Anno III • Numero 245
9772039198001

QUOTIDIANO DI INFORMAZIONE LIBERA E INDIPENDENTE

LA Partita del Secolo

Giocatori di calcio in un campo

di Romolo Martelloni

Sarnano, 1° aprile 1944. Undici partigiani, undici soldati tedeschi e una partita di calcio che nessuno poteva permettersi di vincere: la partita del secolo

Il pallone rotola sull’erba. Per qualche minuto, a Sarnano, sembra di essere lontani dalla guerra. Niente spari. Niente rastrellamenti. Niente montagne percorse di notte con il timore di essere scoperti. Solo ventidue uomini in campo. Undici indossano la divisa dei soldati tedeschi. Gli altri undici sono partigiani italiani. A guardarli c’è un uomo con un fischietto: Mario Maurelli, arbitro di calcio del paese.

Ma quella non è una normale partita. Perché appena fuori dal campo c’è una guerra che continua. È il 1° aprile 1944. E per gli uomini che stanno per giocare, perdere o vincere non significa soltanto conquistare o subire un risultato. Può significare vivere o morire.

   Undici indossano la divisa dei soldati tedeschi. Gli altri undici sono partigiani italiani. A guardarli c’è un uomo con un fischietto: Mario Maurelli, arbitro di calcio del paese. Ma quella non è una normale partita. Perché appena fuori dal campo c’è una guerra che continua. È il 1° aprile 1944.  E per gli uomini che stanno per giocare, perdere o vincere non significa soltanto conquistare o subire un risultato. Può significare vivere o morire.

   La storia comincia qualche tempo prima, quando alcuni soldati tedeschi si presentano alla porta di Mario Maurelli. La richiesta che gli fanno ha qualcosa di surreale. Vogliono organizzare una partita di calcio. Contro i partigiani.

I tedeschi sono chiari: bisogna giocare. Altrimenti ci saranno conseguenze. La partita, invece, potrebbe garantire la libertà dei partecipanti. È una promessa difficile da accettare. Soprattutto perché a farla è il nemico. Ma in guerra anche le scelte impossibili diventano necessarie.

Maurelli conosce il calcio. È arbitro. Sa leggere una partita, conosce le regole, sa come tenere a bada gli animi quando ventidue uomini si contendono un pallone. Quello che probabilmente non aveva mai immaginato era di dover arbitrare una partita nella quale un errore avrebbe potuto costare la vita a qualcuno.

E succede qualcosa che, per qualche istante, sembra quasi restituire alla realtà la sua normalità. I partigiani giocano, corrono, attaccano.

La partita cambia volto. Quello che fino a un momento prima era un confronto sportivo diventa un esercizio di equilibrio. Bisogna giocare. Bisogna evitare di sembrare troppo forti. Bisogna soprattutto arrivare alla fine. Un gol può essere una festa. Ma in quella giornata un gol può anche diventare una condanna.

Il primo gol:  Il 1° aprile le due squadre si presentano. Da una parte gli uomini della Wehrmacht. Dall’altra i partigiani. Mario Maurelli prende posizione. Il fischietto. Il pallone. Il gioco comincia.

Il nome sembra quasi scritto apposta per questa storia. Libero è un difensore partigiano. E prende una decisione. Davanti all’attaccante tedesco, finge di scivolare. Per un istante lascia libero il passaggio. L’attaccante non può far altro che approfittarne. Gol. 1-1. Il pareggio è arrivato. E in quel momento, incredibilmente, il pareggio assomiglia a una vittoria.

Il risultato non cambia. I tedeschi non riescono a pareggiare. I partigiani, invece, non sembrano avere alcuna intenzione di affondare il colpo. Resta l’1-0. Poi arrivano gli ultimi minuti. Ne mancano cinque. È allora che entra in scena un uomo chiamato Libero.

Verso quella stessa guerra dalla quale, per un’ora, si erano allontanati. Il pallone rimane indietro. Il campo rimane indietro. La partita rimane indietro. Loro tornano a essere partigiani.

A fare da tramite è Mimmo Maurelli, fratello di Mario e partigiano. Tocca a lui trovare gli uomini. Undici. Non soldati di un esercito regolare. Partigiani. Uomini abituati alle montagne, alla clandestinità, alla paura e alla fuga. Uomini che combattono una guerra nella quale il campo di battaglia può essere un bosco, una strada, una casa. Questa volta, invece, sarà un campo da calcio.

