Anno III • Numero 245
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Da Marcinelle alle morti sul lavoro di oggi: settant’anni dopo, la sicurezza resta un’emergenza

Lavoratore in un'area industriale abbandonata.

Dalla tragedia dei minatori italiani in Belgio agli incidenti nei cantieri e nelle fabbriche di oggi. Sono cambiate le tecnologie e le norme, ma il lavoro continua ancora troppo spesso a costare la vita.

L’8 agosto 1956, nella miniera di carbone del Bois du Cazier, a Marcinelle, in Belgio, si consumò una delle più gravi tragedie del lavoro nella storia europea.

Un incendio sviluppatosi all’interno della miniera trasformò in poche ore quello che per centinaia di uomini era un normale turno di lavoro in una catastrofe. Morirono 262 lavoratori appartenenti a dodici diverse nazionalità. Tra loro vi erano 136 italiani.

Marcinelle entrò così nella memoria collettiva del nostro Paese non soltanto come una tragedia mineraria, ma come uno dei simboli più dolorosi dell’emigrazione italiana del dopoguerra.

Erano uomini partiti soprattutto dalle regioni più povere d’Italia alla ricerca di un salario e di una possibilità di futuro. Molti lavoravano a centinaia di metri sotto terra, in condizioni estremamente difficili, all’interno di un sistema produttivo nel quale la tutela della sicurezza era ancora profondamente diversa da quella che conosciamo oggi.

Settant’anni dopo, il mondo del lavoro è radicalmente cambiato.

Sono cambiate le tecnologie. Sono cambiate le imprese. Sono cambiate le norme. Sono cambiati i sistemi di controllo.

Eppure c’è qualcosa che continua drammaticamente a ripetersi: si continua a morire lavorando.

Marcinelle non è soltanto memoria

Ricordare Marcinelle significa inevitabilmente ricordare l’Italia dell’emigrazione.

Nel secondo dopoguerra migliaia di italiani raggiunsero le miniere belghe sulla base degli accordi sottoscritti tra Italia e Belgio per assicurare manodopera alle miniere di carbone e, contemporaneamente, approvvigionamenti energetici al nostro Paese.

Dietro quei flussi migratori vi erano però persone, famiglie, comunità.

Abruzzesi, pugliesi, siciliani, veneti, campani e lavoratori provenienti da molte altre regioni lasciarono l’Italia per svolgere uno dei mestieri più duri e pericolosi dell’epoca.

La tragedia dell’8 agosto 1956 mostrò improvvisamente all’opinione pubblica il prezzo umano di quel modello.

Per questo Marcinelle non appartiene soltanto alla storia dell’emigrazione. Appartiene anche alla storia della sicurezza sul lavoro.

E proprio da questa prospettiva il suo anniversario assume oggi un significato particolare.

Perché se nel 1956 il problema era rappresentato dalle miniere, dalle condizioni estreme e da sistemi di sicurezza ancora insufficienti, oggi gli scenari sono differenti ma la domanda rimane sorprendentemente simile:

quanto vale una vita umana all’interno di un sistema produttivo?

I numeri che non possiamo considerare normali

I dati dell’INAIL restituiscono una fotografia che dovrebbe impedire qualsiasi assuefazione.

Nel 2025 sono state presentate complessivamente 597.710 denunce di infortunio, contro le 589.571 dell’anno precedente.

Le denunce di infortunio con esito mortale pervenute all’Istituto entro il 31 dicembre sono state 1.093, sostanzialmente in linea con le 1.090 registrate nel 2024.

Il dato merita però di essere osservato più attentamente.

Tra i lavoratori, i decessi avvenuti direttamente in occasione di lavoro sono passati da 797 a 792, mentre quelli verificatisi nel tragitto casa-lavoro-casa sono aumentati da 280 a 293, con una crescita del 4,6%.

Non siamo dunque di fronte a una progressione lineare e continua delle morti sul lavoro.

