Anno III • Numero 245
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Pakistan, Turchia e Arabia Saudita: nasce un nuovo asse militare alle porte dell’Europa

Turchia-Arabia saudita: l’occasione del disgelo

Il Patto della Mecca introduce un principio di difesa collettiva tra tre potenze regionali. Islamabad porta nell’alleanza un elemento che cambia gli equilibri: l’arma nucleare. Sullo sfondo Iran, Israele, Stati Uniti e il controllo delle grandi rotte energetiche.

Per decenni la sicurezza del Medio Oriente ha avuto un garante quasi obbligato: gli Stati Uniti. Oggi quella certezza comincia a incrinarsi.

Il 7 agosto 2026 Arabia Saudita, Turchia e Pakistan hanno firmato alla Mecca un accordo destinato potenzialmente a modificare gli equilibri strategici di un’area che va dal Mediterraneo orientale all’Oceano Indiano.

Il Makkah Joint Defence Agreement contiene infatti una disposizione particolarmente significativa: un attacco armato contro uno dei tre Paesi sarà considerato un attacco contro tutti.

Una formulazione che richiama inevitabilmente il principio dell’articolo 5 della NATO, anche se sarebbe prematuro parlare di una vera “NATO islamica”. Il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha spiegato che la risposta a un’eventuale aggressione dipenderebbe dalle circostanze e dalle richieste del Paese attaccato.

Ma la sostanza politica resta.

Tre importanti potenze regionali stanno costruendo una struttura di sicurezza collettiva autonoma.

Tre Paesi, tre risorse strategiche

La forza potenziale dell’accordo deriva soprattutto dalla complementarità dei suoi protagonisti.

L’Arabia Saudita mette sul tavolo capacità finanziaria, risorse energetiche e una posizione determinante nel Golfo.

La Turchia dispone di uno degli eserciti più consistenti della NATO e negli ultimi anni ha sviluppato una propria industria militare sempre più competitiva.

Il Pakistan introduce invece la variabile strategicamente più delicata: è una potenza nucleare.

Non significa che Islamabad abbia automaticamente esteso il proprio ombrello atomico a Riyadh e Ankara. Su questo punto non esiste, allo stato attuale, una garanzia pubblica e inequivocabile. Proprio questa ambiguità, tuttavia, può aumentare la capacità deterrente dell’alleanza. L’International Institute for Strategic Studies sottolinea come la questione dell’eventuale deterrenza nucleare estesa pakistana rimanga irrisolta.

Ed è probabilmente questo uno degli aspetti che Washington, Teheran, Tel Aviv e Nuova Delhi osserveranno con maggiore attenzione.

Non è più soltanto una dichiarazione politica

Il secondo elemento rilevante è ciò che è accaduto dopo la firma.

Il 31 agosto i ministri degli Esteri e della Difesa e i vertici militari dei tre Paesi si sono riuniti a Istanbul nel primo Strategic Political and Defence Committee.

È stato deciso di rendere progressivamente più strutturata la cooperazione, creare un Segretariato permanente in Arabia Saudita — inizialmente guidato per tre anni da un rappresentante pakistano — e sviluppare collaborazione industriale e tecnologica nel settore della difesa.

Il comunicato ufficiale parla esplicitamente di rafforzamento della “deterrenza e difesa collettiva”.

È questo passaggio a rendere l’accordo particolarmente interessante.

Una dichiarazione diplomatica può rimanere sulla carta. Un’organizzazione dotata di organismi politici, militari e amministrativi permanenti comincia invece ad assumere una dimensione istituzionale.

Il difficile equilibrio del Pakistan

Ed è proprio Islamabad a trovarsi nella posizione più complessa.

Il Pakistan mantiene da decenni rapporti profondi con l’Arabia Saudita, ma contemporaneamente condivide circa 900 chilometri di frontiera con l’Iran.

Non può permettersi facilmente di trasformare Teheran in un nemico.

Nelle tensioni delle ultime settimane questa contraddizione è diventata evidente: Islamabad continua a presentarsi come interlocutore e mediatore nei confronti dell’Iran mentre, contemporaneamente, è legata a Riyadh da un accordo di difesa collettiva.

Il governo pakistano ha infatti precisato il 10 settembre che, nonostante gli attacchi degli Houthi contro l’Arabia Saudita, non era stata discussa alcuna risposta militare immediata nell’ambito del Patto della Mecca.

