Anno III • Numero 245
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QUOTIDIANO DI INFORMAZIONE LIBERA E INDIPENDENTE

MPS, risanare una banca per poi dividerla? Il paradosso del turnaround

Banca con grafico in crescita

Dopo anni di crisi, intervento pubblico e ristrutturazione, Monte dei Paschi è tornata a produrre utili e capitale. L’offerta di Intesa Sanpaolo apre allora una domanda che va oltre il risiko bancario: perché disarticolare un’impresa proprio quando il suo risanamento ha cominciato a produrre valore?

Per molti anni parlare di Monte dei Paschi di Siena significava parlare di una banca in difficoltà. Perdite, crediti deteriorati, aumenti di capitale, intervento dello Stato, ridimensionamento della struttura e necessità di ricostruire progressivamente la fiducia del mercato hanno accompagnato una delle crisi bancarie più complesse della storia italiana recente.

Oggi lo scenario è profondamente diverso.

MPS non è più semplicemente la banca da salvare. È un gruppo che ha attraversato un lungo processo di turnaround, è tornato alla redditività, ha rafforzato il capitale e, attraverso l’acquisizione di Mediobanca, ha persino modificato il proprio posizionamento nel sistema finanziario italiano.

I numeri più recenti rendono evidente il cambiamento. Nel primo semestre 2026 il gruppo ha registrato oltre 1,1 miliardi di euro di utile netto, in crescita del 25,3% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, con un CET1 ratio del 16,3%. Dopo i risultati del secondo trimestre, superiori alle attese, MPS ha inoltre rivisto al rialzo le proprie prospettive per l’intero esercizio.

Ed è proprio mentre il turnaround sembra aver restituito al Monte una capacità autonoma di creare valore che arriva l’offerta di Intesa Sanpaolo.

L’offerta di Intesa e il progetto di un nuovo gigante bancario

L’8 giugno 2026 Intesa Sanpaolo ha annunciato un’offerta pubblica di acquisto e scambio volontaria sulla totalità delle azioni MPS. L’operazione era inizialmente valorizzata in circa 30,6 miliardi di euro e prevedeva un premio del 12,5% rispetto al prezzo medio ponderato dell’azione MPS al 5 giugno, percentuale che aumentava considerando le medie dei tre e dei sei mesi precedenti.

La logica industriale dichiarata è chiara: costruire uno dei principali gruppi bancari europei, con oltre 27 milioni di clienti e circa 2.000 miliardi di euro di attività finanziarie della clientela entro il 2029.

Vista da questa prospettiva, l’operazione ha una propria razionalità.

Le aggregazioni bancarie consentono di conseguire economie di scala, distribuire su una base più ampia gli enormi investimenti richiesti da tecnologia, cybersecurity, intelligenza artificiale e compliance, eliminare duplicazioni organizzative, integrare reti distributive e aumentare la capacità di offrire servizi finanziari, assicurativi e di gestione del risparmio.

Intesa stima, inoltre, importanti sinergie derivanti dall’operazione. Secondo quanto rilevato anche nelle valutazioni formulate da MPS, quelle indicate dall’offerente arriverebbero complessivamente a circa 2,9 miliardi di euro ante imposte.

Il problema, dunque, non consiste nel negare che l’aggregazione possa generare valore.

La domanda è un’altra: quel valore è superiore a quello che MPS potrebbe continuare a generare autonomamente dopo il proprio risanamento?

Il paradosso del turnaround

È qui che l’operazione assume una dimensione particolarmente interessante dal punto di vista della finanza d’impresa.

Un turnaround segue normalmente un percorso abbastanza riconoscibile:

crisi → ristrutturazione → ricapitalizzazione → riduzione dei rischi → recupero dell’efficienza → ritorno alla redditività → creazione di valore.

Monte dei Paschi ha attraversato tutte, o quasi tutte, queste fasi.

Nel 2017 è stato necessario l’intervento dello Stato. Negli anni successivi sono stati affrontati il problema dei crediti deteriorati, la struttura dei costi, il capitale, l’organizzazione e il posizionamento competitivo. Tra il 2023 e il 2024 è poi avvenuta la riprivatizzazione della banca.

Il turnaround, dunque, non è stato gratuito.

Ne hanno sopportato il peso gli azionisti, lo Stato, i lavoratori e, in senso più ampio, il sistema economico. Migliaia di dipendenti hanno lasciato la banca nel corso delle diverse ristrutturazioni, mentre chi è rimasto ha attraversato anni nei quali l’obiettivo prioritario era riportare il Monte in condizioni di sostenibilità.