Racconta di uomini costretti a trasformare una partita in una strategia di sopravvivenza. Racconta di un arbitro che si trovò a dirigere l’incontro più assurdo della sua vita. Racconta di un fratello partigiano che dovette mettere insieme una squadra sapendo che quella convocazione poteva essere una condanna. E racconta di un difensore chiamato Libero che, per salvare tutti, decise di lasciar passare l’avversario.

Il primo gol:  Il 1° aprile le due squadre si presentano. Da una parte gli uomini della Wehrmacht. Dall’altra i partigiani. Mario Maurelli prende posizione. Il fischietto. Il pallone. Il gioco comincia. E succede qualcosa che, per qualche istante, sembra quasi restituire alla realtà la sua normalità. I partigiani giocano, corrono, attaccano.

Fuori dal campo, invece, quegli uomini continuarono a combattere per poter essere davvero liberi. La partita finì 1-1. Ma forse il risultato più importante era un altro.

Libertà. E così, quel giorno, il difensore che si chiamava Libero fece quello che la partita richiedeva: lasciò segnare.

Dopo appena dieci minuti arriva il gol. 1-0: Il pallone supera il portiere tedesco. Per un attimo, potrebbe sembrare una vittoria. Ma nessuno esulta davvero. Perché tutti comprendono immediatamente il problema. Non devono vincere.

Cinque minuti alla fine. Il tempo passa.

Il risultato non cambia. I tedeschi non riescono a pareggiare. I partigiani, invece, non sembrano avere alcuna intenzione di affondare il colpo. Resta l’1-0. Poi arrivano gli ultimi minuti. Ne mancano cinque. È allora che entra in scena un uomo chiamato Libero. Il nome sembra quasi scritto apposta per questa storia. Libero è un difensore partigiano. E prende una decisione. Davanti all’attaccante tedesco, finge di scivolare. Per un istante lascia libero il passaggio. L’attaccante non può far altro che approfittarne. Gol. 1-1. Il pareggio è arrivato. E in quel momento, incredibilmente, il pareggio assomiglia a una vittoria.

Tre fischi Mario Maurelli guarda la partita. Poi porta il fischietto alla bocca. Un fischio. Poi un altro. Poi il terzo. È finita. 1-1. Nessuna squadra ha vinto. Ma gli undici partigiani possono tirare un respiro.

   La promessa dei tedeschi, almeno per il momento, sembra mantenuta. E allora accade l’ultima scena. Forse la più importante: gli undici uomini non restano sul campo, non si fermano a celebrare il risultato, non aspettano che la giornata diventi un ricordo. Corrono via dal terreno di gioco. Corrono verso le montagne.

Quando perdere significa vincere

La storia di Sarnano contiene un paradosso che il calcio, forse, non aveva mai conosciuto. Normalmente una squadra entra in campo per vincere. Quel giorno gli undici partigiani entrarono in campo con l’obiettivo opposto: Dovevano sopravvivere. Il loro 1-1 non è scritto negli albi d’oro. Non consegna una coppa. Non regala una medaglia. Non stabilisce chi fosse il più forte. Ma racconta qualcosa che va oltre il calcio.

Il significato di un nome

Forse è proprio il nome di Libero a rendere questa storia impossibile da dimenticare. Perché dopo il pareggio quegli uomini tornarono sulle montagne. Tornarono alla loro lotta. Tornarono a rischiare la vita per qualcosa che aveva un nome semplice.

Libertà. E così, quel giorno, il difensore che si chiamava Libero fece quello che la partita richiedeva: lasciò segnare. Fuori dal campo, invece, quegli uomini continuarono a combattere per poter essere davvero liberi. La partita finì 1-1. Ma forse il risultato più importante era un altro.

Undici uomini erano entrati in campo.
Undici uomini ne erano usciti vivi.

In mezzo c’era stato un pallone, un arbitro, una finta caduta e un gol. E per qualche minuto, nel pieno della guerra, il destino di ventidue uomini era stato affidato a una partita di calcio. Una partita che nessuno poteva vincere. Perché quel giorno, a Sarnano, il vero risultato era tornare a casa. La partita del secolo.