Anno III • Numero 245
9772039198001

QUOTIDIANO DI INFORMAZIONE LIBERA E INDIPENDENTE

Quando la geografia diventa rischio finanziario

Finanza di guerra

L’oro si sposta, le banche centrali si preparano a un mondo più instabile

Per molti anni la gestione delle riserve delle banche centrali è sembrata materia per specialisti: composizione valutaria, liquidità, sicurezza degli attivi, rendimento. Oggi a queste variabili se ne sta aggiungendo un’altra, molto meno finanziaria in apparenza ma sempre più importante: la geografia.

Dove si trova materialmente una riserva? Sotto quale giurisdizione? Quanto rapidamente può essere utilizzata se una crisi geopolitica interrompe il normale funzionamento dei mercati?

Sono domande che fino a qualche anno fa potevano sembrare marginali. Non lo sono più.

A dimostrarlo è la recente decisione della banca centrale olandese, De Nederlandsche Bank (DNB), di modificare profondamente la distribuzione geografica delle proprie riserve auree.

Le 86 tonnellate olandesi che cambiano indirizzo

Tra marzo e agosto 2026 la DNB ha trasferito verso Londra circa 86 tonnellate d’oro precedentemente allocate tra Stati Uniti e Canada.

L’Olanda possiede complessivamente 612,4 tonnellate d’oro. Prima dell’operazione il 31,3% era custodito a New York, il 19,7% a Ottawa, il 18,1% a Londra e il 30,8% nei Paesi Bassi.

Dopo l’operazione la distribuzione è diventata molto più equilibrata: Londra è salita al 32,1%, mentre New York e Ottawa sono scese entrambe al 18,5%. La quota conservata nei Paesi Bassi è rimasta al 30,8%.

Non è stata quindi modificata la quantità complessiva di oro posseduta. È cambiato dove quell’oro viene custodito e, soprattutto, quanto rapidamente può essere utilizzato.

La motivazione ufficiale è particolarmente significativa.

La banca centrale olandese parla apertamente dell’aumento delle tensioni geopolitiche e della necessità di rafforzare la propria crisis preparedness, cioè la capacità di affrontare scenari di crisi grave.

Londra rappresenta uno dei principali mercati mondiali dell’oro fisico e l’oro custodito presso la Bank of England risponde agli standard internazionali che ne facilitano la negoziazione. In una situazione di emergenza, dunque, quelle riserve potrebbero essere mobilitate più rapidamente.

Non si tratta neppure, come potrebbe suggerire una lettura superficiale, di decine di camion blindati che attraversano l’Atlantico. Circa 59 tonnellate sono state vendute a New York e contemporaneamente riacquistate a Londra; più di 27 tonnellate sono invece rientrate fisicamente dal Nord America nei Paesi Bassi, mentre una quantità analoga di oro già conforme agli standard internazionali è stata trasferita dai Paesi Bassi a Londra.

La DNB ha quindi sperimentato contemporaneamente modalità differenti di riallocazione. Anche questo ha un significato: disporre di procedure alternative nel caso in cui, durante una futura crisi, una delle modalità di trasferimento non fosse praticabile.

Non è soltanto l’Olanda

Il movimento olandese diventa ancora più interessante se confrontato con quanto accaduto recentemente in Francia.

La Banque de France deteneva a New York una quota residua di 129 tonnellate d’oro, pari a circa il 5% delle proprie riserve auree complessive.

Tra il 2025 e l’inizio del 2026 quell’oro è stato venduto e sostituito con oro acquistato in Europa e conforme ai più moderni standard internazionali di negoziazione.

Anche in questo caso sarebbe eccessivo parlare semplicemente di “fuga dagli Stati Uniti”. La motivazione francese è prevalentemente tecnica: adeguare il patrimonio agli standard internazionali e aumentarne l’efficienza operativa.

Ma, osservati insieme, i due episodi raccontano qualcosa di più ampio.

