Anno III • Numero 245
9772039198001

QUOTIDIANO DI INFORMAZIONE LIBERA E INDIPENDENTE

11 settembre, il giorno in cui cambiò anche l’economia mondiale

A venticinque anni dagli attentati alle Torri Gemelle, l’11 settembre resta una cesura non soltanto politica e sociale. Quel giorno cambiò anche il modo in cui mercati, banche e imprese guardano al rischio: non più soltanto qualcosa da misurare attraverso bilanci e statistiche, ma anche un evento improvviso capace di interrompere in poche ore attività, trasporti e mercati finanziari.

Ci sono date che appartengono alla storia e altre che finiscono per dividere la storia in un prima e un dopo.

L’11 settembre 2001 appartiene alla seconda categoria.

Le immagini degli aerei che colpiscono le Torri Gemelle, delle colonne di fumo sopra Manhattan e del successivo crollo del World Trade Center sono entrate nella memoria collettiva. Dietro quelle immagini, prima ancora delle conseguenze economiche, rimane naturalmente la dimensione umana della tragedia: migliaia di vittime e famiglie la cui vita cambiò per sempre.

Ma l’11 settembre produsse anche qualcosa di meno immediatamente visibile. Cambiò profondamente la percezione del rischio nell’economia mondiale.

Quando Wall Street si fermò

La mattina dell’11 settembre il New York Stock Exchange non aveva ancora iniziato le contrattazioni. I danni alle infrastrutture, alle telecomunicazioni e alle reti elettriche della zona resero impossibile il normale funzionamento dei mercati.

Wall Street rimase chiusa fino a lunedì 17 settembre.

Era la più lunga interruzione delle contrattazioni dalla Grande Depressione.

Il problema non riguardava soltanto le quotazioni azionarie. L’intera infrastruttura finanziaria americana subì uno shock: banche, sistemi di pagamento, mercato dei titoli di Stato, clearing e telecomunicazioni dovettero affrontare contemporaneamente difficoltà operative eccezionali.

L’11 settembre il numero dei pagamenti effettuati attraverso Fedwire, una delle infrastrutture fondamentali del sistema finanziario statunitense, diminuì di oltre il 40 per cento e il loro valore di circa un quarto. La Federal Reserve intervenne immediatamente per garantire liquidità e continuità al sistema e, il 17 settembre, ridusse di 50 punti base il tasso sui federal funds.

Non era soltanto necessario riaprire Wall Street.

Bisognava impedire che la paura diventasse una crisi finanziaria.

Il costo economico dell’attacco

Quantificare economicamente l’11 settembre è estremamente difficile perché occorre distinguere tra distruzione materiale, perdita di reddito, occupazione, assicurazioni, turismo, trasporto aereo e conseguenze macroeconomiche indirette.

Una delle analisi esaminate dal Government Accountability Office statunitense stimò in circa 83 miliardi di dollari del 2001 le perdite complessive, dirette e indirette, associate agli attacchi contro il World Trade Center.

L’impatto sull’occupazione fu altrettanto rilevante. Nell’area di New York andarono persi circa 83.000 posti di lavoro nel settore privato tra l’11 settembre e la fine del 2001.

Ma le onde dello shock si propagarono molto oltre Manhattan.

Uno dei settori maggiormente colpiti fu il trasporto aereo. Secondo le valutazioni del GAO, le perdite dell’industria aerea direttamente riconducibili agli eventi dell’11 settembre avrebbero raggiunto almeno 5 miliardi di dollari entro la fine del 2001.

Turismo, alberghi, assicurazioni e attività commerciali subirono a loro volta le conseguenze della brusca caduta della mobilità e della fiducia.

Quando il rischio diventò geopolitico

È forse questa l’eredità economica più interessante dell’11 settembre.

Fino ad allora, almeno nell’immaginario di molti operatori economici, il rischio era prevalentemente qualcosa che poteva essere ricondotto a categorie relativamente definite: rischio di credito, rischio di mercato, rischio di liquidità, rischio operativo.

L’11 settembre mostrò invece con una violenza senza precedenti quanto un evento esterno al sistema economico potesse propagarsi rapidamente attraverso di esso.

Un attentato terroristico poteva diventare contemporaneamente crisi dei trasporti, shock assicurativo, problema di liquidità, interruzione delle infrastrutture, caduta della domanda, perdita di posti di lavoro e crisi di fiducia.

Il rischio geopolitico cessava così di essere soltanto materia per governi, diplomatici e analisti militari.

