25 Maggio 2022

La percezione dei rischi globali al forum di Davos 2022

Si è concluso ieri il consueto vertice annuale di Davos tra i principali leader e decisori mondiali, organizzato dal World Economic Forum. Anche quest’anno, per il secondo anno consecutivo, il forum si è svolto in modalità virtuale a causa della pandemia. L’apertura dei lavori, con la video conferenza del 17 Gennaio, ha visto protagonista oltre al fondatore del World Economic Forum, Klaus Schwab, anche il presidente cinese Xi Jinping. Quest’ultimo, da sempre preoccupato di ribadire le aperture della Cina a qualunque partner economico purché non si permetta di esprimere giudizi sulle scelte di politica interna ed estera cinese, non ha fatto a meno anche stavolta di ammantare il suo discorso di parole come solidarietà, cooperazione, multilateralismo, arrivando ad affermare che “i fatti hanno dimostrato ancora una volta che in mezzo ai torrenti furiosi di una crisi globale, i Paesi non viaggiano separatamente su circa 190 piccole imbarcazioni, ma sono piuttosto tutti su una nave gigante su cui ruota il nostro destino comune”. Fuor di metafora, le correnti avverse che preoccupano Xi sono legate esclusivamente al mantenimento di uno status quo negli assetti internazionali che possa garantire alla Cina i livelli di crescita raggiunti nell’ultimo decennio. Ma dal Global Risk Perception Survey 2022, il documento di sintesi che raccoglie i risultati di un sondaggio condotto tra esperti e decisori dei vari settori dell’economia globale sulla percezione dei rischi a livello internazionale, emerge ben altro. Il rapporto infatti evidenzia come la crisi pandemica abbia incrementato ulteriormente le divergenze nei settori della transizione climatica, della sicurezza informatica, della mobilità, dell’esplorazione spaziale e dell’accesso alle cure, e tali divergenze non potranno che aumentare le tensioni e i conflitti tra le nazioni aggravando le fratture sociali e geopolitiche.    

Ambiente, economia e salute pubblica

Alla raccolta dei dati per la stesura del Global Risks Perception Survey di quest’anno hanno contributo oltre mille leaders nazionali che hanno identificato i rischi più critici nel breve e lungo termine per i loro 124 paesi. Il rapporto mette in luce che tra le preoccupazioni principali che dominano i pensieri e le strategie dei decisori, quelle climatiche e ambientali hanno soppiantato, per il secondo anno consecutivo anche quelle economiche. Cinque dei dieci rischi globali evidenziati sono legati al clima. Cresce al 75% il valore di quanti si dicono affetti dalla cosiddetta “ansia climatica” e descrivono scenari futuri “spaventosi”. Si dicono preoccupati tanto da una transizione ecologica non gestita quanto da una transizione ecologica troppo veloce che potrebbe travolgere anche assetti economici tuttora stabili. Sanno bene che la mancata mitigazione del cambiamento climatico potrebbe ridurre il Pil globale di un sesto e gli impegni assunti con la COP26 non sono ritenuti sufficienti a limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi. Le due sfere insomma, quella ambientale e quella economica, non sono più disgiunte. Il rapporto evidenzia inoltre come la disuguaglianza nell’ accesso ai vaccini e alle cure per il coronavirus stia già determinando una ripresa economica irregolare. Nei 52 paesi più poveri che rappresentano circa il 20% della popolazione mondiale, il tasso di vaccinati si aggira intorno al 6%. Nel documento si stima, come conseguenza di questa disparità di accesso alle cure, che entro il 2024 le economie in via di sviluppo perderanno il 5,5% del Pil, mentre le economie avanzate continueranno a crescere mediamente dello 0,9%, ampliando ulteriormente la forbice. Questo potrebbe indurre moltissimi paesi a mettere in secondo piano gli sforzi per la decarbonizzazione vanificando anche gli investimenti che i paesi ricchi stanno lentamente approvando per il raggiungimento degli obiettivi climatici. Per quanto faticosamente insomma, pare che stia maturando tra le elites la consapevolezza che per uscire dalla crisi ambientale, sanitaria ed economica è necessaria una visione complessiva e un’azione congiunta. Viceversa, se prevarranno ancora prospettive e strategie nazionali, il fallimento nella mitigazione dei cambiamenti climatici, il perdurare della crisi economica in alcune aree del mondo e la disparità di accesso alle cure non farà che aumentare la pressione migratoria sui paesi ricchi, inasprire i conflitti sociali interni e minare ulteriormente i precari equilibri geopolitici, distruggendo in breve tempo anni di investimenti e i relativi guadagni attesi.    

La soluzione è in tasca ai ricchi

Secondo quanto affermato da un portavoce del World Economic Forum il pagamento di una giusta quota di tasse, con l’introduzione di un’imposta sul patrimonio potrebbe essere un buon modello da esportare in altri paesi. Tuttavia, è fin troppo evidente che finché esisterà anche un solo paradiso fiscale in cui mettere i capitali al riparo da qualunque forma di tassazione (oltre che di tracciamento) questa soluzione resterà solo un buon proposito. Anche per questo tra gli accordi scaturiti dall’ultimo G20 di Roma, c’è la volontà comune di varare una Global Minimum Tax al 15% che dovrebbe entrare in vigore dal 2023 per stabilire regole eque e condivise a livello globale per la tassazione delle imprese multinazionali. Un processo che il commissario europeo per l’economia, Paolo Gentiloni ha definito “un passo epocale ed estremamente positivo per gli sforzi collettivi dell’Europa per costruire un sistema fiscale globale più equo e stabile”. Ma al Forum di Davos si è andati anche oltre la tassa sui profitti delle multinazionali. Un gruppo di 102 milionari autodefinitisi “patriottici” ha fatto pervenire una lettera in cui chiedono di essere tassati maggiormente perché ritengono doveroso che i ricchi contribuiscano di più. Secondo uno studio commissionato da loro stessi e condotto da Oxfam e altre organizzazioni no profit, un’imposta progressiva, tra il 2% e il 5% sui patrimoni dai 5 milioni di euro in su, potrebbe raccogliere oltre 2.500 miliardi di euro, sufficienti a sollevare più di un quarto della popolazione mondiale da una condizione di povertà estrema, garantendo assistenza sanitaria e protezione sociale alle popolazioni dei paesi a basso reddito. Perfino sul blog della Banca Mondiale nel 2021 è apparso un articolo in cui si esortavano i paesi a prendere in considerazione una tassa sul patrimonio per aiutare a ridurre le disuguaglianze, finanziare gli interventi contro la pandemia e favorire la coesione e la fiducia sociale. E allora perché non cominciare proprio da chi ha maggiormente beneficiato della crisi pandemica sospendendo temporaneamente i brevetti sui vaccini visto che, secondo gli stessi dati Oxfam, in due anni di pandemia gli utili di Pfizer, Moderna e BioNTech sono aumentati di circa mille dollari al secondo mentre meno del 5% della popolazione dei paesi poveri è stata vaccinata?    

 

Photo credit: di Alexey M. – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=65398497