Le banche centrali stanno tornando a interrogarsi non soltanto sulla qualità degli asset posseduti, ma anche sulla loro accessibilità in condizioni estreme.

Ed è qui che la questione diventa geopolitica.

Il ritorno dell’oro

Parallelamente sta avvenendo un altro fenomeno.

Le banche centrali hanno ricominciato ad accumulare oro in quantità che sarebbero sembrate difficilmente immaginabili qualche decennio fa.

Secondo il World Gold Council, negli ultimi quattro anni le banche centrali hanno acquistato mediamente circa 1.000 tonnellate d’oro all’anno, contro una media di circa 500 tonnellate nel decennio precedente.

Nel solo 2025 gli acquisti netti sono stati circa 863 tonnellate.

Il movimento è proseguito nel 2026: nel secondo trimestre gli acquisti netti delle banche centrali hanno raggiunto circa 289 tonnellate.

Ancora più significativo è ciò che dichiarano gli stessi gestori delle riserve. Nel sondaggio 2026 del World Gold Council, l’89% degli intervistati prevedeva un aumento delle riserve auree globali nei successivi dodici mesi e il 45% prevedeva un incremento delle riserve della propria istituzione.

Tra le motivazioni ricorrono diversificazione, protezione dall’incertezza finanziaria, conservazione del valore e, sempre più esplicitamente, copertura del rischio geopolitico.

Perché proprio l’oro?

La risposta sta nella particolare natura di questo asset.

Un’obbligazione è il debito di qualcuno.
Un deposito bancario rappresenta un credito verso qualcuno.
Una valuta dipende dall’autorità monetaria che la emette.

L’oro fisico non rappresenta invece la passività finanziaria di un’altra controparte.

È questa caratteristica a renderlo particolarmente interessante negli scenari estremi.

La stessa banca centrale olandese lo definisce un’attività particolarmente adatta alla copertura dei rischi sistemici estremi e un “ancoraggio della fiducia”.

L’oro, dunque, non sta tornando perché il sistema finanziario moderno abbia improvvisamente riscoperto una nostalgia per il passato. Sta tornando perché alcune delle sue caratteristiche risultano sorprendentemente adatte al nuovo mondo geopolitico.

La lezione delle riserve russe

C’è poi un avvenimento che ha inevitabilmente modificato la percezione del rischio delle riserve internazionali.

Dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022, una parte rilevante delle attività della banca centrale russa detenute all’estero è stata immobilizzata nell’ambito delle sanzioni occidentali.

Indipendentemente dal giudizio politico sulla decisione, dal punto di vista della gestione delle riserve quell’episodio ha dimostrato qualcosa di fondamentale:

un’attività finanziariamente sicura può diventare geopoliticamente indisponibile.

È probabilmente una delle lezioni più importanti degli ultimi anni.

Il rischio non riguarda più soltanto la possibilità che un debitore non paghi. Può riguardare la possibilità che un’attività perfettamente esistente non possa essere utilizzata a causa di una decisione politica, di una sanzione, di un conflitto o dell’interruzione di un’infrastruttura finanziaria.

Non è necessariamente una fuga dal dollaro

Bisogna però evitare conclusioni troppo semplicistiche.

Lo spostamento dell’oro olandese da New York verso Londra non significa che le banche centrali europee abbiano improvvisamente perso fiducia negli Stati Uniti.

La stessa Olanda continua a custodire il 18,5% delle proprie riserve auree negli Stati Uniti.

E il dollaro rimane largamente la principale valuta di riserva internazionale.

Esiste tuttavia un processo di diversificazione.

Nel sondaggio 2026 del World Gold Council, il 74% delle banche centrali intervistate prevedeva una diminuzione moderata o significativa della quota del dollaro nelle riserve mondiali nei successivi cinque anni, mentre si attendeva un aumento della componente aurea.

Non necessariamente de-dollarizzazione, quindi.

Piuttosto riduzione delle dipendenze eccessive.

È una differenza importante.

