La tragedia al confine tra Nepal e Tibet riapre una domanda che riguarda milioni di viaggiatori: quanto conosciamo davvero i rischi dei luoghi che decidiamo di visitare? Frane, alluvioni, incendi, temperature estreme e territori difficili da raggiungere impongono un nuovo modo di preparare un viaggio. Senza rinunciare a partire, ma imparando anche a capire quando è meglio fermarsi.
Quando prepariamo un viaggio, controlliamo quasi tutto, inclusi i rischi legati a viaggiare in destinazioni potenzialmente pericolose.
Il prezzo dei voli, la posizione dell’albergo, le recensioni, i ristoranti, le escursioni, i documenti necessari. Consultiamo decine di siti per sapere quale sia la spiaggia più bella o il punto migliore dal quale fotografare un tramonto.
Molto più raramente ci chiediamo una cosa elementare:
quanto è sicuro il territorio che stiamo per attraversare proprio nel periodo in cui abbiamo deciso di andarci?
La tragedia che il 26 agosto ha investito l’area himalayana tra Nepal e Tibet rende questa domanda drammaticamente attuale.
Una gigantesca massa di acqua, fango e rocce ha travolto la zona di confine, distruggendo strade, ponti e infrastrutture, evidenziando i rischi di viaggiare in regioni vulnerabili.
Anche alcuni viaggiatori stranieri sono rimasti coinvolti nell’emergenza e la Farnesina si è attivata per verificare la situazione degli italiani presenti nell’area.
La dinamica esatta dell’evento dovrà essere ricostruita.
Ed è importante dirlo.
Attribuire automaticamente ogni frana, alluvione o incendio al cambiamento climatico sarebbe scientificamente scorretto. Un singolo evento può dipendere da molte cause: caratteristiche geologiche, terremoti, precipitazioni, instabilità dei versanti, condizioni dei ghiacciai, interventi umani.
Ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorare ciò che sta accadendo intorno a noi.
Non cambia soltanto il clima. Cambia il viaggio
Viaggiare responsabilmente implica anche considerare i cambiamenti climatici che possono influenzare le nostre scelte.
Per molto tempo abbiamo associato il rischio turistico soprattutto ad alcuni fattori.
Guerre.
Terrorismo.
Criminalità.
Instabilità politica.
Malattie.
Oggi dobbiamo aggiungerne un altro: la crescente vulnerabilità ambientale delle destinazioni.
Il rischio non riguarda soltanto paesi lontani o avventure estreme.
Può riguardare una vacanza nel Mediterraneo durante un’ondata di incendi.
Un trekking sulle Alpi durante precipitazioni eccezionali.
Un viaggio in Asia nella stagione monsonica.
Una visita in una regione desertica durante un’ondata di calore.
Un itinerario lungo una costa interessata da cicloni o uragani.
Il punto non è stabilire se questi luoghi siano diventati improvvisamente “pericolosi”.
Il punto è capire che la sicurezza di una destinazione non è più una caratteristica immutabile.
Dipende dal luogo.
Ma sempre più spesso dipende anche dal momento.
Non basta chiedersi dove. Bisogna chiedersi quando
È probabilmente questa la prima rivoluzione culturale che il viaggiatore dovrà affrontare.
Abbiamo sempre scelto il periodo di una vacanza pensando soprattutto al clima e ai prezzi.
Andare in bassa stagione significava spendere meno.
Viaggiare durante la stagione delle piogge poteva essere un compromesso accettabile in cambio di voli e alberghi più economici.
Oggi quella scelta dovrebbe essere valutata anche sotto un altro profilo.
Una settimana di pioggia può rovinare una vacanza.
Una precipitazione eccezionale in una valle isolata può invece interrompere una strada e trasformare completamente un viaggio.
Non significa che dobbiamo smettere di visitare determinate regioni.
Significa che la stagionalità deve diventare parte della valutazione della sicurezza.
L’illusione dell’escursione organizzata
C’è poi un meccanismo psicologico molto diffuso.
Se un’escursione viene venduta, pensiamo che sia sicura.
