Stefano Lotumolo, l’italiano scampato all’alluvione in Nepal, era diretto verso il monte Kailash insieme a un gruppo di viaggiatori quando una massa di acqua, fango e detriti ha travolto la valle. Il pullman sul quale viaggiava si è salvato per pochi metri. «Abbiamo avuto venti secondi».
La storia di un uomo sopravvissuto quasi per caso diventa inevitabilmente una riflessione sulla fragilità del viaggio e sulla nostra illusione di poter controllare la natura.
Ci sono viaggi che ricordiamo per ciò che abbiamo visto.
Altri per le persone che abbiamo incontrato.
E poi ce ne sono alcuni nei quali, improvvisamente, tutto ciò che avevamo programmato perde qualsiasi importanza.
Rimane soltanto una cosa: restare vivi.
Questa è la storia di un italiano scampato all’alluvione in Nepal, una testimonianza che ricorda la potenza della natura e la fragilità della vita.
Stefano Lotumolo, fotografo toscano e viaggiatore, era in Nepal insieme a un gruppo diretto verso il monte Kailash quando il suo viaggio si è trasformato, nel giro di pochi secondi, in una corsa per la sopravvivenza.
Il Kailash non è una montagna qualsiasi.
Si trova sull’altopiano tibetano ed è considerato sacro da induisti, buddhisti, giainisti e seguaci della religione Bön. Migliaia di pellegrini raggiungono ogni anno quella regione remota per compiere la kora, il percorso rituale intorno alla montagna.
Anche il viaggio di Lotumolo aveva una dimensione particolare, quasi spirituale.
Probabilmente nessuno, quella mattina, poteva immaginare quanto radicalmente sarebbe cambiato il significato di quel viaggio.
«Abbiamo avuto venti secondi»
Il gruppo si trovava su un pullman.
Poi qualcosa cambia.
Davanti a loro compare una massa enorme di acqua, fango e detriti.
Non è una piena come quelle che possiamo immaginare osservando un fiume ingrossato dalla pioggia.
È qualcosa che arriva improvvisamente e trascina con sé ciò che incontra.
Lotumolo racconta che il loro pullman si trovava a una ventina di metri dal punto investito dalla furia dell’acqua.
La massa sarebbe passata ad appena una decina di metri dal mezzo.
Altri pullman vengono trascinati via.
A quel punto non c’è tempo per capire.
Non c’è tempo per discutere.
Non c’è nemmeno realmente tempo per avere paura.
C’è soltanto il tempo di scendere.
Una ventina di secondi.
È questa forse la misura più impressionante dell’intera vicenda.
Venti secondi separano una fotografia di viaggio da una fotografia di una tragedia.
Venti secondi separano chi può raccontare ciò che è accaduto da chi, forse, non potrà più farlo.
Lotumolo e gli altri riescono ad allontanarsi.
Sono vivi.
Dietro di loro, però, il paesaggio non è più quello attraversato poche ore prima.
Il villaggio dove avevano dormito non c’è più
C’è un particolare del racconto che restituisce forse meglio di qualsiasi cifra la violenza di ciò che è accaduto.
Il gruppo aveva trascorso la notte precedente in un villaggio della zona.
Un albergo.
Delle case.
Persone incontrate poche ore prima.
Luoghi che, nella memoria del viaggiatore, dovrebbero diventare fotografie, ricordi, qualche nome annotato su un telefono.
Poi arriva l’acqua.
E quel villaggio viene devastato.
Lotumolo racconta di essersi trovato davanti alla consapevolezza che il luogo nel quale aveva dormito soltanto poche ore prima non era più quello che aveva lasciato.
È difficile immaginare la sensazione.
Il viaggio normalmente procede in una sola direzione: lasciamo un luogo sapendo che continuerà a esistere anche senza di noi.
Questa volta non è stato così.
Ciò che era alle spalle era stato cancellato.
E ciò che si trovava davanti era diventato improvvisamente incerto.
«Noi benedetti»
Quando riesce a raccontare quanto accaduto, Lotumolo utilizza un’espressione che colpisce.
«Noi benedetti».
Non è difficile comprenderne il significato.
Quando la distanza tra la vita e la morte è stata di pochi metri e di pochi secondi, qualsiasi spiegazione razionale sembra insufficiente.
Perché quel pullman?
Perché non quello davanti?
Perché l’acqua è passata dieci metri più in là?
Perché proprio in quel momento?
Sono domande alle quali non esiste risposta.
E forse assume un significato ancora più particolare il fatto che quelle persone fossero dirette proprio verso il Kailash.
Un viaggio nato anche come esperienza spirituale si trasforma improvvisamente in qualcosa di infinitamente più concreto.
La percezione della propria fragilità.
Non sappiamo se un’esperienza simile cambi davvero una persona.
Ma è difficile pensare che, dopo avere visto la morte passare a pochi metri, si possa continuare il viaggio esattamente come prima.
Il caso e la vita
Le grandi tragedie vengono normalmente raccontate attraverso i numeri.
Morti.
Dispersi.
Feriti.
Case distrutte.
Strade interrotte.
Sono numeri necessari per comprendere le dimensioni di una catastrofe.
Ma c’è qualcosa che i numeri non riescono a raccontare.
È la casualità con la quale una tragedia seleziona le proprie vittime.
Dieci metri.
Venti secondi.
Un pullman fermato in un punto anziché in un altro.
Una partenza avvenuta qualche minuto prima.
Nella nostra vita quotidiana tendiamo a dimenticare quanto l’esistenza dipenda anche da circostanze infinitesimali.
Un semaforo.
Un ritardo.
Una telefonata.
Una strada scelta invece di un’altra.
