Anno III • Numero 245
9772039198001

QUOTIDIANO DI INFORMAZIONE LIBERA E INDIPENDENTE

Il coraggio di perdonare: quando lasciare andare il rancore significa tornare a vivere

L’abbraccio di Davide Simone Cavallo ai giovani accusati di averlo aggredito ci costringe a interrogarci sul significato più profondo del perdono.

Perdonare non significa dimenticare né cancellare le responsabilità. Forse significa, prima di tutto, impedire al male ricevuto di continuare a vivere dentro di noi.

Ci sono notizie che raccontano un fatto. E poi ce ne sono alcune che, quasi senza volerlo, ci pongono una domanda.

Quella di Davide Simone Cavallo appartiene alla seconda categoria.

Nell’ottobre del 2025, a Milano, Davide aveva ventidue anni quando venne accoltellato durante una rapina per poche decine di euro. Una violenza assurda, sproporzionata, capace in pochi istanti di cambiare radicalmente la vita di un ragazzo.

Davide è rimasto paralizzato.

Mesi dopo si è trovato davanti alcuni dei giovanissimi accusati di quell’aggressione. Avrebbe potuto ignorarli. Avrebbe potuto guardarli con rabbia. Nessuno avrebbe avuto il diritto di rimproverarglielo.

Ha fatto invece qualcosa di completamente diverso.

Li ha abbracciati.

E ha pronunciato una frase che contiene probabilmente il senso più profondo della sua scelta:

«Siamo legati da un evento terribile».

È difficile rimanere indifferenti davanti a un gesto simile.

Ma soprattutto è difficile non domandarsi: noi saremmo capaci di farlo?

Il perdono non cancella la colpa

Quando parliamo di perdono rischiamo spesso un equivoco.

Perdonare non significa dire che ciò che è accaduto non sia importante.

Non significa dimenticare.

Non significa giustificare.

E non significa neppure rinunciare alla giustizia.

Chi commette un reato deve risponderne. La società ha il diritto e il dovere di accertare le responsabilità e applicare le conseguenze previste dalla legge.

Il perdono appartiene a un territorio differente.

La giustizia stabilisce ciò che dobbiamo agli altri.

Il perdono riguarda ciò che decidiamo di fare dentro di noi con il male che abbiamo ricevuto.

Ed è forse questa distinzione a permetterci di comprendere il gesto di Davide.

L’abbraccio non cancella la coltellata.

Non restituisce a quel ragazzo ciò che ha perduto.

Non modifica la gravità di quanto accaduto.

Ma impedisce forse a quella coltellata di continuare a colpirlo ogni giorno anche attraverso l’odio.

Il peso invisibile del rancore

Naturalmente quasi nessuno di noi dovrà confrontarsi con una prova tanto drammatica.

Eppure tutti conosciamo, in forme molto più piccole, il rancore.

Una persona che ci ha tradito.

Un amico che ci ha deluso.

Una parola che non abbiamo dimenticato.

Un’ingiustizia sul lavoro.

Un familiare con il quale abbiamo interrotto i rapporti.

Un amore terminato lasciando dietro di sé rabbia e domande.

A volte trascorrono dieci, venti, persino trent’anni e continuiamo a raccontare quell’episodio nello stesso modo.

Ricordiamo perfettamente le parole.

Ricostruiamo la scena.

Ripetiamo mentalmente quello che avremmo voluto rispondere.

È come se conservassimo dentro di noi un piccolo tribunale permanentemente aperto.

Il processo non finisce mai.

La sentenza è già stata pronunciata, ma continuiamo ugualmente a celebrarlo.

E c’è un paradosso.

La persona che ci ha fatto del male potrebbe avere continuato da tempo la propria vita.

Siamo noi a continuare a portarla dentro.

Forse perdoniamo soprattutto per noi stessi

È qui che il significato del perdono può cambiare completamente.

Siamo abituati a pensare:

Perché dovrei perdonarlo? Non se lo merita.

Ma forse la domanda potrebbe essere un’altra:

quanto mi costa continuare a non perdonarlo?

Perché il rancore ha un prezzo.

Occupa pensieri.

Consuma energie.

Alimenta rabbia.

Tiene aperte ferite che il tempo, da solo, non sempre riesce a chiudere.

Perdonare allora non significa necessariamente fare un regalo a chi ci ha ferito.

Può significare fare un regalo a noi stessi.

Dire:

quello che mi hai fatto appartiene alla mia storia, ma non permetterò che continui a decidere il mio presente.

Questa è forse una delle forme più profonde di libertà.

Perdonare non significa necessariamente tornare insieme

C’è poi un altro equivoco da evitare.

Perdono e riconciliazione non sono sinonimi.

Possiamo perdonare qualcuno e decidere comunque che quella persona non debba più fare parte della nostra vita.

Esistono relazioni dalle quali è necessario allontanarsi.

Esistono comportamenti che non devono essere nuovamente tollerati.

Esistono ferite dalle quali dobbiamo imparare.

Il perdono non obbliga a ricominciare.

La riconciliazione richiede due persone, la volontà reciproca, il riconoscimento degli errori e spesso un cambiamento.

Il perdono, invece, può avvenire anche dentro una sola persona.

E qualche volta l’altro potrebbe persino non sapere di essere stato perdonato.

Ricordare senza odiare

La vera alternativa al rancore non è l’amnesia.

La memoria è importante.

Ci permette di imparare.

Ci protegge dal ripetere gli stessi errori.

Ci ricorda chi siamo diventati anche attraverso ciò che abbiamo attraversato.

Ma esiste una differenza enorme tra ricordare una ferita e continuare ad abitarla.

