipare.

Il terzo scenario sarebbe quello di una vera crisi politica federale, eventualmente accompagnata da elezioni anticipate o, nel medio periodo, dall’avvicinamento dell’AfD alle responsabilità di governo.

A quel punto la questione economica diventerebbe anche geopolitica.

Le posizioni dell’AfD sull’immigrazione, sui rapporti con Mosca, sul sostegno all’Ucraina e sull’integrazione europea potrebbero aumentare l’incertezza sulle strategie di lungo periodo della maggiore economia dell’Unione.

Per un’impresa che deve decidere oggi dove costruire una fabbrica destinata a produrre per vent’anni, la stabilità istituzionale non è un elemento secondario.

È un fattore economico.

Quando la Germania rallenta, l’Europa se ne accorge

È qui che la vicenda smette definitivamente di essere tedesca.

La Germania rappresenta il principale cuore industriale dell’Unione europea e una parte rilevante delle catene produttive continentali ruota intorno alla sua manifattura.

Una Germania che torna a investire significa maggiore domanda di macchinari, componentistica, servizi, tecnologia, infrastrutture e beni intermedi prodotti anche negli altri Paesi europei.

Una Germania che rimane bloccata significa esattamente il contrario.

Il FMI osserva che gli effetti complessivi della ripresa tedesca sul resto dell’Eurozona potrebbero essere relativamente contenuti in aggregato, ma significativamente maggiori per alcuni dei suoi principali partner commerciali.

E tra questi partner c’è naturalmente l’Italia.

La nostra industria è profondamente integrata nelle catene produttive tedesche: meccanica, componentistica automobilistica, chimica, apparecchiature elettriche, beni intermedi.

La Germania, quindi, non è semplicemente un Paese verso il quale esportiamo.

È una parte del nostro stesso sistema industriale europeo.

C’è poi una seconda conseguenza: cambierebbe la politica economica dell’Europa

Per molti anni Berlino ha rappresentato il principale custode europeo della disciplina fiscale.

La Germania del freno al debito chiedeva rigore ai partner e limitava contemporaneamente la propria spesa pubblica.

Quella stagione potrebbe essere terminata.

Una Germania che finanzia centinaia di miliardi di investimenti infrastrutturali e aumenta fortemente la spesa per la difesa modifica inevitabilmente anche il dibattito europeo su debito, investimenti comuni e politica industriale.

La domanda diventa allora inevitabile: se la Germania considera infrastrutture e difesa investimenti strategici che giustificano maggiore indebitamento, fino a che punto lo stesso principio dovrà essere riconosciuto agli altri Stati membri?

È un cambiamento che potrebbe interessare molto da vicino l’Italia.

E poi ci sono Cina e Stati Uniti

La crisi tedesca non può essere letta soltanto dentro i confini dell’Unione.

L’Europa si trova stretta tra la politica industriale americana e la crescente capacità produttiva cinese.

Automobili elettriche, batterie, semiconduttori, intelligenza artificiale, energia e tecnologie verdi sono ormai strumenti di competizione geopolitica.

Se Berlino diventasse politicamente debole, sarebbe più difficile costruire una risposta industriale europea coordinata.

Se invece la Germania riuscisse a trasformare la propria crisi in una grande stagione di investimenti, potrebbe diventare il motore di una nuova politica industriale continentale.

E forse è proprio questa la vera posta in gioco.

Il voto che parla all’Europa

Il 43,8% ottenuto dall’AfD in Sassonia-Anhalt non significa che domani l’estrema destra governerà la Germania.

Significa però che il vecchio equilibrio politico tedesco non può più essere considerato immutabile.

L’AfD punta apertamente alle elezioni federali del 2029 e interpreta il risultato di Magdeburgo come una tappa di quel percorso.

Da qui ad allora Friedrich Merz si giocherà probabilmente molto più della propria leadership.

Dovrà dimostrare che la politica tradizionale è ancora capace di trasformare crescita, investimenti e riforme in miglioramenti percepibili della vita quotidiana.

Perché la questione tedesca contiene una lezione che riguarda ormai molte democrazie europee.

Quando rallenta l’economia, aumenta l’insicurezza sociale. Quando aumenta l’insicurezza, cresce la sfiducia nelle istituzioni. E quando i governi non riescono a produrre risposte visibili, lo spazio politico viene occupato da chi promette una rottura con il sistema.

La Germania si trova così davanti a un passaggio storico singolare.

Ha centinaia di miliardi da investire, un apparato industriale ancora formidabile e le risorse per reinventare il proprio modello economico. Ma rischia di perdere proprio ciò che per decenni ha rappresentato uno dei suoi maggiori vantaggi competitivi: la stabilità politica.

Per questo ciò che è accaduto in Sassonia-Anhalt non riguarda soltanto i tedeschi.

Riguarda il futuro dell’euro, la politica industriale dell’Unione, la difesa comune, i rapporti con Stati Uniti, Cina e Russia e, in ultima analisi, la capacità dell’Europa di restare uno dei grandi protagonisti dell’economia mondiale.

Se la Germania riuscirà a ripartire, potrà trascinare con sé una parte dell’Europa. Se entrerà invece in una lunga stagione di paralisi politica e declino industriale, difficilmente il resto del continente potrà pensare di restarne immune.