Anno III • Numero 245
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“Stare bene con sé stessi è una delle sfide più grandi della vita”. Intervista a Irene Saielli

Viaggiare può tramutarsi in un’esperienza memorabile capace di trasformarci nel profondo grazie a consapevolezze inedite che lasciano un segno indelebile nel proprio processo di evoluzione. Ne sa qualcosa Irene Saielli la protagonista di A maggio parto, faccio il giro del mondo il suo primo romanzo edito da Bookabook. Questo viaggio è un’opportunità per stare bene con sé stessi.

Una fusione tra un diario di viaggio e un romanzo di formazione questo libro catapulta il lettore in un viaggio emozionante in giro per il mondo alla scoperta di posti meravigliosi e caratterizzato da incontri significativi. Grazie a questo libro abbiamo piena conferma di quanto un viaggio possa aiutarci ad evolvere umanamente parlando per farci diventare la versione migliore di sé.

Per molti, il vero significato del viaggio è proprio questo: imparare a stare bene e a conoscere le proprie emozioni.

Un romanzo vivamente consigliato e di cui ci parla l’autrice in questa ispiratoria intervista.

Com’è nata l’idea di raccontare la tua esperienza memorabile di viaggio attraverso le pagine di un libro?

In realtà non è nata con l’idea di scrivere un libro. Ho iniziato a scrivere per me stessa, per dare un ordine ai pensieri e raccontare il cambiamento che stavo vivendo durante il viaggio.

Giorno dopo giorno mi rendevo conto che molte delle convinzioni con cui ero partita stavano cambiando. Più che il mondo, ero io a trasformarmi: mi stavo concedendo la possibilità di mettermi in discussione, di lasciare andare idee che avevo sempre dato per scontate e di capire cosa fosse davvero autentico per me.

Solo dopo ho pensato che quella esperienza potesse essere utile anche ad altri. A chi, come me prima di partire, sente di vivere una vita che non gli appartiene o si trova bloccato in una situazione da cui non riesce a uscire. È così che quelle pagine, nate come un diario personale, sono diventate un libro.

Qual è il tuo concetto personale di viaggio?

Per me il viaggio è scoperta, esplorazione, crescita ed evoluzione. È un’occasione per uscire dalla propria routine, incontrare persone e culture diverse e, soprattutto, mettere in discussione se stessi.

Credo ci sia una differenza tra essere turisti ed essere viaggiatori. Il turista visita un luogo, il viaggiatore si lascia trasformare da quel luogo. Non si limita a osservare ciò che lo circonda, ma crea connessioni con le persone, con la cultura e con le esperienze che vive, tornando a casa non solo con dei ricordi, ma con una nuova consapevolezza di sé.

Hai affrontato questa tua esperienza partendo da sola. Quali sono secondo te sono i punti di forza di un viaggio in solitaria?

Amo viaggiare con le persone care, ma viaggiare da soli ha vantaggi unici.

Il primo è che, paradossalmente, non si è quasi mai soli. Quando viaggi da solo è molto più facile entrare in contatto con gli altri: alcune delle esperienze più belle del mio viaggio sono nate proprio da un invito a sedermi al tavolo di qualcuno invece di cenare da sola. Ogni incontro ti regala una storia e un punto di vista nuovo.

Il secondo è la libertà assoluta: puoi decidere cosa fare, dove andare e quando cambiare programma seguendo solo il tuo istinto, senza compromessi.

Il terzo è il rapporto che costruisci con te stesso. Sei tu a prendere ogni decisione, a risolvere gli imprevisti e a condividere con te ogni momento del viaggio. Non è sempre facile, ma è proprio così che impari ad ascoltarti davvero. E forse stare bene con se stessi è una delle sfide più grandi della vita.

Hai avuto qualche momento di ripensamento sulla tua decisione?

Sì, soprattutto prima di partire. Mi sono chiesta tante volte se stessi facendo la cosa giusta o se non avrei dovuto semplicemente adattarmi, fare quello che tutti si aspettavano da me e occupare il posto che la società sembrava aver già scelto.

Alla fine, però, ha vinto la curiosità: il desiderio di vedere cosa ci fosse oltre e la sensazione, quasi un sesto senso, che quel viaggio avesse qualcosa di importante da insegnarmi. Così ho fatto un bel respiro e sono partita.

Questo tuo viaggio ti ha fatto conoscere tanti nomadi digitali in giro per il mondo, Il nomadismo digitale può essere realtà o utopia secondo te?

È decisamente una realtà, ma non credo sia una realtà adatta a tutti.

Essere un nomade digitale significa avere il privilegio di poter portare il proprio lavoro con sé e non essere legati a un ufficio o a un luogo preciso. È una forma di libertà straordinaria, ma ha anche un costo che spesso non si vede.