Possiamo ricordare qualcuno senza odiarlo.

Possiamo riconoscere un’ingiustizia senza permetterle di accompagnarci per tutta la vita.

Possiamo perfino riconoscere che una persona ha commesso qualcosa di terribile senza convincerci che quella persona coincida per sempre con il suo errore.

Davide aveva già espresso questo pensiero rivolgendosi ai ragazzi coinvolti nella sua aggressione con poche parole:

«Non siete perduti».

Forse è questa la parte più difficile del perdono.

Credere che un uomo sia qualcosa di più del peggiore errore che abbia commesso.

La possibilità di una seconda vita

La vicenda di Milano introduce inevitabilmente anche il tema della giustizia riparativa.

Quando gli autori di un reato sono molto giovani, la società deve certamente chiedere loro di assumersi la responsabilità di ciò che hanno fatto.

Ma dovrebbe anche porsi un’altra domanda.

Cosa vogliamo che diventino dopo?

Punire è necessario.

Recuperare può esserlo altrettanto.

La giustizia riparativa nasce proprio dall’idea che, accanto alla pena, possa esistere uno spazio nel quale vittima e autore del reato affrontino – quando entrambi lo vogliono – le conseguenze di ciò che è accaduto.

Non serve a cancellare il reato.

Serve, semmai, a riconoscerlo fino in fondo.

Perché assumersi veramente una responsabilità significa anche riuscire a guardare il dolore che abbiamo provocato.

Una parola antica che abbiamo dimenticato

Il perdono attraversa da millenni il pensiero religioso e filosofico.

Nel cristianesimo occupa un posto centrale. Papa Francesco ne ha parlato continuamente, ricordando quanto il perdono sia difficile ma anche quanto sia necessario per interrompere la catena del rancore e della vendetta.

Ma non occorre essere credenti per comprendere la forza di questo messaggio.

Il perdono può essere letto anche semplicemente come un esercizio profondamente umano.

Viviamo in un tempo nel quale sembra diventato sempre più facile condannare.

Sui social giudichiamo una persona attraverso una frase.

Nella vita pubblica trasformiamo l’avversario in un nemico.

Nelle relazioni personali interrompiamo rapporti che duravano da anni.

Abbiamo imparato molto bene a stabilire chi ha torto e chi ha ragione.

Forse abbiamo imparato molto meno a ricominciare.

Quanto tempo abbiamo perso?

C’è una domanda ancora più semplice.

Quanti anni della nostra vita abbiamo dedicato a rancori che oggi quasi non ricordiamo più perché erano cominciati?

Quante amicizie avrebbero potuto essere salvate?

Quanti fratelli avrebbero potuto parlarsi?

Quanti genitori e figli avrebbero potuto recuperare il tempo perduto?

Spesso aspettiamo che sia l’altro a fare il primo passo.

Perché è stato lui a sbagliare.

Perché dovrebbe telefonare lui.

Perché dovrebbe chiedere scusa lui.

E così aspettiamo.

Un mese.

Un anno.

Dieci anni.

Ma mentre aspettiamo che qualcuno faccia il primo passo, la vita continua a camminare senza aspettarci.

Ed è forse questo il vero prezzo del rancore.

Il tempo.

Imparare a perdonare per vivere meglio

Nessuno può imporre il perdono.

Sarebbe perfino ingiusto pretenderlo da chi ha subito un dolore profondo.

Ogni ferita possiede i propri tempi.

Ma forse possiamo imparare almeno a interrogarci.

Quando conserviamo un rancore possiamo domandarci:

mi sta proteggendo oppure mi sta imprigionando?

Quando ricordiamo continuamente un’offesa possiamo chiederci:

sto chiedendo giustizia oppure sto semplicemente continuando a soffrire?

E soprattutto:

questa persona merita davvero di occupare ancora tanto spazio nella mia vita?

A quel punto il perdono assume un significato completamente diverso.

Non è debolezza.

Può essere una forma di forza.

Non è resa.

Può essere liberazione.

Non significa cancellare il passato.

Significa impedirgli di governare il presente.

Quell’abbraccio riguarda anche noi

Davide Simone Cavallo ha abbracciato alcuni dei ragazzi accusati di aver contribuito a cambiare per sempre la sua vita.

Non sappiamo cosa abbia provato in quel momento.

Probabilmente nessuno che non abbia vissuto qualcosa di simile può comprenderlo fino in fondo.

Ma possiamo osservare quel gesto e farci una domanda.

Non se saremmo capaci di perdonare una coltellata.

È una domanda troppo grande.

Possiamo cominciare da qualcosa di molto più vicino.

Chi è la persona che non abbiamo ancora perdonato?

Forse è qualcuno che non vediamo da anni.

Forse è seduto alla nostra stessa tavola.

Forse siamo persino noi stessi.

Perché esiste anche un perdono del quale parliamo pochissimo: quello verso i nostri errori, le occasioni perdute, le decisioni sbagliate, le persone che avremmo voluto essere e non siamo riusciti a diventare.

Forse imparare a perdonare significa proprio questo.

Accettare che gli esseri umani possano sbagliare senza essere necessariamente condannati a rimanere per sempre prigionieri del proprio errore.

Gli altri.

E noi.

Il gesto di Davide non ci dice che dobbiamo dimenticare.

Ci suggerisce qualcosa di molto più difficile:

possiamo ricordare senza continuare a odiare.

Perché il passato non possiamo cambiarlo.

Ma possiamo ancora decidere quanto spazio concedergli nel nostro futuro.

E forse, qualche volta, perdonare significa semplicemente scegliere di vivere meglio il tempo che ci resta.