Proprio per questo emerge un apparente paradosso.

Perché, dopo aver sostenuto il costo del risanamento, disarticolare l’impresa quando il risanamento comincia finalmente a produrre i propri benefici?

Il valore di MPS e il valore dello “spezzatino”

La questione diventa ancora più evidente osservando l’architettura dell’operazione.

Per rispondere ai problemi concorrenziali derivanti dall’integrazione, il progetto prevede la cessione di una parte consistente della rete MPS: circa 635 filiali destinate a Unipol e successivamente all’integrazione con BPER.

Non si tratta quindi soltanto del passaggio del controllo di una banca da un azionista a un altro.

L’operazione determinerebbe una redistribuzione di una parte significativa della presenza commerciale del Monte e contribuirebbe contemporaneamente alla crescita di un altro polo bancario.

Il tema può essere espresso con una semplice logica di finanza aziendale:

Valore stand-alone di MPS

contro

Valore dell’integrazione + sinergie − costi di integrazione − valore eventualmente perso attraverso la disarticolazione.

È proprio quest’ultima componente che merita attenzione.

Una banca non è soltanto la somma delle sue filiali, dei suoi clienti, delle partecipazioni finanziarie e del capitale. È anche una rete di relazioni, competenze, informazioni, cultura aziendale e radicamento territoriale.

Separare quelle componenti può creare valore per gli acquirenti, ma non necessariamente significa massimizzare il valore complessivo dell’impresa originaria.

Lo stesso amministratore delegato di MPS, Luigi Lovaglio, ha sostenuto nei giorni scorsi che dividere la rete commerciale, come previsto dall’operazione, rischierebbe di distruggere valore.

Ed è probabilmente questo il punto sul quale dovrebbe concentrarsi il dibattito.

Perché Intesa dovrebbe volerlo fare?

Dal punto di vista dell’acquirente, la risposta può apparire molto più semplice.

Una banca che ha completato un turnaround può essere persino più interessante di una banca ancora in crisi.

Intesa non acquisterebbe la MPS degli anni più difficili. Acquisterebbe un gruppo che ha già sostenuto una parte consistente dei costi del proprio risanamento, ha ridotto i rischi, recuperato redditività e rafforzato il capitale.

In altre parole, gran parte del rischio del turnaround è stata sostenuta prima dell’acquisizione, mentre una parte rilevante del valore futuro può ancora essere intercettata dall’acquirente.

A ciò si aggiunge il valore della clientela.

Acquisire una banca significa acquisire milioni di relazioni sulle quali sviluppare credito, raccolta, wealth management, assicurazioni, pagamenti e servizi digitali. Significa inoltre aumentare le dimensioni, eliminare sovrapposizioni e, inevitabilmente, ridurre il numero dei concorrenti presenti sul mercato.

Dal punto di vista di Intesa, quindi, l’operazione può avere una logica industriale perfettamente comprensibile.

Ma ciò non risolve la domanda vista dalla prospettiva di MPS e, soprattutto, del sistema.

Più grande significa necessariamente migliore?

Negli ultimi anni il sistema bancario italiano ha conosciuto una forte accelerazione delle aggregazioni.

Le ragioni sono note. La digitalizzazione richiede investimenti crescenti, la regolamentazione aumenta i costi fissi, la redditività deve confrontarsi con scenari di tassi mutevoli e la competizione ormai non avviene soltanto tra banche tradizionali, ma anche con fintech, operatori tecnologici e piattaforme internazionali.

La dimensione conta.

Ma non può diventare un valore assoluto.

Un sistema composto da pochi grandi operatori può beneficiare di economie di scala e maggiore capacità di investimento, ma può anche determinare minore concorrenza, maggiore concentrazione del credito, riduzione della presenza territoriale e progressiva standardizzazione delle politiche commerciali.

Per famiglie e soprattutto piccole e medie imprese, la pluralità degli interlocutori bancari continua invece ad avere un valore.

È quindi necessario distinguere due concetti che troppo spesso vengono sovrapposti:

consolidamento del sistema e miglioramento del sistema non sono necessariamente la stessa cosa.

La posizione dei sindacati: non soltanto occupazione

È significativa, in questo quadro, la reazione delle organizzazioni sindacali.

FABI, First Cisl, Fisac Cgil, Uilca e Unisin hanno assunto unitariamente una posizione molto netta dopo l’annuncio dell’offerta, indicando integrità della banca e tutela del lavoro come valori non negoziabili.