Se esiste una strada, immaginiamo che sia percorribile.
Se un tour operator propone un trekking, riteniamo che qualcuno abbia già valutato il rischio per noi.
Se centinaia di recensioni raccontano quell’esperienza, ci sentiamo rassicurati.
Ma disponibilità commerciale e sicurezza non sono sinonimi.
Una guida esperta può ridurre enormemente il rischio.
Un’organizzazione seria può predisporre procedure di emergenza.
Nessuno dei due può però controllare completamente una montagna, un ghiacciaio, un fiume o un evento meteorologico estremo.
È una distinzione fondamentale.
Il fatto che possiamo andare in un luogo non significa automaticamente che sia opportuno andarci in qualsiasi momento.
Il turismo ci ha portato sempre più lontano
Esiste anche un paradosso del turismo contemporaneo.
Più il mondo è diventato facilmente raggiungibile, più abbiamo cercato esperienze eccezionali.
Non ci basta più osservare una montagna.
Vogliamo scalarla.
Non ci basta vedere un ghiacciaio.
Vogliamo camminarci sopra.
Non ci basta osservare un vulcano da lontano.
Vogliamo arrivare al cratere.
Cerchiamo deserti, canyon, foreste, cascate, barriere coralline, regioni polari.
Non c’è nulla di sbagliato in questo desiderio.
Il viaggio è anche scoperta, curiosità, superamento dei propri confini.
Il problema nasce quando confondiamo l’accessibilità con l’assenza di rischio.
Una fotografia sui social mostra il panorama.
Quasi mai mostra quanto sia lontano l’ospedale più vicino.
La vera domanda: cosa succede se qualcosa va storto?
È forse questa la domanda che dovremmo aggiungere alla preparazione di ogni viaggio.
Non soltanto:
quanto è probabile che accada qualcosa?
Ma:
se accade, cosa succede?
La differenza è enorme.
Un violento temporale nel centro di una grande città può creare disagi.
Lo stesso temporale durante un trekking in una valle raggiungibile attraverso una sola strada può diventare un problema completamente diverso.
Una distorsione alla caviglia a pochi chilometri da un ospedale è un incidente.
La stessa distorsione a cinque ore di cammino dal primo centro abitato può trasformarsi in un’emergenza.
Il rischio nasce quindi dall’incontro di almeno tre elementi:
probabilità dell’evento, gravità delle conseguenze e capacità di ricevere soccorso.
È un modo molto più razionale di valutare un viaggio.
La tecnologia ci ha resi più sicuri. E forse troppo sicuri di noi stessi
Abbiamo strumenti straordinari.
GPS.
Previsioni meteorologiche sempre più precise.
Mappe offline.
Telefoni satellitari.
Localizzatori personali.
Sistemi di allerta.
Applicazioni attraverso le quali comunicare la propria posizione.
Possiamo sapere con grande precisione dove siamo.
Ma sapere dove siamo non significa necessariamente poter essere raggiunti.
Una frana può interrompere l’unica strada.
Una piena può distruggere un ponte.
Il vento può impedire il decollo di un elicottero.
Una perturbazione può rendere impossibile un soccorso aereo.
La tecnologia riduce alcuni rischi.
Non elimina la vulnerabilità dell’uomo davanti al territorio.
Il nuovo lusso potrebbe essere la sicurezza
Per anni il turismo ha venduto soprattutto comfort.
Hotel migliori.
Voli più comodi.
Esperienze esclusive.
Forse nei prossimi anni un nuovo elemento diventerà sempre più importante: la capacità di garantire sicurezza e resilienza.
Un tour operator dovrebbe poter spiegare non soltanto cosa vedremo, ma cosa accadrà in caso di emergenza.
Una struttura isolata dovrebbe indicare le vie di evacuazione.
Un’organizzazione di trekking dovrebbe conoscere le alternative in caso di interruzione di un percorso.
Le assicurazioni dovrebbero essere lette non soltanto per verificare il rimborso del bagaglio, ma soprattutto per capire se comprendono ricerca, soccorso, evacuazione ed eventuale rimpatrio.
