Tra Stati Uniti, Russia, Cina e BRICS, New Delhi rifiuta la logica dei blocchi. Dietro l’autonomia strategica indiana c’è però anche una precisa convenienza economica: energia, mercati, investimenti e nuove catene globali del valore. Il vero interrogativo è se questa politica di equilibrio potrà trasformare l’India nella grande potenza economica dei prossimi decenni.
In un mondo che sembra nuovamente dividersi in blocchi, l’India prova a percorrere una strada diversa.
Non scegliere.
O, più precisamente, scegliere di volta in volta ciò che corrisponde maggiormente ai propri interessi nazionali.
Alla vigilia del vertice BRICS del 12 e 13 settembre a New Delhi, questa strategia emerge con particolare evidenza. Come osserva Elena Tempestini sul Nuovo Giornale Nazionale, l’India mantiene relazioni strategiche con Washington, conserva lo storico rapporto con Mosca e contemporaneamente tenta di stabilizzare quello con Pechino.
Non è soltanto diplomazia.
Dietro questa posizione esiste una precisa strategia economica.
E potrebbe essere proprio questa capacità di muoversi tra mondi differenti a trasformare l’India in uno dei principali beneficiari della nuova frammentazione dell’economia globale.
Una grande economia che continua a crescere
Il primo elemento è la dimensione.
Con una popolazione di circa 1,48 miliardi di persone, l’India rappresenta un mercato interno difficilmente paragonabile a quello della maggior parte delle altre economie emergenti.
E continua a crescere rapidamente.
Il Fondo Monetario Internazionale prevede per il 2026 un incremento del PIL reale del 6,4%, mantenendo l’India tra le grandi economie con la maggiore velocità di espansione.
Ma il dato interessante non è soltanto il PIL.
L’India dispone contemporaneamente di un enorme mercato interno, di una popolazione relativamente giovane, di competenze tecnologiche avanzate, di un forte settore dei servizi e di una posizione geografica strategica tra Medio Oriente e Asia orientale.
Elementi che spiegano perché New Delhi sia diventata progressivamente importante tanto per Washington quanto per Mosca e Pechino.
La Russia: prima viene l’energia
Il rapporto con Mosca rappresenta probabilmente l’esempio più evidente del pragmatismo indiano.
Dopo l’invasione russa dell’Ucraina e le successive sanzioni occidentali, l’India non ha interrotto gli acquisti di petrolio russo.
Al contrario, ne è diventata uno dei maggiori compratori.
Nel 2026 la quota russa delle importazioni indiane di greggio ha raggiunto addirittura il 51% nel mese di luglio, favorita anche dalle difficoltà delle forniture provenienti dal Medio Oriente.
La posizione di New Delhi è sostanzialmente semplice: un Paese con quasi un miliardo e mezzo di abitanti deve poter disporre di energia sicura e a prezzi sostenibili.
Non è un’affermazione ideologica.
È una necessità economica.
India e Russia puntano inoltre a portare gli scambi bilaterali a 100 miliardi di dollari entro il 2030, rispetto ai quasi 70 miliardi registrati nel 2024-2025.
Ancora più significativo è quanto sta accadendo sul terreno finanziario.
Secondo dati riportati da Reuters, rublo e rupia sono ormai utilizzati nel 96% degli scambi bilaterali tra Russia e India.
È un fenomeno che merita attenzione.
Non significa che il dollaro stia per perdere il proprio ruolo centrale nel sistema monetario internazionale. Significa però che la frammentazione geopolitica sta favorendo la nascita di circuiti finanziari paralleli e sistemi di pagamento alternativi.
L’Occidente: l’India come alternativa alla Cina
Ma sarebbe un errore interpretare il rapporto con Mosca come un progressivo allontanamento dell’India dall’Occidente.
Accade quasi il contrario.
La crescente competizione tra Stati Uniti e Cina sta aumentando il valore strategico dell’economia indiana.
Molte multinazionali occidentali cercano infatti di ridurre la dipendenza produttiva dalla Cina attraverso quella strategia generalmente definita China+1: mantenere una presenza produttiva cinese ma affiancarle almeno un’altra grande piattaforma industriale.
L’India è uno dei candidati naturali.
Il Fondo Monetario Internazionale sottolinea come pochi grandi Paesi siano altrettanto ben posizionati per beneficiare della riorganizzazione internazionale delle catene produttive.
Qui geopolitica ed economia finiscono per sovrapporsi.
Più cresce la rivalità tra Washington e Pechino, maggiore diventa il valore dell’India.
E poi c’è la Cina
Il rapporto con Pechino è molto più complesso.
India e Cina sono contemporaneamente concorrenti strategici, potenze nucleari, grandi economie asiatiche e partner commerciali.
Esistono dispute territoriali irrisolte e una competizione evidente per l’influenza sull’Asia.
Ma proprio per questo il riavvicinamento degli ultimi mesi assume particolare importanza.
Xi Jinping è atteso a New Delhi per il vertice BRICS e Cina e India stanno organizzando un incontro bilaterale tra Xi e Narendra Modi. Pechino ha dichiarato di voler rafforzare comunicazione e cooperazione e gestire le divergenze tra i due Paesi.
