Dall’OPS su Mediobanca all’offerta di Intesa Sanpaolo, passando per Banco BPM e Banca Generali.
In poco più di un anno Monte dei Paschi è diventato il centro di una partita che potrebbe ridisegnare definitivamente gli equilibri del sistema bancario italiano. E ora Luigi Lovaglio prepara una nuova contromossa.
Nel risiko bancario italiano i ruoli di predatore e preda sembrano ormai destinati a cambiare con una rapidità sorprendente.
Basta osservare ciò che è accaduto a Monte dei Paschi di Siena negli ultimi diciotto mesi.
Nel gennaio 2025 MPS sorprendeva il mercato lanciando un’Offerta pubblica di scambio sulla totalità di Mediobanca. Pochi mesi dopo Mediobanca rispondeva tentando a sua volta di acquisire Banca Generali. Nel settembre dello stesso anno MPS conquistava Mediobanca. Poi, nel giugno 2026, quando sembrava ormai avviata la costruzione di un nuovo grande polo bancario attorno a Siena, arrivava l’offerta di Intesa Sanpaolo.
Oggi la storia potrebbe compiere un altro giro completo.
Secondo le indiscrezioni emerse il 19 agosto, l’amministratore delegato di MPS Luigi Lovaglio starebbe infatti valutando due possibili operazioni straordinarie da sottoporre al consiglio di amministrazione: un’OPS su Banco BPM oppure un’OPS su Banca Generali.
Per comprendere il significato di questa possibile mossa occorre però tornare all’inizio.
Gennaio 2025: MPS sorprende il mercato e punta Mediobanca
Il 24 gennaio 2025 Monte dei Paschi annunciò un’Offerta pubblica di scambio volontaria sulla totalità delle azioni di Mediobanca.
Era una svolta quasi impensabile soltanto pochi anni prima.
La banca senese, salvata dallo Stato nel 2017 e successivamente avviata verso la riprivatizzazione, passava improvvisamente dalla condizione di istituto da risanare a quella di protagonista del consolidamento bancario italiano.
L’obiettivo dichiarato era creare un grande gruppo capace di integrare il tradizionale Retail e Commercial Banking di MPS con il Wealth Management, il Corporate & Investment Banking e il Consumer Finance di Mediobanca.
Ma nell’operazione esisteva un altro elemento strategico fondamentale: Mediobanca possedeva circa il 13% di Generali.
Conquistare Piazzetta Cuccia significava quindi entrare indirettamente anche nella complessa partita per gli equilibri azionari del Leone di Trieste.
Mediobanca reagisce: compare Banca Generali
Il 28 aprile 2025 arrivò una seconda sorpresa.
Mediobanca annunciò un’OPS sulla totalità di Banca Generali, controllata da Generali, per un valore di circa 6,3 miliardi di euro.
Il meccanismo dell’operazione era particolarmente interessante: Mediobanca avrebbe utilizzato proprio la propria partecipazione del 13,1% in Generali come corrispettivo per acquisire Banca Generali.
Alberto Nagel sostenne allora che non si trattasse di una mossa difensiva rispetto all’offerta di MPS, ma di un progetto industriale studiato da tempo.
Il risultato potenziale, tuttavia, sarebbe stato evidente: Mediobanca avrebbe profondamente modificato il proprio perimetro proprio mentre MPS cercava di conquistarla.
Ed è qui che compare per la prima volta un elemento destinato oggi a ritornare sorprendentemente sulla scena: Banca Generali come possibile strumento di una strategia di difesa all’interno di un’operazione di acquisizione.
L’operazione Mediobanca-Banca Generali non andò però in porto. Nell’agosto 2025 l’assemblea non autorizzò l’operazione ai sensi della disciplina sulla passivity rule.
La strada per MPS diventava così più semplice.
Settembre 2025: MPS conquista Mediobanca
L’OPS del Monte arrivò al risultato.
Alla conclusione del primo periodo di adesione MPS aveva raggiunto il 62,3% di Mediobanca. Dopo la riapertura dei termini la partecipazione salì all’86,3%.
Era un risultato storico.
Monte dei Paschi, fino a pochi anni prima simbolo della grande crisi bancaria italiana, diventava il controllante di Mediobanca e, attraverso quest’ultima, il principale azionista di Generali.
Il sistema bancario italiano sembrava avviarsi verso un nuovo equilibrio.