Il Pakistan rischia quindi di trovarsi contemporaneamente nella posizione di alleato e mediatore.

Una condizione sostenibile finché la deterrenza funziona. Molto più difficile da gestire se uno dei firmatari dovesse essere coinvolto direttamente in un conflitto.

La geografia conta ancora

C’è poi un elemento che spesso sfugge nell’analisi delle alleanze militari: la geografia.

Guardando una carta geografica, il nuovo asse collega Anatolia, Penisola Arabica e subcontinente indiano.

Significa affacciarsi direttamente o indirettamente su alcune delle principali arterie energetiche e commerciali del pianeta: Mediterraneo orientale, Mar Rosso, Golfo Persico, Golfo di Oman, Mar Arabico e Oceano Indiano.

In mezzo c’è soprattutto lo Stretto di Hormuz, uno dei passaggi strategici più importanti per l’approvvigionamento energetico mondiale.

Una crisi che coinvolgesse contemporaneamente Iran, Penisola Arabica e Pakistan avrebbe quindi conseguenze ben superiori alla dimensione militare regionale.

Petrolio, gas, assicurazioni marittime, trasporto merci e catene globali di approvvigionamento potrebbero risentirne immediatamente.

La geopolitica tornerebbe rapidamente a trasformarsi in inflazione.

E gli Stati Uniti?

Il Patto della Mecca racconta infine qualcosa di più profondo.

Arabia Saudita e Turchia sono state per decenni due pilastri differenti dell’architettura occidentale nella regione: Ankara attraverso la NATO, Riyadh attraverso la storica partnership strategica con Washington.

Nessuno dei due rapporti è scomparso.

Ma entrambi i Paesi sembrano voler aumentare la propria autonomia strategica.

L’accordo con il Pakistan può quindi essere interpretato non necessariamente come una rottura con gli Stati Uniti, ma come una forma di diversificazione della sicurezza.

È un fenomeno che caratterizza sempre più il nuovo ordine multipolare: le potenze regionali non scelgono necessariamente un solo campo. Costruiscono contemporaneamente rapporti diversi, talvolta persino contraddittori, cercando di massimizzare il proprio spazio di manovra.

Una NATO islamica? Non ancora

Definire oggi l’alleanza una “NATO islamica” sarebbe eccessivo.

La NATO dispone di strutture militari integrate, procedure operative sviluppate in decenni, sistemi di comando comuni e un livello di interoperabilità che il nuovo accordo non possiede.

Esistono inoltre divergenze strategiche importanti.

Per Ankara la percezione delle minacce regionali non coincide necessariamente con quella saudita. Islamabad deve continuare a considerare l’India come principale riferimento della propria strategia militare e contemporaneamente evitare una destabilizzazione del confine iraniano.

La vera prova del Patto della Mecca arriverà quindi quando gli interessi dei tre Paesi non saranno perfettamente coincidenti.

Ed è proprio qui che si trova il paradosso.

L’accordo nasce per evitare la guerra attraverso la deterrenza, ma una clausola di difesa collettiva può anche trasformare una crisi locale in una crisi molto più ampia.

Il nuovo Medio Oriente si costruisce senza aspettare Washington

Forse è questa la conclusione geopoliticamente più significativa.

Il Patto della Mecca non dimostra ancora la nascita di un nuovo blocco militare capace di competere con la NATO.

Dimostra però qualcosa che potrebbe essere altrettanto importante: le potenze regionali non aspettano più necessariamente che siano Washington, Mosca o Pechino a disegnare l’architettura della loro sicurezza.

Arabia Saudita, Turchia e Pakistan stanno provando a costruirne una propria.

E il progetto potrebbe non fermarsi ai tre fondatori. Ankara ha già lasciato intendere che l’accordo potrebbe aprirsi ad altri Paesi, mentre l’Egitto viene indicato come uno dei possibili candidati.

Se ciò accadesse, non assisteremmo più semplicemente alla nascita di un accordo trilaterale.

Comincerebbe a prendere forma un nuovo polo strategico capace di collegare Mediterraneo, Golfo e Asia meridionale.

Ed è allora che il Patto della Mecca smetterebbe di essere soltanto una questione mediorientale per diventare una questione globale.