Anno III • Numero 245
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QUOTIDIANO DI INFORMAZIONE LIBERA E INDIPENDENTE

TeamSystem sotto attacco: il caso hacker che riaccende l’allarme sulla sicurezza dei dati e sulle frodi digitali.

Computer aziendale con allarme informatico durante un attacco hacker ai sistemi di gestione dei dati

L’accesso non autorizzato alla piattaforma Contabilità in Cloud avrebbe portato all’esfiltrazione di dati anagrafici, contatti, IBAN e informazioni sulle movimentazioni contabili. Un episodio che va oltre il singolo incidente: nell’economia digitale la sicurezza informatica è ormai parte integrante della sicurezza economica di imprese, professionisti e cittadini.

Un IBAN, il nome di un cliente, l’importo di una fattura, la causale di un pagamento, il nome del fornitore.

Presi singolarmente possono sembrare dati relativamente innocui. Messi insieme, però, raccontano molto di un’impresa: con chi lavora, chi paga, chi incassa, quanto paga e, soprattutto, quali relazioni economiche possono essere imitate per costruire una frode credibile.

È questa una delle ragioni per cui l’attacco informatico che ha interessato TeamSystem merita di essere letto non soltanto come un fatto di cronaca, ma come un nuovo segnale della vulnerabilità dell’economia digitale.

L’attacco a Contabilità in Cloud

L’incidente è stato individuato a partire dal pomeriggio del 24 agosto e ha interessato Contabilità in Cloud, il software utilizzato da imprese, professionisti e consulenti per la gestione delle informazioni contabili.

Secondo le informazioni finora rese disponibili, l’attacco avrebbe comportato un accesso non autorizzato alla piattaforma e la conseguente esfiltrazione di dati.

Le categorie interessate comprenderebbero dati anagrafici, informazioni di contatto, coordinate bancarie IBAN e contenuti delle movimentazioni contabili, comprese causali, importi e controparti. Le verifiche sono ancora in corso e, sulla base degli elementi finora disponibili, non risulterebbero invece compromesse le credenziali di accesso degli utenti.

Quest’ultimo elemento è importante, ma non deve indurre a sottovalutare l’accaduto.

Perché il valore di un dato rubato non dipende soltanto dalla possibilità di utilizzarlo direttamente. Dipende sempre più dalla possibilità di incrociarlo con altri dati.

Il vero rischio è la combinazione delle informazioni

Conoscere un IBAN, da solo, normalmente non consente di svuotare un conto corrente.

Ma immaginiamo uno scenario diverso.

Un criminale conosce il nome dell’impresa, quello di un suo fornitore abituale, l’importo di una determinata operazione e magari alcune caratteristiche delle precedenti transazioni.

A quel punto può arrivare una mail apparentemente normale:

“Vi comunichiamo che, a decorrere dalla prossima fattura, le nostre coordinate bancarie sono cambiate. Vi preghiamo pertanto di effettuare il pagamento sul seguente IBAN”.

È il terreno sul quale possono svilupparsi frodi come la sostituzione fraudolenta dell’IBAN e, più in generale, le tecniche di Business Email Compromise, nelle quali l’attaccante tenta di inserirsi all’interno di una relazione commerciale reale.

La frode diventa tanto più pericolosa quanto più contiene informazioni autentiche.

Ed è precisamente questo il cambiamento che dovrebbe modificare il nostro modo di pensare alla cybersicurezza.

Dal phishing grossolano alla frode costruita su misura

Per molti anni abbiamo immaginato il phishing attraverso una mail scritta male, un improbabile messaggio proveniente da una banca o un link palesemente sospetto.

Quel mondo non è scomparso. Ma accanto ad esso se ne sta sviluppando un altro molto più sofisticato.

I dati sottratti attraverso un attacco informatico possono diventare la materia prima per successive campagne di social engineering.

Il criminale non deve necessariamente violare direttamente il conto corrente. Può essere più semplice convincere la vittima a effettuare personalmente un pagamento, consegnare una password o modificare le coordinate di un beneficiario.

La disponibilità dell’intelligenza artificiale generativa rende inoltre possibile creare rapidamente testi formalmente corretti, personalizzati e coerenti con il contesto nel quale opera la vittima.

La tecnologia che aiuta le imprese ad aumentare produttività ed efficienza può essere utilizzata, dall’altra parte, per aumentare la qualità dell’inganno.

L’Italia sotto pressione

L’episodio TeamSystem si inserisce in uno scenario nel quale gli attacchi informatici e soprattutto le campagne fraudolente sono diventati estremamente frequenti.

Un dato recente aiuta a comprendere le dimensioni del fenomeno. Nella settimana tra il 15 e il 21 agosto 2026, il CERT-AGID ha rilevato e analizzato 132 campagne malevole, delle quali 103 specificamente rivolte a obiettivi italiani e altre 29 generiche che hanno comunque interessato il nostro Paese. Sono stati individuati 1.431 indicatori di compromissione.

Soltanto nella settimana precedente, dall’8 al 14 agosto, le campagne rilevate erano state 118.

Dietro questi numeri si trovano tecniche molto diverse: phishing, malware, furto delle credenziali, impersonificazione di istituzioni e aziende, falsi pagamenti e siti costruiti per assomigliare a quelli ufficiali.