Da una parte Intesa Sanpaolo e UniCredit, dall’altra un nuovo polo costruito intorno a MPS-Mediobanca.
Ma il risiko era tutt’altro che concluso.
Giugno 2026: Banco BPM propone le nozze con MPS
Il 7 giugno 2026 Banco BPM avanzò a MPS una proposta di aggregazione secondo lo schema del merger of equals.
L’idea era quella di costruire un nuovo gruppo capace di diventare il secondo operatore bancario nazionale per dimensioni, preservando contemporaneamente l’identità e le specificità dei due istituti.
L’aggregazione avrebbe avuto dimensioni considerevoli: una capitalizzazione potenzialmente superiore ai 50 miliardi di euro, un CET1 pro-forma intorno al 15% e, secondo le stime di Banco BPM, una capacità di generare utili a regime vicina ai 6 miliardi.
Sembrava la possibile nascita definitiva di quel terzo polo bancario italiano di cui si discute da anni.
Ma appena ventiquattro ore dopo arrivò la mossa destinata a cambiare completamente la partita.
8 giugno 2026: Intesa entra nel risiko
Intesa Sanpaolo annunciò un’Offerta pubblica di acquisto e scambio volontaria sulla totalità delle azioni MPS.
Valore iniziale dell’operazione: circa 30,6 miliardi di euro.
L’offerta prevedeva 16 azioni Intesa Sanpaolo ogni 10 azioni MPS, più un euro in contanti per ciascuna azione portata in adesione. Il premio iniziale rispetto alle quotazioni precedenti era del 12,5%, maggiore prendendo come riferimento le medie dei mesi precedenti.
La banca che soltanto pochi mesi prima aveva conquistato Mediobanca diventava improvvisamente essa stessa una preda.
Ma la proposta di Intesa conteneva un ulteriore elemento destinato a provocare forti discussioni.
Per affrontare preventivamente i problemi antitrust, Intesa aveva raggiunto un accordo con Unipol.
Il progetto prevedeva la cessione a quest’ultima di un’entità bancaria comprendente il marchio MPS, circa 635 filiali e una parte rilevante delle strutture centrali necessarie a farla funzionare autonomamente, per un corrispettivo stimato tra 3 e 3,5 miliardi di euro. Intesa avrebbe invece mantenuto Mediobanca, circa altre 625 filiali MPS e le attività considerate strategicamente più rilevanti.
Ed è proprio questo uno dei punti centrali dello scontro.
Il nodo dello “smembramento” di MPS
Dal punto di vista di Intesa l’operazione consentirebbe di costruire un gruppo di dimensione ancora maggiore, capace di competere ai vertici del sistema bancario europeo.
Dal punto di vista di MPS, invece, il problema riguarda soprattutto l’integrità del gruppo.
Lovaglio ha sostenuto che la separazione delle attività rischierebbe di distruggere valore industriale.
La questione ha assunto anche una dimensione politica. Nei giorni scorsi la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha auspicato che MPS non venga “smembrata”, richiamando implicitamente l’idea che il processo di privatizzazione della banca senese dovesse contribuire alla nascita di un ulteriore grande polo bancario nazionale.
La partita, quindi, non riguarda più soltanto il prezzo dell’offerta.
Riguarda il modello futuro del sistema bancario italiano.
Tramonta il matrimonio MPS-Banco BPM
Nel frattempo l’alternativa rappresentata da Banco BPM si complicava.
Il principale ostacolo diventava la posizione di Crédit Agricole, primo azionista di Banco BPM con circa il 29%.
Il 31 luglio il consiglio di amministrazione di Banco BPM prese atto che, dopo quasi due mesi di interlocuzioni, non esistevano le condizioni per raggiungere un accordo condiviso e decise quindi di interrompere le discussioni con MPS.
Sembrava un punto a favore di Intesa.
Ma Lovaglio non aveva ancora esaurito le proprie possibilità.
Agosto 2026: MPS torna all’attacco
Ed eccoci all’ultimo capitolo.
Secondo le indiscrezioni emerse il 19 agosto, Lovaglio starebbe preparando per il consiglio di amministrazione di MPS due possibili operazioni straordinarie.
La prima sarebbe un’OPS su Banco BPM.
Non più, quindi, una fusione consensuale tra pari, ma un’operazione nella quale sarebbe MPS ad assumere l’iniziativa.