La posizione sindacale merita però di essere letta oltre il pur fondamentale problema occupazionale.

La questione riguarda anche il patrimonio professionale accumulato all’interno del Monte, il mantenimento delle competenze, la presenza sui territori e il destino di una struttura che ha attraversato un risanamento particolarmente doloroso.

Gli stessi risultati del primo semestre hanno spinto First Cisl a sottolineare come gli oltre 1,1 miliardi di utile e il CET1 al 16,3% dimostrino il cambiamento intervenuto nella banca e richiedano ora scelte strategiche altrettanto chiare.

Il problema, quindi, non dovrebbe essere ridotto alla domanda su quanti dipendenti resteranno.

La domanda dovrebbe essere: quale progetto industriale resterà?

Chi deve beneficiare del valore creato dal risanamento?

C’è infine una questione che riguarda direttamente il concetto di creazione di valore.

Quando un’impresa entra in crisi, il turnaround comporta sacrifici immediati nella speranza di ottenere benefici futuri.

Si riducono i costi, si cedono attività, si rafforza il capitale, si modifica la governance, si interviene sull’organizzazione. Tutto questo viene accettato perché l’obiettivo finale è restituire all’impresa la capacità di produrre reddito e valore nel tempo.

Ma quando quell’obiettivo viene raggiunto bisogna domandarsi chi debba beneficiare del valore recuperato.

Se il rischio della ristrutturazione è stato sostenuto dallo Stato, dagli azionisti, dai lavoratori e indirettamente dai territori, mentre il valore prodotto dal risanamento viene successivamente intercettato attraverso un’acquisizione e una redistribuzione degli asset, occorre almeno verificare che il nuovo progetto industriale produca un beneficio complessivamente superiore.

Non è una questione ideologica.

È una questione di corretta allocazione del capitale.

L’onere della prova cambia

Ed è forse questa la principale conseguenza del turnaround di Monte dei Paschi.

Qualche anno fa era MPS a dover dimostrare di poter sopravvivere autonomamente.

Oggi, di fronte a una banca nuovamente redditizia e patrimonialmente solida, l’onere della prova dovrebbe in qualche misura invertirsi.

Non dovrebbe essere soltanto MPS a dimostrare perché meriti di continuare a esistere come soggetto autonomo.

Dovrebbe essere anche chi propone un progetto alternativo a dimostrare che l’integrazione e la successiva redistribuzione di alcune attività producano un valore maggiore di quello che il gruppo potrebbe generare continuando il proprio percorso.

Intesa Sanpaolo può certamente sostenere di poter realizzare economie di scala, sinergie, maggiore efficienza e un gruppo italiano ancora più competitivo in Europa. Sono argomenti industrialmente rilevanti e sarebbe sbagliato ignorarli.

Ma dall’altra parte esiste oggi una MPS profondamente diversa da quella salvata dallo Stato nel 2017.

Ed è questo che rende l’operazione così particolare.

Da banca da salvare a banca da contendere

C’è quasi un’ironia nella storia recente del Monte dei Paschi.

Per anni ci siamo domandati chi avrebbe avuto il coraggio di assumersi il rischio di MPS.

Oggi ci domandiamo chi riuscirà ad acquisirne il valore.

È probabilmente la dimostrazione più evidente che il turnaround ha funzionato.

Ma proprio per questo la discussione sull’offerta di Intesa Sanpaolo non può limitarsi al prezzo delle azioni, al premio riconosciuto agli azionisti o alle sinergie previste nei business plan.

Occorre guardare oltre.

Occorre domandarsi quale struttura del sistema bancario italiano vogliamo costruire, quanta concorrenza vogliamo preservare, quale ruolo attribuiamo alle banche nei territori e soprattutto quale significato diamo alla creazione di valore dopo un processo di risanamento.

Perché risanare un’impresa significa sostenere oggi dei costi affinché quell’impresa possa produrre valore domani.

Se, quando quel domani finalmente arriva, la conclusione diventa la sua disarticolazione, allora la domanda è inevitabile:

abbiamo risanato Monte dei Paschi perché tornasse a essere una grande banca o perché, una volta tornata appetibile, le sue parti potessero valere più del suo insieme?

È su questa domanda, più ancora che sul prossimo movimento del risiko bancario, che azionisti, lavoratori, autorità e politica dovrebbero probabilmente confrontarsi.