Turnover, licenziamenti, stabilità del management e governance entrano nella valutazione del rischio. Una ricerca della Banca d’Italia mostra che, soprattutto nelle piccole imprese, conoscere l’organizzazione aziendale può aiutare a capire prima ciò che i numeri racconteranno dopo.
Per decenni la valutazione del merito creditizio di un’impresa è partita soprattutto dai numeri. Fatturato, marginalità, patrimonio netto, indebitamento, flussi di cassa, puntualità nei pagamenti e andamento dei rapporti bancari hanno costituito la materia prima attraverso la quale le banche hanno cercato di rispondere alla domanda fondamentale: questa impresa sarà in grado di restituire il denaro che le viene prestato? La risposta si basa anche sul rating.
Quel paradigma non sta scomparendo. Ma sta diventando più ampio.
Una ricerca pubblicata nel luglio 2026 dalla Banca d’Italia introduce infatti un elemento particolarmente interessante nel dibattito sulla valutazione del rischio di credito: alcune informazioni di carattere sociale e relative alla governance dell’impresa possono contribuire a migliorare la capacità di prevederne il default.
Il rating rappresenta un aspetto cruciale nella valutazione del rischio di credito di un’impresa.
Il lavoro, intitolato Il ruolo dei fattori sociali e di governo societario nella valutazione del rischio di default, analizza le imprese non finanziarie italiane nell’ambito dell’In-house Credit Assessment System (ICAS) della Banca d’Italia. Gli autori verificano se l’aggiunta di indicatori sociali e di corporate governance possa migliorare un modello che già utilizza informazioni finanziarie e relative al comportamento creditizio.
La risposta è positiva, anche se con una precisazione importante: il miglioramento esiste, ma il suo contributo complessivo alla performance del modello rimane moderato. Non siamo quindi di fronte alla sostituzione dell’analisi finanziaria tradizionale, bensì al suo progressivo arricchimento.
Dal bilancio all’impresa reale
È probabilmente questo l’aspetto più interessante.
Un bilancio fotografa una situazione economica e patrimoniale riferita a un determinato periodo. Il problema del credito, invece, riguarda soprattutto il futuro.
La banca non deve soltanto sapere se l’impresa è stata solvibile. Deve cercare di capire se continuerà a esserlo.
Ed è qui che assumono importanza informazioni apparentemente lontane dalla tradizionale analisi bancaria.
Che cosa accade, per esempio, se un’impresa presenta ancora un EBITDA soddisfacente e un patrimonio adeguato, ma contemporaneamente perde personale qualificato?
Che cosa significa un turnover dei dipendenti improvvisamente superiore alla media del settore?
E cosa può indicare un aumento significativo dei licenziamenti?
Oppure, sul versante della governance, quanto conta la stabilità degli amministratori, la struttura proprietaria o l’organizzazione degli organi societari?
Sono informazioni che possono intercettare fenomeni che non hanno ancora prodotto pienamente i propri effetti sui conti.
In altre parole, il deterioramento organizzativo potrebbe precedere quello finanziario.
Il capitale umano diventa una variabile di rischio
La ricerca della Banca d’Italia utilizza per la componente sociale informazioni provenienti dalla banca dati INPS, mentre gli indicatori di governance sono ricavati da informazioni sulle relazioni societarie e sulle caratteristiche del governo delle imprese non comprese nelle tradizionali variabili finanziarie.
La conseguenza è significativa.
Il personale non rappresenta soltanto un costo riportato nel conto economico. Può diventare anche una fonte di informazione sulla salute dell’organizzazione.
Un turnover elevato può essere perfettamente fisiologico in determinati settori o in particolari fasi di crescita. Ma se diventa anomalo rispetto alla storia dell’impresa e ai concorrenti può segnalare problemi organizzativi, difficoltà nel trattenere competenze, tensioni interne o aspettative negative.
Analogamente, una riduzione dell’occupazione può derivare da un’efficiente riorganizzazione oppure rappresentare uno dei primi segnali di difficoltà.
Il dato, dunque, non deve essere letto isolatamente.
Ed è proprio questa la trasformazione più importante: non aumenta soltanto la quantità dei dati disponibili; aumenta la possibilità di incrociarli.
Perché il fenomeno è particolarmente importante nelle PMI
Il risultato forse più significativo dello studio riguarda le dimensioni aziendali.
Banca d’Italia rileva che gli indicatori sociali e di governance risultano statisticamente significativi soprattutto per le imprese micro e piccole. Per le imprese medie e grandi, invece, risultano statisticamente significativi soltanto gli indicatori sociali.
La spiegazione può essere intuita osservando la struttura del nostro sistema produttivo.
Nelle grandi imprese esistono generalmente strutture organizzative formalizzate, sistemi di controllo interno, organi societari articolati e una quantità maggiore di informazioni disponibili.
Nella piccola impresa, invece, proprietà, management e organizzazione tendono frequentemente a sovrapporsi.
La perdita di una persona chiave può quindi avere conseguenze molto maggiori. Lo stesso vale per l’instabilità della proprietà o del management.
In una grande azienda la struttura può compensare la sostituzione di un dirigente. In una piccola impresa la fuoriuscita dell’imprenditore, del direttore commerciale o del responsabile tecnico può modificare radicalmente le prospettive aziendali.
Proprio dove le informazioni finanziarie sono spesso meno articolate, quindi, le informazioni non finanziarie possono acquisire maggiore valore informativo.
Non è la fine del bilancio
Sarebbe però sbagliato concludere che in futuro le banche concederanno credito sulla base del turnover dei dipendenti o della composizione del consiglio di amministrazione.
