Anno III • Numero 245
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Extraprofitti del petrolio, torna la tassa europea: giustizia fiscale o rischio per gli investimenti?

Extraprofitti del petrolio, torna la tassa europea: giustizia fiscale o rischio per gli investimenti?

Italia, Germania e altri quattro Paesi chiedono all’Unione europea un meccanismo comune per tassare i guadagni straordinari delle compagnie petrolifere. Dietro la proposta riemerge una questione economica tutt’altro che semplice: dove finisce il normale profitto d’impresa e dove comincia la rendita generata da una crisi?

La parola è tornata improvvisamente al centro del dibattito europeo: extraprofitti.

Germania, Italia, Austria, Polonia, Portogallo e Spagna hanno chiesto all’Unione europea di valutare un quadro comune per tassare i profitti eccezionali realizzati dalle compagnie petrolifere in conseguenza del nuovo shock energetico provocato dalla guerra in Iran.

L’iniziativa, promossa dal ministro delle Finanze tedesco Lars Klingbeil, è contenuta in una lettera indirizzata alla presidenza irlandese del Consiglio dell’Unione europea. I sei governi chiedono che la questione venga discussa nella riunione dei ministri economici e finanziari prevista il 18 e 19 settembre a Dublino.

Non siamo ancora, dunque, di fronte a una nuova imposta europea. Siamo davanti a una proposta politica. Ma il tema è destinato probabilmente ad andare molto oltre la fiscalità delle compagnie petrolifere.

Perché dietro la tassazione degli extraprofitti si nasconde una domanda fondamentale: quando un profitto può essere considerato davvero “eccessivo”?

La crisi che crea vincitori e perdenti

Ogni crisi economica produce conseguenze differenti.

Per la maggior parte delle famiglie, un aumento improvviso del prezzo del petrolio significa carburanti più costosi, maggiori spese per i trasporti e, indirettamente, aumento dei prezzi di numerosi beni.

Per le imprese significa incremento dei costi della logistica, dell’energia e delle materie prime. E quando questi maggiori costi vengono trasferiti sui prezzi finali, lo shock energetico finisce progressivamente per diffondersi nell’intera economia.

Per alcune imprese petrolifere, invece, lo stesso fenomeno può determinare un aumento considerevole dei margini.

È proprio questa asimmetria a essere alla base della proposta avanzata dai sei Paesi europei.

Nella lettera si parla di uno dei maggiori shock dell’offerta degli ultimi decenni e si sottolinea come gli interventi pubblici adottati finora non siano stati sufficienti a stabilizzare permanentemente i prezzi. Secondo i governi firmatari occorre quindi fare in modo che anche coloro che beneficiano economicamente della crisi contribuiscano a ridurne il costo per cittadini e imprese.

Il principio appare intuitivo. La sua applicazione è molto più complicata.

Che cos’è davvero un extraprofitto?

Dal punto di vista economico, il profitto non rappresenta un’anomalia da correggere.

È la remunerazione del capitale investito e del rischio assunto dall’imprenditore. Senza aspettative di rendimento difficilmente vi sarebbero investimenti, innovazione o capacità di assumere rischi.

Il problema nasce quando una parte consistente del profitto non deriva da maggiore efficienza, innovazione, produttività o capacità imprenditoriale, ma da un evento esterno e imprevedibile che modifica improvvisamente le condizioni del mercato.

È ciò che gli economisti definiscono spesso windfall profit, letteralmente un guadagno inatteso.

Una compagnia petrolifera può avere effettuato gli investimenti prima della crisi, sostenendo determinati costi di estrazione e produzione. Se successivamente una guerra riduce l’offerta mondiale di petrolio e provoca un’impennata dei prezzi, quella stessa impresa può vedere aumentare notevolmente i propri margini senza avere modificato sostanzialmente né la propria struttura produttiva né la propria efficienza.

È questo differenziale che può essere considerato, almeno in parte, un extraprofitto.

Ma proprio qui cominciano i problemi.

Come si misura un profitto “straordinario”?

Stabilire politicamente che gli extraprofitti debbano essere tassati è relativamente semplice. Molto più difficile è costruire una formula capace di individuarli correttamente.

