“La descrizione comincia nell’immaginazione dello scrittore, ma dovrebbe finire in quella del lettore.” (Stephen King)
Nel primo appuntamento di questa rubrica abbiamo parlato dell’incipit, quella manciata di righe che apre la porta di un romanzo e invita il lettore a entrare.
L’incipit, da solo, non basta
L’incipit può incuriosire, sorprendere, perfino affascinare. Ma da solo non basta. È nelle pagine che seguono che un romanzo comincia davvero a vivere. È lì che, senza firmare alcun contratto e senza pronunciare una parola, autore e lettore stringono il più importante dei patti: quello della fiducia. Da quel momento il lettore decide se affidare allo scrittore il proprio tempo, le proprie emozioni e la propria immaginazione.
Il tempo è il primo dono del lettore
Ogni lettore, quando apre un romanzo, offre allo scrittore qualcosa di estremamente prezioso: il proprio tempo. In cambio si aspetta una promessa ancora più importante: quella di essere accompagnato in una storia che meriti di essere vissuta.
È questo il patto narrativo. Se lo scrittore mantiene quella promessa, il lettore continuerà a voltare pagina quasi senza accorgersene. Se invece la tradisce, il libro finirà spesso sul comodino, destinato a non essere più riaperto. Ma cosa deve accadere nelle prime dieci pagine? Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non è necessario che succeda molto. Molti autori esordienti credono che sia indispensabile inserire subito un colpo di scena, un omicidio, un inseguimento o un evento straordinario. I grandi romanzieri, molto spesso, fanno l’esatto contrario.
I grandi scrittori non hanno fretta
Nelle prime pagine costruiscono un mondo. Presentano un personaggio. Creano un’atmosfera. Fanno nascere una domanda. Ed è quella domanda che spinge il lettore ad andare avanti.
Pensiamo a Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway.
Nelle prime pagine non accade quasi nulla. Conosciamo Santiago, apprendiamo che da ottantaquattro giorni non riesce a pescare un pesce, osserviamo il rapporto profondo con il ragazzo Manolin.
Eppure, continuiamo a leggere. Perché? Perché Hemingway ci ha già fatto capire che quella non è una storia di pesca. È una storia sulla dignità dell’uomo davanti alla sconfitta.
Haruki Murakami sceglie una strada completamente diversa in Norwegian Wood. Il romanzo si apre con un uomo adulto che, ascoltando una canzone dei Beatles durante un volo, viene improvvisamente travolto dai ricordi della giovinezza. Anche qui non ci sono colpi di scena. C’è soltanto una memoria che riaffiora. Ma quella memoria contiene già una promessa: raccontare l’amore, la perdita, il dolore di crescere e il fragile passaggio dall’adolescenza all’età adulta.
Ogni autore mantiene il patto a modo suo
Lev Tolstoj, invece, sceglie una delle aperture più celebri della storia della letteratura:
“Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è infelice a modo suo.” È l’incipit di Anna Karenina, lo abbiamo già visto, ma vale la pena di ricordarlo, perché è l’incipit migliore della letteratura.
In una sola frase Tolstoj non presenta ancora Anna. Non racconta la vicenda. Fa qualcosa di molto più raffinato: consegna al lettore la chiave di lettura dell’intero romanzo. Da quel momento comprendiamo che la storia parlerà della famiglia, dell’amore, delle convenzioni sociali e delle inevitabili fratture che attraversano l’esistenza umana.
Quando l’impossibile diventa normale
Poi arriva Kafka.
“Destandosi un mattino da sogni inquieti, Gregor Samsa si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto.” Anche questo merita un ulteriore attenzione, perché a differenza di altri è una specie di porta in faccia. Kafka scaraventa senza fronzoli la verità al lettore, non ci gira attorno quasi a dire questa è la realtà, ora vediamo che succede.