La stessa Banca d’Italia sottolinea che il contributo aggiuntivo degli indicatori sociali e di governance alla capacità complessiva del modello rimane moderato.
Il bilancio continuerà a essere fondamentale.
Così come resteranno centrali la posizione finanziaria, la capacità di generare cassa, il livello di indebitamento, il comportamento nei confronti del sistema bancario e soprattutto la sostenibilità futura del debito.
Ma questi elementi possono essere affiancati da altre informazioni.
Possiamo immaginare la valutazione creditizia contemporanea come una serie di livelli sovrapposti:
dati economico-finanziari + comportamento creditizio + capacità prospettica di rimborso + organizzazione + governance + fattori ESG.
Il risultato è una rappresentazione dell’impresa molto più vicina alla sua realtà economica.
Dalla fotografia al film
La trasformazione è coerente con un’evoluzione già in corso nella regolamentazione bancaria europea.
Le Guidelines dell’EBA sulla concessione e sul monitoraggio dei prestiti richiedono agli intermediari processi robusti di valutazione della capacità del debitore di rispettare le proprie obbligazioni durante il ciclo di vita del finanziamento.
La stessa EBA ha chiarito che i fattori ESG devono essere considerati nella valutazione del merito creditizio nella misura in cui possono incidere sulla performance finanziaria del debitore e, quindi, sulla sua capacità di rimborso.
È un passaggio concettuale fondamentale.
Il credito sta progressivamente passando dalla fotografia dell’impresa al film dell’impresa.
Il bilancio racconta ciò che è accaduto.
I flussi di cassa cercano di raccontare ciò che potrà accadere.
I dati andamentali mostrano come l’impresa si sta comportando.
Le informazioni organizzative possono infine intercettare alcuni dei cambiamenti che precedono persino la manifestazione economico-finanziaria della crisi.
Il vero sistema di allerta precoce
Questo porta direttamente al tema degli early warning indicators.
Pensiamo a un’impresa che presenti contemporaneamente:
un aumento significativo del turnover dei dipendenti, la perdita di alcune figure chiave, un peggioramento dei tempi di pagamento dei clienti, maggiore utilizzo degli affidamenti bancari e una riduzione progressiva della liquidità.
Presi singolarmente, questi fenomeni potrebbero avere spiegazioni assolutamente fisiologiche.
Considerati insieme, raccontano una storia diversa.
Ed è proprio nell’incrocio delle informazioni che possono intervenire modelli statistici sempre più evoluti e, progressivamente, strumenti di intelligenza artificiale.
Non per sostituire automaticamente il giudizio umano, ma per individuare correlazioni e anomalie difficili da intercettare attraverso una lettura tradizionale dei documenti aziendali.
Ma attenzione all’algoritmo
Più dati, tuttavia, non significano automaticamente decisioni migliori.
Se la valutazione del credito utilizzerà un numero crescente di informazioni sull’impresa, emergeranno almeno tre questioni: qualità dei dati, trasparenza dei modelli e possibilità di comprendere perché una determinata informazione abbia influenzato il giudizio.
Un elevato turnover, ad esempio, potrebbe essere indice di difficoltà aziendale ma anche conseguenza di una fase di fortissima espansione.
Una modifica del consiglio di amministrazione potrebbe segnalare instabilità oppure rappresentare l’ingresso di nuove competenze necessarie alla crescita.
La correlazione statistica non deve quindi trasformarsi automaticamente in causalità.
È qui che rimane essenziale l’analisi del gestore, dell’analista del credito e degli organi deliberanti: il modello segnala; l’uomo deve comprendere.
Cambia anche il rapporto banca-impresa
La ricerca ha infine una conseguenza che va oltre i modelli statistici.
Se le banche conosceranno sempre meglio le imprese attraverso dati finanziari, creditizi, organizzativi e di governance, anche l’impresa dovrà imparare a raccontarsi in maniera diversa.
Non sarà più sufficiente presentare un buon bilancio.
Occorrerà dimostrare di possedere un’organizzazione capace di sostenere la crescita, una governance adeguata, persone chiave non facilmente sostituibili ma neppure indispensabili al punto da rappresentare un rischio, sistemi di controllo coerenti con la dimensione aziendale e soprattutto una strategia credibile.
È un passaggio particolarmente importante per le PMI italiane.
La qualità organizzativa potrebbe diventare progressivamente anche qualità creditizia.
Il credito del futuro conoscerà meglio l’impresa
Per molti anni il rapporto tra banca e impresa ha sofferto di una contraddizione: si pretendeva di valutare il futuro utilizzando prevalentemente informazioni provenienti dal passato.
Oggi quella contraddizione comincia lentamente a ridursi.
Bilanci, Centrale dei Rischi e dati finanziari continueranno a costituire la struttura portante della valutazione. Ma intorno a essi sta crescendo un ecosistema informativo molto più ampio.
La ricerca della Banca d’Italia non dimostra che turnover, licenziamenti o governance possano prevedere da soli una crisi. Dimostra qualcosa di forse più importante: possono aggiungere informazione alla previsione del default, soprattutto quando l’impresa è piccola.
Ed è da qui che potrebbe nascere il vero cambiamento.
La banca del futuro potrebbe non chiedersi soltanto: quanto fattura questa impresa, quanto deve e quanto guadagna?
Potrebbe chiedersi anche: come è organizzata, come stanno cambiando le sue persone, chi la governa, quali rischi sta accumulando e quanto è capace di adattarsi?
Perché spesso una crisi aziendale non comincia nel giorno in cui il bilancio registra una perdita o una rata non viene pagata.
Comincia molto prima.
La vera sfida del credito sarà riuscire a riconoscerla quando è ancora soltanto un segnale.