Recentemente il CERT-AGID ha segnalato, per esempio, campagne che hanno sfruttato i nomi di SPID, INPS, pagoPA, Polizia di Stato, Ministero della Salute e Fascicolo Sanitario Elettronico.

Non siamo quindi davanti a un fenomeno occasionale.

Siamo davanti a una componente strutturale del rischio dell’economia digitale.

La cybersicurezza non è più soltanto un problema informatico

Qui probabilmente si trova la lezione più importante del caso TeamSystem.

Per troppo tempo la sicurezza informatica è stata considerata un problema riservato ai tecnici: firewall, antivirus, password, server, backup.

Oggi questa impostazione non basta più.

Un incidente cyber può interrompere la produzione, bloccare l’operatività, sottrarre denaro, compromettere rapporti commerciali, produrre responsabilità legali e danneggiare la reputazione dell’impresa.

Il cyber risk diventa quindi rischio operativo.

Ma può trasformarsi anche in rischio finanziario quando determina perdite economiche; in rischio reputazionale quando incrina la fiducia di clienti e fornitori; in rischio legale e di compliance quando coinvolge dati personali; e persino in rischio di credito, quando le conseguenze economiche dell’attacco compromettono la capacità dell’impresa di generare cassa e rispettare i propri impegni finanziari.

Per questo la cybersicurezza dovrebbe entrare stabilmente nei sistemi di governo e controllo delle imprese.

Non è più materia esclusiva del responsabile IT.

È materia per amministratori, organi di controllo, risk manager, revisori e, sempre più frequentemente, anche per banche e finanziatori chiamati a valutare la solidità complessiva dell’impresa.

Proteggere il dato significa proteggere l’impresa

Il GDPR aveva già introdotto un principio importante: la sicurezza deve essere proporzionata al rischio.

Il Garante per la protezione dei dati personali ricorda che titolari e responsabili devono adottare misure tecniche e organizzative adeguate, capaci di garantire riservatezza, integrità, disponibilità e resilienza dei sistemi.

Quando si verifica una violazione dei dati personali, inoltre, il titolare deve valutarne il rischio e, nei casi previsti, effettuare la notifica al Garante senza ingiustificato ritardo e, ove possibile, entro 72 ore dalla conoscenza della violazione. Se il rischio per le persone è elevato, può essere necessaria anche la comunicazione agli interessati.

Ma rispettare una norma rappresenta soltanto una parte del problema.

La vera sfida è costruire una cultura della sicurezza.

Significa autenticazione a più fattori, aggiornamento dei sistemi, segmentazione degli accessi, backup, monitoraggio delle anomalie e formazione continua del personale.

Significa però anche introdurre procedure apparentemente banali: per esempio, una variazione dell’IBAN comunicata tramite email non dovrebbe essere accettata automaticamente, ma verificata attraverso un secondo canale indipendente e già conosciuto.

Una telefonata di trenta secondi può impedire una frode da centinaia di migliaia di euro.

L’anello debole resta spesso l’uomo

Possiamo costruire sistemi tecnologicamente molto sofisticati, ma alla fine una parte considerevole degli attacchi continua a cercare una persona da convincere.

Un dipendente.

Un amministrativo.

Un professionista.

Un responsabile della tesoreria.

Qualcuno che, magari sotto pressione, deve autorizzare rapidamente un pagamento.

La cybersicurezza diventa quindi anche un problema di organizzazione aziendale e comportamento umano.

Non basta insegnare ai dipendenti a non cliccare sui link sospetti. Occorre creare procedure nelle quali determinate operazioni – cambio dell’IBAN, modifica del beneficiario, bonifici anomali, richieste urgenti provenienti dai vertici aziendali – attivino automaticamente verifiche ulteriori.

La sicurezza migliore è quella che non dipende esclusivamente dall’attenzione del singolo individuo.

Dal dato rubato alla fiducia rubata

L’attacco che ha interessato TeamSystem passerà probabilmente presto dalle prime pagine delle cronache ad altri aggiornamenti e ad altre notizie.

Ma il problema che lascia sul tavolo resterà.

Abbiamo costruito un’economia nella quale quantità enormi di informazioni personali, finanziarie e commerciali transitano attraverso piattaforme digitali. È proprio questa concentrazione di informazioni ad aver reso possibili servizi straordinariamente efficienti.

La stessa concentrazione, però, aumenta il valore di quelle piattaforme come obiettivo degli attaccanti.

Per questo il tema non può essere affrontato attraverso l’illusione della sicurezza assoluta. Nessun sistema può garantire che un attacco non avverrà mai.

La domanda corretta diventa allora un’altra: quanto siamo preparati quando l’attacco avviene?

Quanto rapidamente sappiamo individuarlo?

Quanto riusciamo a limitarne le conseguenze?

Quanto velocemente informiamo chi potrebbe essere esposto?

E soprattutto: quanto abbiamo costruito procedure capaci di impedire che un dato sottratto si trasformi, qualche giorno o qualche mese dopo, in una nuova frode?

È questo forse il messaggio più importante che arriva dal caso TeamSystem.

Nell’economia digitale proteggere i dati non significa più soltanto proteggere la privacy.

Significa proteggere pagamenti, rapporti commerciali, continuità aziendale e reputazione.

In una parola, significa proteggere la fiducia.

Ed è proprio la fiducia, prima ancora dei dati, il patrimonio che un attacco informatico rischia oggi di sottrarre.