Qualunque autore inesperto avrebbe probabilmente costruito un lungo crescendo per arrivare a una scena del genere. Kafka fa l’opposto. Parte dall’evento più sconvolgente possibile. Perché?
Perché La metamorfosi non vuole raccontare come Gregor diventi un insetto. Vuole raccontare ciò che accade dopo. L’attenzione del lettore si sposta immediatamente sulla famiglia, sul lavoro, sulla solitudine, sull’emarginazione. La metamorfosi non è il centro della storia: è lo strumento con cui Kafka indaga la condizione umana.
Il fascino del mistero
Ancora diversa è la scelta di Michail Bulgakov ne Il Maestro e Margherita.
Il romanzo si apre in una Mosca apparentemente normale. Due uomini discutono di letteratura e dell’esistenza di Gesù. Poco dopo compare uno sconosciuto elegante e misterioso, capace di conoscere eventi che sembrano impossibili da prevedere. Non accade ancora nulla di apertamente soprannaturale. Eppure, il lettore percepisce subito che qualcosa sta incrinando la normalità.
Bulgakov non conquista attraverso l’azione. Conquista attraverso il mistero. Ogni pagina aumenta leggermente la tensione, fino a quando comprendiamo di essere entrati in un universo dove realtà, satira, filosofia e fantastico convivono senza più confini.
Il tempo può raccontare una storia
Infine, c’è Gabriel García Márquez.
“Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo portò a conoscere il ghiaccio.”
In una sola frase convivono presente, passato e futuro. La memoria diventa racconto. Il tempo perde la propria linearità. Ed è già racchiuso, in quell’incipit, tutto l’universo narrativo di Cent’anni di solitudine.
Osservando questi romanzi ci accorgiamo di una cosa sorprendente. Non esiste un incipit perfetto. Melville apre con una presentazione. Tolstoj con un aforisma. Kafka con un evento impossibile. Murakami con un ricordo. Bulgakov con un mistero. García Márquez con una memoria che attraversa il tempo. Sei strategie completamente diverse. Un solo obiettivo. Far nascere nel lettore una domanda così forte da impedirgli di chiudere il libro.
L’errore più comune degli scrittori esordienti
Ed è proprio qui che molti romanzi falliscono. Spiegano troppo. Presentano lunghe genealogie familiari. Descrivono minuziosamente ambienti e personaggi. Anticipano informazioni che il lettore avrebbe preferito conquistare poco alla volta.
La narrativa funziona in modo opposto. Ogni pagina deve aprire una porta verso quella successiva. Lo scrittore non accompagna il lettore tenendolo per mano. Lo invita a seguirlo. È una differenza sottile, ma decisiva. Per questo motivo le prime dieci pagine rappresentano il vero banco di prova di un romanzo. Non devono raccontare tutto. Devono soltanto convincere il lettore che vale la pena continuare il viaggio.
Questa è la seconda lezione della narrativa. L’incipit accende la curiosità. Le prime pagine costruiscono la fiducia. Ed è dalla fiducia che nascono tutte le grandi storie.
La biblioteca dello scrittore
Per capire la forza dell’aforisma
- Anna Karenina – Lev Tolstoj.
Per studiare il colpo di scena iniziale
- La metamorfosi – Franz Kafka.
Per osservare come si costruisce il mistero
- Il Maestro e Margherita – Michail Bulgakov.
Per comprendere il potere della memoria
- Norwegian Wood – Haruki Murakami.
Per vedere come il tempo può diventare narrazione
- Cent’anni di solitudine – Gabriel García Márquez.
Per capire come un personaggio possa conquistare il lettore senza grandi eventi
- Il vecchio e il mare – Ernest Hemingway.
Tutti parlano della struttura in tre atti. Ma perché, dopo oltre duemila anni, continua a essere il modello narrativo utilizzato dalla maggior parte dei grandi romanzi e dei film di successo? Nella prossima puntata entreremo nell’ossatura invisibile di ogni grande storia.