L’Europa ha già affrontato il problema durante la crisi energetica del 2022.

Con il Regolamento UE 2022/1854 venne introdotto un contributo temporaneo di solidarietà per le imprese operanti nei settori del petrolio, del gas naturale, del carbone e della raffinazione.

Il meccanismo individuava come base di riferimento la media degli utili imponibili realizzati negli esercizi 2018-2021.

Non veniva quindi considerato straordinario qualsiasi incremento dell’utile.

La soglia scattava quando il profitto imponibile superava del 20% la media del periodo precedente. Sulla quota eccedente veniva applicato un contributo con aliquota minima del 33%.

La logica era abbastanza chiara: individuare quale sarebbe potuto essere un livello di redditività relativamente “normale” dell’impresa e tassare una parte dell’incremento eccezionale prodotto dalla crisi.

Il sistema aveva però carattere emergenziale e temporaneo. Le misure europee sono poi scadute nel 2023.

Oggi il problema si ripresenta.

Il precedente del 2022 insegna qualcosa

L’esperienza precedente dimostra innanzitutto che una tassazione degli extraprofitti è tecnicamente possibile.

Dimostra però anche quanto sia difficile costruirla.

Quale periodo deve essere utilizzato per determinare il profitto “normale”?

Tre anni? Quattro? Cinque?

Come si devono considerare gli investimenti effettuati dall’impresa?

E cosa accade se negli anni precedenti la società ha registrato perdite oppure risultati particolarmente bassi?

C’è poi un’altra questione. Un’impresa petrolifera non opera necessariamente in un solo Paese. Le grandi multinazionali possiedono attività di estrazione, raffinazione, distribuzione e commercializzazione localizzate in numerose giurisdizioni.

Una tassazione costruita esclusivamente a livello nazionale rischia quindi di produrre sistemi differenti, sovrapposizioni e incentivi a spostare attività o basi imponibili.

È probabilmente questo uno degli argomenti più forti a favore di una disciplina europea.

Se l’extraprofitto nasce da un mercato energetico internazionale, anche la risposta fiscale difficilmente può essere esclusivamente nazionale.

Perché tassare gli extraprofitti

L’argomento principale a favore della tassa è quello dell’equità.

Se una crisi geopolitica determina contemporaneamente un aumento dei costi per milioni di cittadini e imprese e un incremento eccezionale dei profitti per un numero limitato di operatori, può apparire ragionevole chiedere ai secondi di contribuire maggiormente al finanziamento degli interventi destinati ai primi.

Esiste poi un problema di finanza pubblica.

Per contrastare gli effetti di una crisi energetica, gli Stati possono ridurre le accise, introdurre bonus, finanziare crediti d’imposta oppure sostenere direttamente famiglie e imprese.

Ma tutte queste misure hanno un costo.

Se vengono finanziate attraverso il bilancio pubblico, una parte dello shock energetico viene semplicemente trasferita sul debito oppure sulla fiscalità generale.

La tassa sugli extraprofitti tenta invece di costruire un circuito differente: una parte delle risorse generate economicamente dalla crisi viene utilizzata per attenuare gli effetti della stessa crisi.

È questa, in fondo, la filosofia del contributo di solidarietà.

Ma una tassa sbagliata può produrre effetti opposti

Esiste tuttavia anche l’altra faccia del problema.

Le imprese energetiche effettuano investimenti che richiedono capitali enormi e hanno orizzonti temporali molto lunghi.

Se un investitore ritiene che, quando un investimento produce risultati superiori alle aspettative, lo Stato possa modificare successivamente le regole fiscali per appropriarsi di una parte significativa dei rendimenti, potrebbe richiedere una remunerazione maggiore oppure decidere di investire altrove.

La questione non riguarda soltanto il petrolio.

L’Europa ha bisogno nei prossimi anni di enormi investimenti nelle reti elettriche, nelle energie rinnovabili, nei sistemi di accumulo, nell’idrogeno, nell’efficienza energetica e nelle infrastrutture necessarie alla transizione.

La certezza delle regole diventa quindi una componente della politica industriale.

