Anno III • Numero 245
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Emma Bonino, il coraggio di essere scomoda

Se ne va a 78 anni una delle figure più riconoscibili e controverse della politica italiana. Cinquant’anni di battaglie per i diritti civili, le donne, l’Europa e la libertà individuale. Un’eredità che va oltre gli schieramenti.

Ci sono uomini e donne politici che attraversano il proprio tempo assecondandolo. Altri provano a cambiarlo. Emma Bonino apparteneva certamente alla seconda categoria.

È morta oggi, 11 settembre, a Roma, all’età di 78 anni, dopo il recente aggravarsi delle sue condizioni di salute. Nei giorni scorsi era stata ricoverata al Santo Spirito a causa di una grave crisi respiratoria e successivamente trasferita in una struttura privata.

Con lei scompare una delle protagoniste più longeve e, nello stesso tempo, meno classificabili della politica italiana. Radicale, europeista, parlamentare italiana ed europea, commissaria europea, vicepresidente del Senato, ministra per le Politiche europee e il Commercio internazionale e poi ministra degli Esteri. Ma l’elenco degli incarichi racconta soltanto una parte della sua storia.

Perché Emma Bonino è stata soprattutto una militante.

E lo è stata fino alla fine.

La sua storia politica nasce da un’esperienza personale destinata a trasformarsi in battaglia collettiva. Nel 1974, quando in Italia l’interruzione volontaria di gravidanza era ancora illegale, Bonino ricorse a un aborto clandestino. Quell’esperienza la spinse a impegnarsi pubblicamente contro la clandestinità e, l’anno successivo, arrivò a consegnarsi alla polizia trasformando deliberatamente una vicenda privata in un atto politico.

Era già presente quello che sarebbe diventato uno dei tratti fondamentali della sua azione pubblica: mettere il proprio corpo e la propria libertà personale dentro le battaglie in cui credeva.

Da allora la sua vita si intreccia con quella del Partito Radicale e con Marco Pannella. Disobbedienza civile, referendum, scioperi della fame, provocazioni: strumenti spesso contestati, talvolta divisivi, ma utilizzati con l’obiettivo di costringere la politica a occuparsi di ciò che preferiva lasciare ai margini.

Nel 1976, a soli 28 anni, entra per la prima volta alla Camera dei deputati. Seguiranno decenni di presenza nelle istituzioni italiane ed europee.

Ma sarebbe riduttivo ricordare Emma Bonino soltanto attraverso le battaglie combattute in Italia.

Il suo orizzonte è stato presto internazionale.

Dalla lotta contro la pena di morte alla creazione della Corte penale internazionale, dalla denuncia dei crimini nell’ex Jugoslavia e in Ruanda alle campagne contro le mutilazioni genitali femminili, fino alla difesa delle donne afghane: Bonino ha portato la propria idea dei diritti in territori nei quali difenderli significava spesso esporsi personalmente.

Nel 1997 venne anche fermata dai talebani durante una visita in Afghanistan. Aveva denunciato con forza il silenzio internazionale sulle condizioni delle donne afghane.

Ed è forse proprio qui che emerge uno degli aspetti più interessanti della sua figura.

Emma Bonino non voleva essere semplicemente una donna che parlava alle donne. Voleva parlare di libertà.

Non amava essere rinchiusa nelle categorie, neppure in quelle apparentemente favorevoli. Non considerava le donne una minoranza da proteggere, ma persone alle quali riconoscere pienamente libertà, responsabilità e possibilità di scelta.

È una distinzione importante.

Perché buona parte delle sue battaglie non chiedeva protezione, ma autodeterminazione.

Ed è probabilmente questa la parola che meglio attraversa la sua intera esperienza politica: scegliere.

Scegliere del proprio corpo. Scegliere della propria vita. Scegliere le proprie convinzioni religiose. Scegliere come vivere e, quando possibile, come morire. Ma soprattutto assumersi la responsabilità delle proprie scelte.

Una concezione della libertà mai completamente separata dal dovere.

Da ministra degli Esteri ricordava che diritti e responsabilità devono procedere insieme e che non può esistere autentica libertà senza rispetto degli altri.

C’è poi l’Europa.

Quando oggi l’Unione appare attraversata da nazionalismi, guerre, nuove divisioni e tentazioni di chiusura, ricordare l’europeismo di Bonino significa tornare a una delle convinzioni più profonde della sua vita politica.

Non considerava l’Europa semplicemente un mercato comune.

La immaginava come uno spazio politico.

Da commissaria europea negli anni Novanta si occupò, tra l’altro, di aiuti umanitari, pesca, tutela dei consumatori e sicurezza alimentare. In seguito continuò a sostenere un’integrazione europea molto più profonda, fino a indicare nell’unione politica e nel federalismo la risposta alle debolezze strutturali dell’Unione.

Naturalmente Emma Bonino ha diviso.

Sarebbe sbagliato trasformarne oggi la morte in una tardiva santificazione.

Le sue posizioni sull’aborto, sull’eutanasia, sull’immigrazione, sulla famiglia e su molte questioni eticamente sensibili hanno provocato contrasti profondi. Una parte dell’Italia non si è mai riconosciuta nelle sue idee e le ha combattute apertamente.

Ma forse è proprio questo il punto.

Una democrazia non ha bisogno soltanto di persone con le quali siamo d’accordo. Ha bisogno anche di persone capaci di costringerci a discutere.

Bonino lo ha fatto per mezzo secolo.

Ha obbligato la politica italiana a confrontarsi con questioni che spesso sarebbe stato molto più comodo ignorare.

E non ha combattuto soltanto nelle istituzioni.

Ha combattuto anche contro la malattia. Nel 2015 rese pubblica la diagnosi di tumore al polmone. Continuò però la propria attività politica, attraversando negli anni successivi altri momenti difficili per la sua salute.

Resta significativa, anche simbolicamente, l’immagine della visita che Papa Francesco le fece nel novembre 2024 dopo un precedente grave problema di salute.

Due mondi lontanissimi su molte questioni.

Eppure capaci di incontrarsi.

Forse perché il rispetto non richiede necessariamente la condivisione delle idee.

Richiede il riconoscimento dell’altro.

Oggi, davanti alla morte di Emma Bonino, rimane dunque qualcosa che supera la valutazione politica delle singole battaglie.

Rimane una domanda.

Quanto siamo disposti a rischiare personalmente per ciò in cui diciamo di credere?

Emma Bonino, nel bene e nel male, una risposta l’ha data con la propria vita.

Si può essere stati contrari alle sue idee. Si possono giudicare alcune delle sue battaglie sbagliate. Si può appartenere a una cultura politica completamente diversa dalla sua.

Ma è difficile negarle una qualità sempre più rara nella politica contemporanea: la coerenza di esporsi.

In un tempo nel quale il consenso viene misurato ogni giorno attraverso sondaggi, social network e algoritmi, Bonino apparteneva a una generazione politica nella quale una battaglia poteva essere combattuta anche sapendo di essere minoranza.

Forse soprattutto allora.

Ed è questa, probabilmente, l’eredità più interessante che lascia.

Non l’obbligo di pensarla come lei.

Ma il diritto — e qualche volta il dovere — di avere il coraggio di pensarla diversamente.