Procreazione Medicalmente Assistita, cresce in Italia. Cosa sapere prima di iniziare. La parola al Dottor Marco Grassi

In Italia, la procreazione medicalmente assistita (PMA) rappresenta una risorsa fondamentale per le coppie che affrontano difficoltà nel concepimento. Quando si parla di procreazione assistita, molti trovano conforto nei progressi della medicina, facendo di procreazione assisitita un tema di grande interesse.

Secondo i dati riportati nella Relazione al Parlamento 2024 del Ministero della Salute, tra il 2021 ed il 2022 le tecniche di PMA hanno registrato un aumento delle coppie trattate (da 86.090 a 87.192), dei cicli effettuati (da 108.067 a 109.755) e i bambini nati vivi (da 16.625 a 16.718).


A fare eco a questa crescita sono i dati diffusi dall’ISS (Istituto Superiore di Sanità), secondo i quali all’approvazione della legge 40/2004 che regolava la Procreazione Medicalmente Assistita, il numero dei trattamenti effettuati ogni anno è raddoppiato.

La PMA, o “fecondazione artificiale”, rappresenta dunque   una soluzione efficace per le coppie che non riescono a concepire un bambino naturalmente.

Attraverso tecniche avanzate, la procreazione medicalmente assistita offre un’opportunità concreta per superare le difficoltà legate all’infertilità, quando il concepimento spontaneo è impossibile o molto complesso, o quando altre terapie mediche o chirurgiche non hanno avuto successo, evidenziando l’importanza della procreazione assisitita.

Dal 1° gennaio 2025, la PMA è stata inclusa nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), rendendo i trattamenti finalmente accessibili a tutte le coppie eterosessuali con una diagnosi di infertilità. Le coppie potranno accedere ai trattamenti con un ticket che varia tra i 100 e i 300 euro, con costi notevolmente ridotti rispetto al passato.

Si conferma la disparità nella distribuzione dei centri pubblici e privati convenzionati a livello nazionale, con una maggiore concentrazione nel Nord Italia. Il numero di cicli effettuati per donne in età fertile risulta più elevato nelle Regioni del Nord e del Centro, mentre nelle Regioni del Sud l’offerta di cicli è inferiore alla media nazionale. La situazione procreazione assisitita varia significativamente tra Nord e Sud Italia.

Sull’argomento PMA ci fa chiarezza il Dottor Marco Grassi, ginecologo dell’Ospedale Mazzoni di Ascoli Piceno.

Quando una coppia può valutare il ricorso alla PMA?

Una coppia, secondo le linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), può ricorrere alla procreazione medicalmente assistita dopo un periodo compreso tra 12 e 24 mesi di rapporti regolari e non protetti. Tuttavia, questo intervallo si riduce a sei mesi se la donna ha superato i 35 anni o se sono presenti fattori di rischio, come precedenti interventi chirurgici agli organi pelvici, infezioni utero-ovariche, endometriosi o altre patologie che interessano l’apparato riproduttivo. La procreazione assisitita è spesso consigliata in questi casi.

Come viene effettuata la scelta delle tecniche da utilizzare?

 La scelta della procedura adatta dipende principalmente dalla causa di infertilità della coppia. Si segue un principio di gradualità, partendo dalle tecniche meno invasive, sia da un punto di vista tecnico che psicologico, per passare eventualmente a quelle più complesse in caso di bisogno.
Le tecniche di procreazione medicalmente assistita si distinguono in base alla loro complessità. La più semplice è l’inseminazione intrauterina (IUI), una procedura poco invasiva che consiste nell’inserire il liquido seminale, trattato in laboratorio, direttamente nell’utero della donna. In questo modo si facilita l’incontro tra spermatozoo e ovocita, con la fecondazione che avviene naturalmente all’interno del corpo. Nelle tecniche più complesse, come la fecondazione in vitro, invece, la fecondazione avviene in laboratorio.

Quali sono i fattori che possono influenzare il successo della PMA?
Molte coppie, grazie alla procreazione medicalmente assistita, oggi riescono ad avere un figlio, tuttavia è necessario essere consapevoli che, superati i 40 anni, le percentuali di successo subiscono una significativa flessione questo dato non deve scoraggiare, ma incentivare un dialogo aperto con il proprio medico per esplorare le opzioni terapeutiche più idonee a seconda della specifica situazione.

Le donne che si sottopongono alla fecondazione in vitro con ovociti donati hanno un’età media di 41,9 anni, mentre quelle che utilizzano seme donato presentano un’età media di 34,6 anni.  Come mai si usano ovociti donati?
La principale motivazione per cui vengono utilizzati ovociti donati è l’età materna avanzata, a indicare che questa tecnica è impiegata soprattutto per infertilità fisiologica piuttosto che per patologie specifiche.