Anno III • Numero 245
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Ciao Franco, il calcio perde un gentiluomo e non solo una leggenda

Un uomo in cravatta in primo piano

Franco Baresi, la sua morte lascia un vuoto incolmabile nel calcio e non solo. Non era solo una leggenda, ma un gentiluomo e un calciatore da cui prendere esempio

Ci sono calciatori che vincono trofei, altri che incantano gli spalti con giocate spettacolari, e poi ci sono quegli atleti rari che riescono a ridefinire per sempre i confini del proprio ruolo. Franco Baresi appartiene a questa ristrettissima élite. Parlare di lui non significa semplicemente ripercorrere la storia del Milan o della Nazionale italiana, ma analizzare l’essenza stessa della leadership, del senso di appartenenza e della perfezione tattica applicata al gioco del calcio.

In un’epoca in cui il calcio moderno ricerca costantemente difensori capaci di impostare come registi, la sua figura si erge come il prototipo originale e insuperato di questa evoluzione. Ma ridurre la sua grandezza alla sola tecnica individuale sarebbe riduttivo: la sua vera forza risiedeva in una straordinaria intelligenza tattica e in un carisma che non aveva bisogno di parole per farsi rispettare anche se il suo silenzio diceva mille parole.

L’evoluzione del ruolo: Il Libero diventato leggenda

Quando si pensa al ruolo del libero, la mente corre inevitabilmente a Franco Baresi. In un calcio italiano storicamente dominato da marcature a uomo feroci e difensori d’impatto fisico, il numero 6 rossonero ha introdotto una categoria estetica e concettuale del tutto nuova.

Non era il più alto, né il più possente sul campo, ma il difensore possedeva una capacità di lettura del gioco semplicemente divina. Anticipava le intenzioni degli attaccanti avversari prima ancora che il passaggio venisse effettuato. Il suo movimento a salire, spesso sottolineato dal celebre braccio alzato per chiamare la trappola del fuorigioco, è diventato uno dei simboli più iconici degli anni ’80 e ’90.

Sotto la guida di Arrigo Sacchi prima e di Fabio Capello poi, Franco Baresi è stato il direttore d’orchestra di una linea difensiva — completata da Tassotti, Costacurta e Maldini — che molti considerano, a ragione, la più forte e affiatata nella storia di questo sport.

Un legame viscerale con la maglia rossonera

La carriera di Franco Baresi è una lezione fondamentale sul concetto di fedeltà sportiva. Arrivato al Milan giovanissimo dopo essere stato scartato dai cugini dell’Inter, ha debuttato in prima squadra nel 1978, legando indissolubilmente il proprio destino a quello del club milanese per ben venti stagioni consecutive.

“Ha portato la fascia da capitano con una dignità e un’autorevolezza che non avevano bisogno di urla. Gli bastava uno sguardo per sistemare la squadra.”

Il valore umano e professionale di Franco Baresi si è visto soprattutto nei momenti bui. Quando il Milan conobbe l’amarezza della Serie B all’inizio degli anni ’80, il giovane difensore scelse di rimanere, diventando Capitano a soli 22 anni. Un gesto d’amore che ha spianato la strada all’epopea d’oro degli anni successivi, culminata con la conquista di:

  • 6 Scudetti
  • 3 Coppe dei Campioni / UEFA Champions League
  • 2 Coppe Intercontinentali
  • 3 Supercoppe Europee

L’icona in Maglia Azzurra e l’eroismo di Pasadena

Se con il club ha vinto tutto ciò che era possibile vincere, la storia tra Franco Baresi e la Nazionale italiana è un romanzo intriso di gloria e di epica drammaticità. Campione del Mondo nel 1982 ancora giovanissimo, è diventato il pilastro fondamentale degli Azzurri nei Mondiali casalinghi del 1990 e in quelli americani del 1994.

Proprio durante il Mondiale negli Stati Uniti del 1994, scrisse una delle pagine più incredibili nella storia dello sport. Dopo essersi infortunato al menisco nella seconda gara del girone ed essere stato operato d’urgenza, compì un recupero prodigioso tornò in campo soli 25 giorni dopo per disputare la finale contro il Brasile. In quella caldissima sera di Pasadena, neutralizzò completamente la coppia Romário-Bebeto con una prestazione monumentale, monumentale al punto da far passare in secondo piano l’errore finale dal dischetto nei calci di rigore. Le sue lacrime a fine gara restano l’immagine nitida di un uomo che aveva dato letteralmente tutto per la propria maglia.

L’eredità di Franco Baresi nel calcio contemporaneo

A distanza di anni dal suo ritiro dal calcio giocato, avvenuto nel 1997 con il conseguente e doveroso ritiro della maglia numero 6 da parte del Milan, l’insegnamento di Franco Baresi rimane attualissimo.

In un calcio sempre più veloce, fisico e talvolta superficiale, la parabola sportiva della leggenda del Milan ci ricorda che la vera grandezza si costruisce con il lavoro quotidiano, l’umiltà, la lettura del gioco e il rispetto per i compagni e per gli avversari. Non servivano proclami al giocatore per essere riconosciuto come un leader assoluto: gli bastava allacciarsi gli scarpini, scendere in campo e mostrare a tutti come si difende un’idea di calcio con eleganza, coraggio e classe immutabile.

Ciao Franco, siamo certi che nessuno ti dimenticherà. E speriamo che il tuo insegnamento possa essere utile al calcio mondiale ritornando al giocare per una squadra e non solo per i soldi..