Siamo davanti, forse, a qualcosa di ancora più difficile da accettare: alla persistenza del fenomeno.

Anno dopo anno, centinaia di persone escono di casa per andare al lavoro e non vi fanno ritorno.

E accanto alle morti esiste l’universo, molto più ampio, degli infortuni gravi, delle invalidità permanenti e delle malattie professionali.

Nel 2025 le denunce di malattia professionale hanno raggiunto quota 98.463, con un incremento dell’11,3% rispetto all’anno precedente.

Numeri che mostrano come il costo umano del lavoro non possa essere misurato soltanto attraverso il conteggio delle vittime.

Le nuove miniere non sono più sottoterra

L’immagine di Marcinelle è quella del minatore che scende nelle profondità della terra. Le “miniere” contemporanee hanno però assunto forme differenti. Sono i cantieri edili. Sono gli stabilimenti industriali. Sono i magazzini della logistica. Sono i mezzi di trasporto. Sono le attività agricole. Sono gli impianti nei quali si lavora con macchinari complessi. Sono, in alcuni casi, perfino le strade percorse ogni giorno per raggiungere il luogo di lavoro. Alcuni settori continuano a presentare livelli di rischio particolarmente elevati.

Nel manifatturiero, per esempio, l’INAIL ha rilevato per il 2023 oltre 93 mila denunce di infortunio e 178 decessi. Nello stesso anno le costruzioni hanno registrato 220 casi mortali. Anche il settore dei trasporti e del magazzinaggio presenta criticità significative: nel quinquennio 2020-2024 sono state presentate oltre 242 mila denunce di infortunio, con 923 casi mortali. La geografia del rischio è quindi cambiata, ma non è scomparsa.

Quando la sicurezza diventa soltanto un adempimento

L’Italia dispone oggi di un sistema normativo sulla sicurezza sul lavoro incomparabilmente più articolato rispetto a quello esistente ai tempi di Marcinelle. Il principio fondamentale è semplice: il rischio deve essere individuato, valutato, prevenuto e gestito. Ma proprio qui emerge uno dei problemi centrali. Una normativa può imporre procedure, documenti, dispositivi di protezione, formazione e controlli. Non può, da sola, creare una cultura della sicurezza. La sicurezza fallisce quando viene percepita esclusivamente come un costo. Fallisce quando la formazione diventa un certificato da ottenere invece che una competenza da acquisire. Fallisce quando il documento di valutazione dei rischi viene considerato un fascicolo da conservare anziché uno strumento di gestione. Fallisce quando tempi di consegna, produttività e riduzione dei costi prevalgono sulla prudenza. Fallisce quando un lavoratore precario o economicamente fragile teme che segnalare una situazione pericolosa possa compromettere il proprio posto di lavoro. E fallisce anche quando la catena degli appalti e dei subappalti rende più complessa l’individuazione delle responsabilità e aumenta la distanza tra chi organizza economicamente il lavoro e chi materialmente lo svolge.

Il fattore umano non può essere l’alibi

Dopo molti incidenti viene evocato il cosiddetto “errore umano”. È certamente vero che distrazione, inesperienza o inosservanza delle procedure possono determinare un incidente. Ma fermarsi all’errore del lavoratore rischia di essere una spiegazione troppo semplice. Bisogna domandarsi anche perché quell’errore sia stato possibile. Il lavoratore era stato adeguatamente formato? I dispositivi di protezione erano disponibili e correttamente utilizzati? Il macchinario era sottoposto alla necessaria manutenzione? I turni erano sostenibili? Esistevano pressioni produttive? La procedura di sicurezza era concretamente applicabile oppure esisteva soltanto sulla carta? I controlli erano effettivi?

Una moderna politica della sicurezza dovrebbe partire proprio da questo principio: l’incidente raramente nasce da una sola causa. È generalmente il risultato di una concatenazione di errori, omissioni, carenze organizzative e condizioni operative.