Ancora una volta emerge il metodo indiano.
Competere senza necessariamente interrompere.
Collaborare senza necessariamente allearsi.
Il BRICS come moltiplicatore di potere
È all’interno di questa strategia che deve essere interpretato anche il ruolo dell’India nei BRICS.
New Delhi non sembra avere interesse a trasformare il gruppo semplicemente in un’alleanza antioccidentale.
Per l’India sarebbe probabilmente controproducente.
Molto più utile è trasformarlo in un moltiplicatore del proprio potere negoziale.
Alla vigilia del vertice di New Delhi, ministri delle Finanze e governatori delle banche centrali dei BRICS hanno chiesto una maggiore rappresentanza delle economie emergenti nelle istituzioni finanziarie internazionali e ulteriori progressi nei sistemi di pagamento transfrontalieri.
È un passaggio significativo.
Il BRICS potrebbe diventare meno un’alleanza politica tradizionale e più una piattaforma attraverso la quale le economie emergenti cercano di modificare gradualmente la governance finanziaria mondiale.
L’India può partecipare a questo processo senza necessariamente rinunciare ai rapporti economici con Stati Uniti ed Europa.
Il limite dell’equilibrismo
Questa strategia presenta però anche dei rischi.
Non scegliere funziona finché gli altri consentono di non scegliere.
Una crescente polarizzazione tra Stati Uniti e Cina potrebbe rendere progressivamente più difficile mantenere la stessa distanza.
Lo stesso vale per la Russia.
Ma esiste soprattutto una vulnerabilità economica che gli eventi del 2026 hanno riportato in primo piano: l’energia.
L’aumento del prezzo del petrolio provocato dalle tensioni in Medio Oriente sta esercitando pressione sull’economia indiana.
L’11 settembre la rupia è arrivata a circa 95,8 per dollaro prima di recuperare parzialmente, mentre il Brent si avvicinava ai 110 dollari al barile; secondo gli operatori citati da Reuters, la Reserve Bank of India sarebbe intervenuta sul mercato valutario per contenere il deprezzamento.
È il paradosso indiano.
Una delle economie con le maggiori prospettive di crescita rimane fortemente vulnerabile al prezzo dell’energia importata.
Crescere non basta
Esiste poi una questione ancora più profonda.
L’India può crescere al 6 o 7% l’anno e tuttavia non riuscire automaticamente a trasformarsi in un’economia avanzata.
Il problema sarà la qualità della crescita.
L’analisi pubblicata dal Fondo Monetario Internazionale nel settembre 2026 individua alcune debolezze strutturali: insufficiente creazione di posti di lavoro formali, investimenti privati ancora deboli, necessità di aumentare la produttività e difficoltà nel trasferire grandi quantità di lavoratori dall’agricoltura verso industria e servizi moderni.
È probabilmente questa la vera sfida di Narendra Modi.
Trasformare la crescita del PIL in occupazione, reddito, innovazione e sviluppo di una grande classe media.
Perché la demografia può essere un enorme vantaggio competitivo.
Ma soltanto se milioni di giovani riescono a trovare lavoro produttivo.
Altrimenti può trasformarsi in una fragilità sociale.
La nuova geografia dell’economia mondiale
Il caso indiano racconta però qualcosa che va oltre l’India.
Stiamo entrando in una fase nella quale economia e geopolitica sono nuovamente inseparabili.
Energia, semiconduttori, sistemi di pagamento, catene produttive, valute e infrastrutture digitali sono diventati strumenti di politica internazionale.
E in questo nuovo mondo non esistono soltanto due campi.
Esistono Paesi che cercano deliberatamente di mantenere aperte più porte contemporaneamente.
L’India è probabilmente il caso più importante.
Compra energia dalla Russia.
Dialoga con gli Stati Uniti.
Compete e commercia con la Cina.
Guida il BRICS.
Corteggia gli investimenti occidentali.
E contemporaneamente sostiene una maggiore rappresentanza del Global South nelle istituzioni finanziarie internazionali.
Potrebbe sembrare contraddittorio.
In realtà è esattamente il contrario.
È una strategia.
Il potere di non scegliere
Per gran parte del Novecento essere una grande potenza significava anche appartenere a un blocco.
Nel mondo multipolare che sta emergendo, potrebbe non essere più necessariamente così.
Il potere potrebbe appartenere anche a chi riesce a dialogare con più blocchi senza diventare completamente dipendente da nessuno.
L’India sta tentando precisamente questo.
Il suo obiettivo non sembra essere sostituire gli Stati Uniti, sfidare direttamente la Cina o diventare semplicemente il principale alleato asiatico della Russia.
L’obiettivo è più ambizioso:
diventare indispensabile per tutti senza appartenere completamente a nessuno.
Se riuscirà a trasformare questa autonomia geopolitica in sviluppo industriale, occupazione, innovazione e crescita della produttività, allora il vero risultato dell’ascesa indiana non sarà semplicemente l’ingresso tra le maggiori economie mondiali.
Sarà aver dimostrato che, nel nuovo ordine globale, anche non scegliere può essere una forma di potere.