La seconda ipotesi appare ancora più sorprendente: un’OPS su Banca Generali.
Ed è qui che il cerchio sembra chiudersi.
Il ritorno di Banca Generali
Nell’aprile 2025 era stata Mediobanca a tentare di acquisire Banca Generali mentre cercava di sottrarsi all’offerta di MPS.
Oggi potrebbe essere proprio MPS — che nel frattempo ha conquistato Mediobanca — a prendere in considerazione Banca Generali per costruire una possibile alternativa all’offerta di Intesa.
La preda di ieri potrebbe diventare lo strumento di difesa del predatore che nel frattempo è diventato preda.
Una sorta di gioco finanziario circolare nel quale gli stessi protagonisti cambiano continuamente posizione.
MPS → Mediobanca → Banca Generali → MPS → Banco BPM → Intesa.
Dietro questa apparente complessità esiste però una logica industriale precisa.
Banca Generali consentirebbe di rafforzare ulteriormente il Wealth Management del gruppo MPS-Mediobanca e di ridefinire contemporaneamente i rapporti con Generali.
Banco BPM, invece, permetterebbe di costruire un grande polo bancario domestico capace di confrontarsi dimensionalmente con Intesa e UniCredit.
Ma entrambe le strade presentano ostacoli rilevanti.
Il problema non è soltanto trovare una preda
Una controffensiva di queste dimensioni richiederebbe capitale, autorizzazioni regolamentari e soprattutto consenso degli azionisti.
La normativa sulle offerte pubbliche limita infatti la possibilità del management di una società oggetto di un’offerta di compiere autonomamente operazioni capaci di ostacolarla.
Le eventuali mosse di MPS dovrebbero quindi passare anche attraverso gli azionisti.
A questo si aggiunge la complessità degli interessi coinvolti.
Su Banco BPM pesa la posizione di Crédit Agricole.
Su Banca Generali inevitabilmente quella di Generali.
Su MPS si incrociano invece le posizioni dei suoi principali azionisti e gli interessi derivanti dal controllo di Mediobanca.
Il risiko bancario italiano è diventato così una gigantesca rete di partecipazioni incrociate nella quale ogni movimento modifica contemporaneamente gli equilibri di più soggetti.
Una partita che va oltre MPS
Ma sarebbe riduttivo leggere questa vicenda soltanto come una battaglia per il controllo della banca senese.
Dietro le offerte, le fusioni e le contromosse si sta giocando una questione molto più importante: quanti grandi poli bancari dovrà avere l’Italia nei prossimi anni?
Uno scenario potrebbe portare a un ulteriore rafforzamento di Intesa Sanpaolo, che attraverso MPS e soprattutto Mediobanca assumerebbe dimensioni ancora maggiori nel panorama europeo.
Un secondo scenario potrebbe invece consolidare la nascita di un terzo grande polo attorno a MPS, Mediobanca e, eventualmente, Banco BPM o Banca Generali.
Non è soltanto una questione dimensionale.
Significa decidere come distribuire credito, raccolta, gestione del risparmio, investment banking e bancassicurazione all’interno del sistema finanziario italiano.
Ed è forse questa la vera posta in gioco.
Da banca salvata a banca contesa
C’è infine un paradosso che merita di essere sottolineato.
Nel 2017 Monte dei Paschi aveva bisogno dell’intervento pubblico per sopravvivere.
Nel 2025 ha conquistato Mediobanca.
Nel 2026 Banco BPM ha proposto di unirsi a MPS.
Poche ore dopo Intesa Sanpaolo ha deciso di provare a comprarla.
Oggi MPS potrebbe rispondere tentando a propria volta di acquisire Banco BPM o Banca Generali.
In meno di dieci anni la banca senese è passata dal salvataggio pubblico al centro del più importante risiko bancario italiano.
Forse è proprio questo il dato che meglio racconta quanto sia cambiato il sistema.
Perché nella finanza, come negli scacchi, non esistono ruoli definitivi.
La banca che ieri era una preda può diventare un predatore. E il predatore, a sua volta, può scoprire improvvisamente di essere diventato la preda di qualcun altro.
La prossima mossa potrebbe arrivare già dal consiglio di amministrazione di MPS chiamato a esaminare le alternative sul tavolo.
E questa volta potrebbe non riguardare soltanto il futuro del Monte dei Paschi di Siena, ma la struttura stessa del sistema bancario italiano dei prossimi anni.