I riflettori della diplomazia internazionale rimangono puntati sulla località svizzera di Bürgenstock, teatro di un passaggio geopolitico che potrebbe ridefinire gli equilibri di sicurezza nel Medio Oriente e sull’intero scacchiere globale. I colloqui diretti tra le delegazioni di Stati Uniti e Iran si sono conclusi con un riscontro giudicato unanimemente positivo dalle parti, ponendo le basi per un percorso strutturato che mira a disinnescare l’escalation bellica nella regione. Ad annunciare la prosecuzione dei tavoli è stato il vicepresidente americano JD Vance, il quale ha confermato che i dialoghi tecnici continueranno “nei prossimi giorni e nelle prossime settimane”, subito dopo la partenza della delegazione di Teheran dal territorio elvetico.
Con una battuta rilasciata ai giornalisti presenti, Vance ha sottolineato la necessità di spostare i tavoli operativi nelle sedi istituzionali permanenti: “Per quanto questo posto sia molto bello, non posso restare qui per i prossimi 60 giorni”, ha scherzato il vicepresidente statunitense, aggiungendo subito dopo con estrema serietà che, grazie ai faccia a faccia di queste ore, “abbiamo gettato ottime basi per un accordo finale di successo”. La sensazione di un parziale ottimismo è condivisa dai principali osservatori, convinti che la via diplomatica stia faticosamente prevalendo sulle opzioni militari.
La tabella di marcia e la mediazione del premier Shehbaz Sharif
A certificare il successo del vertice svizzero è stato anche il primo ministro del Pakistan, Shehbaz Sharif, che ha svolto un ruolo di primo piano in qualità di mediatore ufficiale tra Washington e Teheran. Attraverso un messaggio pubblicato sul suo profilo ufficiale della piattaforma ‘X’, Sharif ha definito i colloqui “incoraggianti e produttivi”, confermando la nascita di una vera e proprio cronoprogramma stringente per la pace. Le parti hanno infatti stabilito una tabella di marcia della durata di 60 giorni, periodo durante il quale si intensificheranno i negoziati tecnici e politici con il preciso obiettivo di giungere a un accordo definitivo e vincolante.
L’intesa di Bürgenstock ha portato inoltre all’istituzione di un comitato di alto livello che avrà il compito di fornire la necessaria supervisione politica alle trattative, garantendo che i progressi compiuti non vengano inficiati dalle tensioni sul campo. Sharif ha espresso grande soddisfazione per “un’atmosfera positiva e costruttiva”, parlando di passi in avanti concreti che solo poche settimane fa sembravano insperati. A dimostrazione della centralità di Islamabad in questa delicata partita, i media statali iraniani hanno annunciato che il presidente dell’Iran, Masoud Pezeshkian, si recherà in visita ufficiale in Pakistan. Come confermato da Habibollah Abbasi, direttore delle relazioni pubbliche dell’ufficio presidenziale iraniano tramite l’agenzia statale Irna, il viaggio di Pezeshkian serve a esprimere il formale “apprezzamento al primo ministro pakistano Shehbaz Sharif per la sua mediazione tra Iran e Stati Uniti”.
Il nodo del nucleare e il ruolo dei Paesi del Golfo
Nonostante il clima costruttivo, restano aperti i nodi più complessi del dossier mediorientale, a partire dalle ambizioni atomiche della Repubblica Islamica. Il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, Esmaeil Baqaei, ha raffreddato gli entusiasmi chiarendo che in Svizzera vi è stata soltanto una “breve discussione” sul programma nucleare, ma che i negoziati veri e propri sulla materia non possono ancora considerarsi avviati. Secondo la ricostruzione di Teheran, la delegazione americana ha presentato le proprie posizioni di principio, ma il tavolo non è entrato nei dettagli tecnici e politici della questione nucleare.
Nel frattempo, un’importante chiave di lettura sulla stabilità regionale è arrivata da Milano, dove Luigi Di Maio, rappresentante speciale dell’Unione Europea per il Golfo Persico, è intervenuto alla 111° Assemblea Ordinaria dei Soci di AmCham. Di Maio ha lodato apertamente la postura diplomatica dei Paesi del Golfo: “Hanno avuto una grandissima capacità nell’essere pazienti e resilienti perché sono stati attaccati dall’Iran più che Israele stesso. Non hanno ceduto alle provocazioni, altrimenti oggi saremmo in una guerra regionale e un accordo con gli Stati Uniti sarebbe stato più difficile”. Secondo l’esponente UE, la scelta delle monarchie arabe di non rispondere militarmente e di “tenere tutti i canali aperti” ha salvato l’area da un conflitto totale, permettendo la nascita della finestra negoziale di 60 giorni attualmente in corso.