Vuol dire essere disposti a cambiare continuamente, a reinventarsi, a costruire ogni volta una nuova quotidianità. Significa trovare una nuova casa, creare una nuova routine, conoscere nuove persone e ricostruire da zero una rete di amicizie e di sostegno, spesso con la famiglia a migliaia di chilometri di distanza.

Per vivere così servono tempo, energia e una buona dose di coraggio – o forse un pizzico di sana follia.

Detto questo, non credo affatto che scegliere di fermarsi e costruire la propria vita in un luogo sia meno coraggioso. Anzi, restare, mettere radici e impegnarsi ogni giorno per costruire qualcosa di duraturo può richiedere un coraggio altrettanto grande. Alla fine non esiste una scelta migliore dell’altra: esiste solo quella che ci fa sentire davvero nel posto giusto, qualunque esso sia.

Un aneddoto riguardo la tua esperienza che vuoi condividere con i nostri lettori…

Ce ne sarebbero tantissimi, ma ne scelgo uno senza svelare troppo. La città in cui la mia vita è cambiata davvero è stata Los Angeles. La cosa divertente? All’inizio non volevo nemmeno fermarmi lì. Era una tappa che avevo inserito quasi per caso e che, se avessi seguito il programma iniziale, avrei persino saltato.

Invece è stato proprio lì che è successo qualcosa di completamente inaspettato, qualcosa che ha cambiato il corso del mio viaggio e, in fondo, anche della mia vita.

Se c’è una lezione che porto con me è questa: spesso i momenti più importanti non sono quelli che programmiamo, ma quelli a cui decidiamo di lasciare spazio. A volte basta dire un “sì” a una deviazione, a un incontro o a una tappa che non avevamo previsto perché tutto possa cambiare.

Nel tuo libro scrivi: ” Successo e fallimento sono relativi e nient’altro che la tappa di un percorso che ti fa avanzare e ti porta a vedere un metro più in là”. Come e in che misura questa esperienza ha cambiato il tuo modo di concepire questi due concetti?

Sono partita piena di dubbi. Mi chiedevo continuamente se stessi facendo la cosa giusta. Chi ero io per lasciare tutto e partire da sola dall’altra parte del mondo, senza un lavoro sicuro ad aspettarmi, dopo aver già “fallito” più di una volta?

Eppure sentivo che quel viaggio mi avrebbe dato le risposte che stavo cercando. E così è stato.

Viaggiare mi ha insegnato che tutto è relativo. Ogni persona che incontri porta con sé una storia, un punto di vista, un modo diverso di interpretare la realtà. E quando ascolti davvero, ti accorgi che la tua visione del mondo non è l’unica possibile.

È stato particolarmente vero rispetto al concetto di fallimento. In Occidente cresciamo con l’idea che si debba scegliere una strada, costruire una carriera, definire una direzione e seguirla senza esitazioni. Cambiare idea viene spesso interpretato come un errore, una sconfitta, un fallimento.

Ma è davvero così?

Forse siamo qui proprio per sperimentare, per metterci alla prova, per scoprire, passo dopo passo, quale sia davvero la nostra direzione. E allora mi sono fatta una domanda diversa: chi fallisce davvero? Chi ha il coraggio di cambiare strada quando capisce che quella non gli appartiene più, o chi continua a percorrerla solo perché teme il giudizio degli altri?

A chi consiglieresti un’esperienza di viaggio come la tua?

A chiunque senta il desiderio di esplorare, di mettersi in discussione e di uscire, anche solo per un po’, dai binari del “si è sempre fatto così”.

Ma la verità è che non credo serva necessariamente partire per fare il giro del mondo. Quello che consiglio a tutti è di concedersi un piccolo cambiamento. Iscriversi finalmente a quel corso rimandato da anni, imparare una nuova lingua, riprendere in mano una chitarra, provare uno sport, fare qualcosa semplicemente per il piacere di farlo.

Perché il cambiamento non nasce quasi mai da un gesto eclatante. Nasce da una piccola scelta fatta per sé. E quando inizi a muovere il primo passo, spesso accade qualcosa di sorprendente: quel cambiamento ne richiama un altro, poi un altro ancora, aprendoti a opportunità e prospettive che non avresti mai immaginato.

E la lettura di A maggio parto, faccio il giro del mondo?

Lo consiglio a chi sente di essere a un bivio. A chi si chiede se la vita che sta vivendo è davvero quella che desidera o semplicemente quella che ci si aspetta da lui. A chi ha paura di cambiare, ma sente che dentro di sé qualcosa chiede spazio.

È un libro per chi è in cerca di una direzione, per chi ha bisogno di ritrovare fiducia nelle proprie scelte e per chi vuole ricordarsi che cambiare strada non significa aver fallito, ma avere il coraggio di ascoltarsi.

E naturalmente è anche un libro per chi ama viaggiare, perché il viaggio raccontato tra queste pagine attraversa il mondo, ma soprattutto attraversa una trasformazione interiore.