E anche noi viaggiatori dovremo imparare a fare domande diverse.
Dieci domande prima di partire
Prima di affrontare un viaggio in un territorio particolarmente esposto potrebbe essere utile dedicare dieci minuti a una verifica molto semplice.
- Qual è realmente la stagione migliore? Non soltanto quella più economica.
- Quali eventi naturali interessano quella regione? Monsoni, cicloni, incendi, frane, alluvioni, caldo estremo.
- Sono accaduti eventi importanti negli ultimi anni?
- Esiste una sola strada per raggiungere o lasciare la zona?
- Quanto dista l’ospedale realmente attrezzato più vicino?
- Esiste copertura telefonica lungo tutto l’itinerario?
- Come funzionano i soccorsi in quella regione?
- La mia assicurazione copre ricerca, soccorso ed evacuazione?
- Posso modificare l’itinerario senza compromettere l’intero viaggio?
- Rinuncerei all’escursione se le condizioni fossero peggiori del previsto?
L’ultima domanda è probabilmente la più importante.
Perché prepararsi al rischio serve a poco se poi, una volta arrivati, non siamo disposti a cambiare programma.
La trappola del “ormai siamo qui”
Esiste infatti un momento particolarmente pericoloso durante molti viaggi.
Abbiamo pagato.
Abbiamo percorso migliaia di chilometri.
Forse quella sarà l’unica occasione della nostra vita per vedere quel luogo.
La guida ci dice che le condizioni non sono ideali.
Il cielo non promette nulla di buono.
Ma pensiamo:
ormai siamo qui.
È una frase apparentemente innocua.
Può diventare una pessima consigliera.
In economia si parlerebbe di sunk cost: il costo già sostenuto influenza una decisione che dovrebbe invece dipendere soltanto dalle condizioni presenti e future.
Anche nel viaggio accade qualcosa di simile.
Abbiamo speso tremila euro per arrivare fin lì e quindi ci sembra assurdo rinunciare a un’escursione da cento euro.
Ma i tremila euro sono già stati spesi.
Non diventano più utili perché decidiamo di correre un rischio.
Saper rinunciare può essere una delle forme più mature del viaggiare.
Non dobbiamo smettere di partire
Sarebbe però profondamente sbagliato trasformare tutto questo in un invito alla paura.
Il mondo non è improvvisamente diventato un luogo nel quale non si può più viaggiare.
Milioni di persone continueranno a percorrere l’Himalaya, attraversare deserti, navigare negli oceani e visitare regioni tropicali.
Ed è giusto che sia così.
Viaggiare significa anche accettare una quota di incertezza.
Ma esiste una differenza tra accettare un rischio conosciuto e ignorare un rischio che avremmo potuto conoscere.
È forse questa la vera lezione che possiamo ricavare dalle tragedie che periodicamente coinvolgono viaggiatori in luoghi straordinari e fragili.
Continuare a viaggiare, ma imparare anche a rinunciare
Il cambiamento più importante, allora, potrebbe non riguardare le nostre destinazioni.
Potrebbe riguardare noi.
Dovremo imparare a scegliere meglio il periodo.
A controllare non soltanto il meteo del giorno dopo ma la vulnerabilità complessiva del territorio.
A pretendere informazioni dagli operatori.
A verificare realmente le assicurazioni.
A costruire itinerari con alternative.
E soprattutto ad accettare che qualche volta il viaggio migliore sia quello nel quale non abbiamo visto tutto ciò che avevamo programmato.
Perché una montagna sarà ancora lì.
Un ghiacciaio forse cambierà.
Una cascata continuerà a scorrere.
Un sentiero potrà essere percorso un’altra volta.
La nostra vita, invece, non è un’esperienza riprogrammabile.
La tragedia del Nepal e del Tibet non dovrebbe convincerci a smettere di viaggiare.
Dovrebbe ricordarci qualcosa di molto più semplice:
il coraggio del viaggiatore non consiste nell’andare sempre avanti. Qualche volta consiste nel sapere quando fermarsi.