Diventava una variabile economica.

La lezione delle assicurazioni

Un esempio particolarmente significativo arrivò dal mercato assicurativo.

Gli attentati generarono perdite assicurate stimate successivamente in circa 32,5 miliardi di dollari. Dopo l’attacco molti assicuratori ridussero drasticamente la disponibilità delle coperture contro il terrorismo.

Il problema divenne così rilevante da spingere gli Stati Uniti ad approvare nel 2002 il Terrorism Risk Insurance Act, attraverso il quale lo Stato federale assunse un ruolo nella condivisione delle potenziali perdite derivanti da futuri attacchi terroristici.

Era un passaggio concettualmente importante.

Esistono rischi talmente grandi e correlati da risultare difficilmente sostenibili attraverso i normali meccanismi di mercato.

Dal terrorismo alla pandemia e alle guerre

A venticinque anni di distanza, quella lezione appare ancora più evidente.

La crisi finanziaria globale, la pandemia, le guerre, le tensioni commerciali, le sanzioni economiche, gli attacchi informatici e le interruzioni delle catene globali di approvvigionamento hanno progressivamente modificato il concetto stesso di rischio d’impresa.

Il punto fondamentale non è prevedere esattamente quale sarà il prossimo shock.

Spesso è impossibile.

La vera questione è capire quanto un’organizzazione sia preparata a funzionare quando quello shock arriva.

È qui che entrano in gioco business continuity, stress test, diversificazione geografica, sicurezza informatica, gestione della liquidità e scenario analysis.

L’impresa moderna non può limitarsi a chiedersi quale sia lo scenario più probabile. Deve interrogarsi anche sugli scenari meno probabili ma potenzialmente più distruttivi.

La geografia è tornata nei bilanci

Per molti anni la globalizzazione aveva alimentato l’idea di un’economia progressivamente indipendente dalla geografia.

Capitali, merci e informazioni potevano attraversare il pianeta con una rapidità crescente.

L’11 settembre mostrò uno dei primi grandi limiti di quella rappresentazione.

La geografia continuava a contare.

Dove si trovano i fornitori? Dove sono localizzati i sistemi informatici? Quanto dipende l’impresa da un aeroporto, da una rotta commerciale, da una determinata area geografica? Cosa accade se una parte della rete diventa improvvisamente inutilizzabile?

Sono domande che oggi, nell’epoca delle guerre e delle catene globali del valore, appaiono quasi scontate.

Nel 2001 lo erano molto meno.

Il valore della resilienza

L’11 settembre insegnò quindi anche un’altra cosa: l’efficienza non basta.

Un sistema costruito esclusivamente per minimizzare costi e ridondanze può essere estremamente efficiente in condizioni normali e sorprendentemente fragile quando qualcosa interrompe il suo funzionamento.

La resilienza ha invece un costo.

Significa mantenere riserve di liquidità, sistemi alternativi, fornitori diversi, infrastrutture ridondanti, procedure di emergenza.

Tutto ciò può apparire inefficiente finché l’emergenza non arriva.

In quel momento la ridondanza smette di essere un costo e diventa una forma di assicurazione sulla sopravvivenza dell’organizzazione.

Venticinque anni dopo

L’11 settembre 2001 rimane innanzitutto una tragedia umana.

Qualunque analisi economica deve partire da questa consapevolezza.

Ma ricordare quella giornata significa anche comprendere quanto profondamente abbia modificato il mondo che sarebbe venuto dopo.

La Federal Reserve riuscì allora a impedire che la paralisi operativa del sistema finanziario si trasformasse in una crisi sistemica più ampia. La stessa istituzione avrebbe utilizzato strumenti ancora più potenti durante la crisi finanziaria del 2007-2009 e durante la pandemia del 2020.

Da allora abbiamo imparato che una guerra può modificare in poche settimane il prezzo dell’energia, che una nave può bloccare una rotta commerciale strategica, che un virus può fermare intere economie e che una crisi geopolitica può trasformarsi rapidamente in rischio finanziario.

Forse è proprio questa una delle lezioni economiche più durature dell’11 settembre.

Il rischio più pericoloso non è sempre quello che possiamo calcolare meglio. È quello che consideriamo troppo improbabile per prepararci ad affrontarlo.

E venticinque anni dopo, in un mondo nuovamente attraversato da guerre, tensioni geopolitiche e profonde trasformazioni economiche, quella lezione appare ancora drammaticamente attuale.