Nel racconto di Lotumolo questa casualità assume dimensioni quasi fisiche.
La si può misurare.
Dieci metri.
La distanza tra il pullman e la massa che stava travolgendo la valle.
E soltanto dopo arriva il clima
È a questo punto che la vicenda dell’italiano sopravvissuto in Nepal smette di essere soltanto una straordinaria storia individuale.
Perché inevitabilmente nasce una domanda.
Che cosa sta accadendo ai luoghi nei quali viaggiamo?
Nel caso della catastrofe himalayana gli esperti stanno studiando una dinamica complessa, collegata a un enorme movimento di ghiaccio, acqua e detriti.
Sarebbe sbagliato attribuire automaticamente ogni singolo evento estremo al cambiamento climatico.
La scienza procede diversamente: osserva le cause, raccoglie dati, confronta fenomeni.
Ma una cosa appare sempre più difficile da ignorare.
L’ambiente himalayano sta cambiando.
L’aumento delle temperature, il ritiro dei ghiacciai e la trasformazione del permafrost modificano equilibri costruiti in migliaia di anni.
E quando cambia l’equilibrio della montagna, cambia inevitabilmente anche il rischio per chi la abita e per chi la attraversa.
Un viaggio normale può diventare improvvisamente estremo
Ed è qui che la storia di Lotumolo riguarda anche noi.
Non stava scalando una parete.
Non stava praticando rafting.
Non stava partecipando a una spedizione estrema.
Era su un pullman.
È forse questo l’elemento più inquietante.
Siamo abituati a distinguere tra turismo normale e turismo d’avventura.
Accettiamo che chi scala una montagna, attraversa un deserto o si immerge in determinate acque affronti volontariamente una componente di rischio.
Ma il clima e la crescente instabilità di alcuni territori stanno rendendo questa distinzione meno netta.
Una strada può essere travolta da una frana.
Una località turistica può essere minacciata da un incendio.
Un trekking apparentemente semplice può essere sorpreso da un evento meteorologico improvviso.
Una valle può trasformarsi nel giro di pochi minuti.
Non significa che dobbiamo avere paura di viaggiare.
Significa che dobbiamo imparare a farlo con una consapevolezza diversa.
La natura non conosce i nostri programmi
Abbiamo trasformato il viaggio in qualcosa di estremamente programmabile.
Prenotiamo un volo con mesi di anticipo.
Scegliamo l’albergo.
Compriamo un’escursione.
Prenotiamo un ristorante.
Costruiamo itinerari nei quali ogni giornata ha una destinazione.
La tecnologia ci ha dato l’impressione che quasi tutto possa essere previsto.
Ma il racconto del fotografo italiano ci ricorda qualcosa che probabilmente avevamo dimenticato.
La natura non conosce i nostri programmi.
Non sa che abbiamo pagato un’escursione.
Non sa che domani dobbiamo raggiungere un’altra città.
Non sa che abbiamo soltanto quindici giorni di ferie.
E soprattutto non negozia.
Quando le condizioni cambiano, siamo noi a dover cambiare.
Non la montagna.
Imparare anche a rinunciare
Forse è questa una delle nuove regole del viaggio contemporaneo.
Saper rinunciare.
Rinunciare a un’escursione quando il tempo peggiora.
Cambiare itinerario.
Aspettare.
Accettare di perdere una prenotazione.
Ascoltare una guida locale quando dice che non è il momento di proseguire.
Può sembrare banale.
Ma non sempre lo facciamo.
Abbiamo pagato e vogliamo andare.
Siamo arrivati fin lì e vogliamo vedere.
Forse non torneremo mai più e quindi decidiamo di rischiare.
È un meccanismo psicologico comprensibile.
Ma talvolta pericoloso.
La fotografia che non abbiamo scattato può dispiacerci per qualche giorno.
Una decisione sbagliata può cambiare una vita.
Continuare a viaggiare
La tragedia del Nepal non deve però trasformarsi nell’ennesimo invito alla paura.
Sarebbe una conclusione sbagliata.
Dobbiamo continuare a viaggiare.
Forse oggi ancora più di prima.
Viaggiare significa conoscere persone che altrimenti rimarrebbero soltanto nomi.
Significa scoprire che il mondo è molto più complesso delle immagini che ne riceviamo.
Significa comprendere culture diverse dalla nostra.
Ma viaggiare significa anche accettare che non possiamo controllare tutto.
Ed è forse questa una delle lezioni più profonde contenute nel racconto di Stefano Lotumolo.
Era partito verso una montagna considerata sacra da milioni di persone.
Cercava, come tanti viaggiatori che raggiungono quei luoghi, qualcosa che andasse oltre il semplice turismo.
Poi la risposta è arrivata nella maniera più brutale.
Non sotto forma di una rivelazione mistica.
Ma attraverso una massa di acqua, fango e pietre.
Venti secondi
Alla fine della storia torniamo inevitabilmente lì.
A quei venti secondi.
È difficile pensare a un’unità di misura più piccola per raccontare il valore della vita.
Venti secondi prima c’era un viaggio.
Venti secondi dopo c’era una fuga.
Pochi metri più in là alcuni mezzi venivano trascinati via.
Dietro, il villaggio nel quale il gruppo aveva dormito veniva devastato.
Davanti, un futuro che improvvisamente non era più scontato.
Lotumolo ha detto di sentirsi benedetto.
Forse è proprio questa la parola che può utilizzare chi è sopravvissuto.
A noi, che osserviamo quella vicenda da lontano, ne rimane invece un’altra:
fragilità.
Perché viaggiamo pensando di andare alla scoperta del mondo.
Qualche volta, però, è il mondo a ricordarci chi siamo.
E bastano venti secondi.