27 Settembre 2022

Green bond: risorsa o paravento per la transizione ecologica?

I green bond sono delle obbligazioni, dei titoli di credito a reddito fisso come i comuni bond, ma emessi per finanziare progetti che abbiano dei risultati ambientali positivi (efficienza energetica, mitigazione degli effetti dell’inquinamento, riduzione delle emissioni) e che stanno acquisendo un ruolo sempre più rilevante all’interno dei mercati obbligazionari globali.  

 

La finanza allineata agli obiettivi dell’ONU

Secondo la Climate Bonds Initiative (CBI) dal 2007, anno in cui la Banca Europea per gli Investimenti (BEI) ha emesso il primo titolo verde, i green bond hanno conosciuto un tasso di crescita che si attesta intorno all’850%. Il 12 ottobre di quest’anno la Commissione Europea ha emesso questi titoli verdi per un valore di 12 miliardi di euro ricevendo in cambio richieste per oltre 135 miliardi. L’obiettivo comunitario è quello di raccogliere 250 miliardi di euro entro il 2026 per finanziare una quota rilevante (almeno il 30%) del Next Generation EU. Durante l’ultima COP26 di Glaskow l’Unione Europea ha confermato, seppur ancora senza vincoli e senza una indicazione precisa dei passaggi da compiere, il suo impegno a ridurre le emissioni di carbonio del 55% entro il 2030 per arrivare alla neutralità climatica entro il 2050. Osservando gli andamenti in borsa di questi titoli e l’interesse che hanno acquisito sui mercati, sembrerebbe che gli investitori siano sempre più propensi a considerare gli obiettivi dei propri portafogli finanziari allineati agli obiettivi di sviluppo sostenibile (SDG) delle Nazioni Unite. È un dato acquisito dunque che la finanza verde stia crescendo di pari passo con gli impegni sul clima assunti dai governi che, per quanto fumosi e non vincolanti, come contestano i movimenti ambientalisti, indicano comunque una direzione obbligata per gli assets economici e finanziari dei prossimi decenni.  

 

Ce la faranno i nostri eroi?

L’Europa è senza dubbio, tra le maggiori potenze su scala globale, quella che più d’ogni altro si sta spendendo per la transizione energetica e per la decarbonizzazione dell’economia. Lo dimostra appunto anche il tentativo in corso di usare questa risorsa finanziaria per orientare i mercati agli obiettivi di sostenibilità. Ma lo fa da una posizione di estrema debolezza e dipendenza. La debolezza è conseguenza dell’evidente disomogeneità economica e politica dei paesi membri. Basta pensare ai rigurgiti nazionalisti all’interno dei gruppi parlamentari europei (i famosi sovranisti) che trovano facilmente l’appoggio finanziario di potenze concorrenti all’EU, come la Russia e la Cina. Per quanto riguarda invece la dipendenza dell’Europa dalle altre potenze prendiamo ad esempio alcuni dei settori senza dubbio centrali in questa fase di transizione ecologica: energia, informatica e trasporti. Nelle batterie di un’automobile elettrica o di uno smartphone, o di un sistema di accumulo fotovoltaico; nei loro display, così come in altre loro componenti, troviamo elementi quali il lantanio, il cerio, lo zirconio, il neodimio, l’europio, l’ittrio, il praseodimio, il disprosio o il terbio. Mai sentiti? Tranquilli, è un’ignoranza che accomuna il 99% degli esseri umani (e forse questa è già una parte del problema!). Oltre che rari e costosi, questi materiali hanno processi di estrazione, produzione e consumo molto sofisticati e inquinanti. Per produrre un chilo di vanadio bisogna lavorare otto tonnellate e mezza di roccia, sedici per un chilo di cerio, cinquanta per un chilo di gallio e duecento per un chilo di lutezio. I processi di purificazione richiedono l’utilizzo di acido solforico e altre componenti chimiche fortemente inquinanti, con impatto importante sul territorio, sulla salute dei lavoratori e delle popolazioni circostanti alle zone di produzione. Motivo per il quale la maggior parte di queste attività avvengono in Cina o in alcuni Paesi dell’Africa e dell’America Latina dove la legislazione in materia di protezione dell’ambiente e della salute dei lavoratori è meno vincolante. Secondo l’ultimo rapporto dello United States Geological Survey (USGS), il Mineral Commodities Summary, la Cina produce il 44% dell’indio, il 55% del vanadio, il 65% della fluorite e della grafite naturale, il 71% del germanio, il 77% dell’antimonio, il 61% del silicio, l’84% del tungsteno e circa il 95% delle terre rare prodotte nel mondo. Ecco spiegata, in numeri, l’impossibilità non solo europea di fare pressioni sulla Cina.

 

Un altro fattore che secondo i detrattori rende i green bond un arma spuntata è la mancanza di standard obbligatori e condivisi globalmente. Mentre la policy cinese per l’emissione di green bond consente di utilizzare fino al 50% dei fondi raccolti per il rimborso dei prestiti bancari della società emittente, gli standard europei prevedono che solo il 5% al massimo può essere stornato su tale voce. Un’altra differenza importante sta nella definizione di cosa sia “green” e quindi finanziabile. Il carbone per gli standard europei non lo è. Per quelli cinesi si, purché sia stato precedentemente trattato per ridurne le emissioni di CO². Ma l’aspetto che più preoccupa il mondo ambientalista riguardo all’uso dei titoli verdi come strumento di finanziamento delle imprese, è il rischio di greenwashing conseguente a questa enorme crescita di interesse. Per esempio una qualunque società, anche europea, che opera nel campo della produzione energetica sfruttando fonti fossili in Africa può continuare a farlo indisturbata se contemporaneamente finanzia, attraverso l’emissione di green bond, un progetto di energie rinnovabili in Europa. In questo modo beneficerà sia di un aumento di produzione, sia di un mix energetico più vario e quindi meno suscettibile agli sbalzi del mercato, sia di un’immagine positiva dell’azienda agli occhi dei propri stakeholders.  

 

Conclusioni

Se vogliamo rispettare gli impegni per la decarbonizzazione dell’economia ed evitare gli scenari peggiori legati ai cambiamenti climatici, gli investimenti per queste attività devono necessariamente aumentare. Gli scenari dell’ultimo rapporto dell’ IPCC descrivono reazioni a catena, con andamenti ed evoluzioni incerte che non giovano alla pianificazione economica e produttiva di nessun paese del mondo. Investitori, leader, istituzioni e il mondo in generale sembrano ormai consapevoli di questo, ma stentano ad abbandonare il principio degli opposti interessi nazionali che ha prevalso finora. La questione dunque, non è solo ambientale, ma anche economica e finanziaria. Il riscaldamento globale rappresenta una minaccia per la nostra società e per le nostre realtà economiche, ma in un’ottica finanziaria sta maturando la consapevolezza che da esso possono emergere delle opportunità di crescita sostenibile sfruttabile attraverso iniziative e strumenti finanziari innovativi. E da questo punto di vista i green bond sembrano rappresentare una buona opportunità. A patto che anche l’economia, la finanza e la politica trovino la capacità, come fa la CO², di ignorare i confini nazionali e gli interessi di parte.