Sicurezza significa anche organizzazione dell’impresa

Esiste poi un aspetto del quale si parla ancora troppo poco. La sicurezza non dovrebbe essere considerata una funzione separata dalla gestione aziendale. È invece parte integrante dell’organizzazione dell’impresa. Un’impresa adeguatamente organizzata deve conoscere i propri rischi operativi, individuare responsabilità precise, programmare la manutenzione, formare le persone, controllare i processi e intervenire quando emergono anomalie. In questa prospettiva la prevenzione degli infortuni entra pienamente nel sistema degli adeguati assetti organizzativi. Sicurezza, governance e continuità aziendale finiscono così per incontrarsi. Un’impresa incapace di controllare i propri processi produttivi non genera soltanto un rischio economico. Può generare un rischio per le persone. Ed è proprio questo passaggio culturale che dovrebbe diventare centrale: considerare la sicurezza non come un vincolo esterno imposto dalla legge, ma come uno degli indicatori della qualità della gestione.

Tecnologia e intelligenza artificiale possono aiutare

Rispetto ai minatori di Marcinelle abbiamo oggi una possibilità che settant’anni fa sarebbe sembrata fantascienza. La tecnologia permette di prevenire molti incidenti prima che accadano. Sensori possono rilevare temperature anomale, gas, vibrazioni o malfunzionamenti. Dispositivi indossabili possono segnalare situazioni di pericolo. Sistemi di geolocalizzazione possono impedire l’avvicinamento di una persona a un macchinario in movimento. Algoritmi possono analizzare migliaia di dati provenienti dagli impianti e individuare anomalie che anticipano un guasto. L’intelligenza artificiale può contribuire alla manutenzione predittiva, all’analisi degli incidenti e dei “quasi incidenti”, alla programmazione dei controlli e all’individuazione delle aree nelle quali il rischio tende a concentrarsi. Ma anche in questo caso la tecnologia non è sufficiente. Un sensore può segnalare un pericolo. Qualcuno deve però essere disposto a fermare la produzione. Ed è qui che ritorna la questione fondamentale: la sicurezza è prima di tutto una scelta organizzativa e culturale.

Non abituarsi ai numeri

Il rischio più grande è forse proprio l’assuefazione. Quando ogni anno si leggono centinaia di notizie di incidenti, le statistiche finiscono per diventare una sequenza di numeri. Un morto in un cantiere. Due operai precipitati. Un lavoratore schiacciato da un macchinario. Un agricoltore travolto da un mezzo. Un autotrasportatore morto sulla strada. Dopo qualche giorno la notizia scompare. Ma dietro ogni numero esiste una famiglia alla quale qualcuno non è tornato. È ciò che accadde anche a Marcinelle. I 262 morti della miniera non erano una statistica. Erano 262 storie. Erano padri, figli, mariti, fratelli. Centotrentasei di quelle storie erano italiane.

Da Marcinelle a oggi

Settant’anni separano il Bois du Cazier dai luoghi di lavoro dell’Italia contemporanea. È cambiato quasi tutto. Eppure il principio sul quale dovrebbe fondarsi qualsiasi sistema produttivo è rimasto lo stesso: nessun risultato economico può giustificare la perdita di una vita umana.

Ricordare Marcinelle, allora, non significa soltanto deporre una corona o dedicare qualche minuto alle vittime. Significa domandarsi che cosa abbiamo imparato. Perché una società che considera inevitabile un certo numero di morti sul lavoro rischia di trasformare una tragedia in una componente statistica del sistema produttivo. La vera eredità di Marcinelle dovrebbe essere esattamente l’opposto. Fare in modo che ogni incidente venga studiato, ogni errore diventi prevenzione, ogni rischio venga individuato prima che produca una vittima. Perché il lavoro può essere faticoso, difficile, perfino rischioso. Ma non dovrebbe mai essere mortale.