Dalla diversificazione finanziaria alla diversificazione geopolitica

Tradizionalmente un gestore di portafoglio diversifica per non concentrare il rischio.

Non investe tutto nello stesso titolo, nello stesso settore o nella stessa valuta.

Oggi questo principio sembra estendersi a una dimensione ulteriore:

non concentrare neppure la custodia degli asset nella stessa area geografica e nella stessa giurisdizione.

La decisione olandese è esattamente questo.

New York, Ottawa, Londra e Paesi Bassi diventano nodi differenti di una stessa architettura di sicurezza.

Non è sfiducia verso uno specifico Paese.

È applicazione del principio secondo cui nessuna dipendenza dovrebbe diventare critica.

Quando la geografia entra nel risk management

Ed è probabilmente questa la vera lezione che il mondo bancario dovrebbe ricavare dalla vicenda.

Se una banca centrale ritiene necessario interrogarsi sulla localizzazione fisica e giuridica delle proprie riserve, una banca commerciale non può più limitarsi a valutare il rischio finanziario tradizionale delle proprie esposizioni.

Occorre sapere dove passa il rischio.

Dove si trova una controparte?

Da quale sistema di pagamento dipende?

In quale valuta avvengono le transazioni?

Quale legislazione disciplina l’attività?

Dove sono localizzati i fornitori tecnologici?

Da quali infrastrutture dipendono i pagamenti?

Quanto è concentrata una catena di approvvigionamento?

Cosa accadrebbe se improvvisamente una determinata giurisdizione diventasse inaccessibile?

Il rischio geopolitico smette così di essere soltanto una variabile dello scenario macroeconomico e diventa rischio operativo, finanziario, di liquidità, di controparte e di continuità aziendale.

Un nuovo compito per governance e organi di controllo

Il cambiamento riguarda inevitabilmente anche la governance bancaria.

Il consiglio di amministrazione e gli organi di controllo non possono conoscere in anticipo quale sarà la prossima crisi geopolitica. Devono però assicurarsi che l’organizzazione sia capace di resistervi.

È la differenza tra prevedere il rischio e prepararsi al rischio.

Una governance realmente preventiva dovrebbe quindi interrogarsi sulle concentrazioni geografiche e giurisdizionali, sulle dipendenze tecnologiche e finanziarie, sulla possibilità di utilizzare fornitori o infrastrutture alternative, sulla continuità dei sistemi di pagamento e sull’esistenza di piani operativi per scenari estremi ma plausibili.

In altri termini, dovrebbe porsi la stessa domanda che sembra essersi posta la banca centrale olandese:

se domani accadesse qualcosa che oggi consideriamo improbabile, riusciremmo comunque a operare?

Il vero messaggio delle 86 tonnellate d’oro

Forse è proprio questo il significato più profondo dell’operazione olandese.

Non sappiamo quale sarà la prossima crisi.

Potrebbe riguardare una guerra, una nuova stagione di sanzioni, una crisi finanziaria, una tensione commerciale, un’infrastruttura di pagamento o qualcosa che oggi non stiamo considerando.

Le banche centrali non sembrano sostenere di conoscere il futuro.

Stanno facendo qualcosa di più razionale: si stanno preparando alla possibilità di non conoscerlo.

Ecco perché sarebbe sbagliato interpretare quelle 86 tonnellate d’oro come il segnale misterioso di qualcuno che “sa qualcosa che noi non sappiamo”.

Il messaggio è probabilmente più semplice e, proprio per questo, più importante.

Nel mondo che sta emergendo non basta più chiedersi quanto sia sicuro ciò che possediamo.

Dobbiamo chiederci dove si trova, da chi dipende e se potremo ancora utilizzarlo quando ne avremo davvero bisogno.

È il passaggio dalla sicurezza dell’asset alla resilienza del sistema.

E quando persino le banche centrali cominciano a ragionare in questi termini, significa che la geopolitica non è più soltanto lo sfondo sul quale si muovono i mercati.

È diventata essa stessa una componente del rischio finanziario.