Per questo una tassa sugli extraprofitti dovrebbe rispettare almeno tre caratteristiche: essere temporanea, prevedibile e costruita su criteri oggettivi.

Il problema, in altre parole, non è semplicemente decidere se tassare gli extraprofitti.

È soprattutto decidere come farlo.

Il rischio di tassare il profitto invece dell’extraprofitto

È probabilmente questa la distinzione più importante.

Un’impresa che aumenta i propri utili perché ha innovato, ridotto i costi, conquistato nuovi mercati o effettuato investimenti rischiosi non sta necessariamente realizzando un extraprofitto.

Sta ottenendo la remunerazione delle proprie scelte imprenditoriali.

Diverso è il caso di una rendita generata prevalentemente da uno shock esterno.

Confondere le due situazioni significa trasformare una misura straordinaria in una penalizzazione del successo imprenditoriale.

Una buona tassazione degli extraprofitti dovrebbe quindi tentare di isolare, per quanto possibile, la componente di redditività direttamente riconducibile all’evento eccezionale.

Ed è proprio qui che la qualità tecnica della norma diventa decisiva.

Dove dovrebbero andare le risorse?

C’è infine una domanda di cui si parla molto meno.

Anche ammesso che la tassa venga introdotta e che funzioni correttamente, come dovrebbero essere utilizzati i soldi raccolti?

La risposta più immediata sarebbe restituirli a famiglie e imprese attraverso bonus, riduzioni fiscali o sostegni contro il caro energia.

Ma esiste anche una seconda possibilità.

Utilizzare almeno una parte delle risorse per ridurre strutturalmente la vulnerabilità energetica europea.

Significherebbe investire nelle reti, nelle interconnessioni, nelle fonti rinnovabili, nell’efficienza energetica e nella diversificazione degli approvvigionamenti.

La differenza non è marginale.

Nel primo caso si compensano gli effetti della crisi.

Nel secondo si cerca di ridurre la probabilità che la prossima crisi produca gli stessi effetti.

Probabilmente una strategia efficace dovrebbe fare entrambe le cose.

Il vero problema è la dipendenza dagli shock

La discussione sulla tassa agli extraprofitti rischia infatti di nascondere una questione ancora più importante.

Negli ultimi anni l’Europa ha scoperto quanto il prezzo dell’energia possa essere condizionato da guerre, tensioni geopolitiche, interruzioni delle forniture e decisioni prese a migliaia di chilometri dai propri confini.

La Commissione europea continua a indicare nella diversificazione delle forniture e nella transizione verso un sistema energetico meno dipendente dai combustibili fossili uno degli strumenti fondamentali per aumentare la resilienza dell’Unione.

La tassa sugli extraprofitti può quindi rappresentare uno strumento emergenziale.

Non può diventare una politica energetica.

Perché tassare la rendita prodotta da una crisi può aiutare a distribuirne più equamente il costo, ma non elimina le cause che hanno consentito a quella rendita di formarsi.

Una questione destinata a tornare

Il confronto che si aprirà in Europa nelle prossime settimane sarà quindi più complesso della contrapposizione tra chi vuole tassare le compagnie petrolifere e chi vuole difenderle.

Da una parte esiste un principio difficilmente contestabile: quando un evento eccezionale trasferisce enormi risorse da famiglie e imprese verso pochi operatori economici, è legittimo interrogarsi su come distribuire quel costo.

Dall’altra esiste un principio altrettanto importante: un’economia di mercato ha bisogno di regole prevedibili e della tutela della remunerazione del capitale e del rischio.

La soluzione potrebbe trovarsi proprio nell’equilibrio tra questi due principi.

Un contributo temporaneo, europeo, costruito su parametri trasparenti, applicato soltanto alla componente realmente straordinaria dei profitti e accompagnato da una destinazione chiara delle risorse potrebbe rappresentare un compromesso.

Ma rimane una domanda.

Quanto deve essere eccezionale un profitto perché lo Stato possa decidere che una parte di quel guadagno non appartiene più soltanto all’impresa che lo ha realizzato, ma debba essere restituita alla collettività che ha sostenuto il costo della crisi?

È probabilmente questa, più ancora dell’aliquota della futura tassa, la vera questione che l’Europa dovrà affrontare.