6 Ottobre 2022

(Dis)ordini mondiali. La Sublime porta e l’Impero del centro

Nell’attuale scontro tra Stati uniti e Russia esploso in Ucraina, l’assetto geopolitico mondiale nato dopo la guerra fredda vacilla; due potenze si presentano come possibili mediatori in quanto alfieri dell’innovazione geostrategica: la Turchia, tra neo-ottomanesimo e “patria blu”; la Cina, a partire dal concetto di “tianxia”

Lo specchio di Belgrado

In risposta alla richiesta dell’ambasciatore ucraino di condannare l’aggressione russa all’Ucraina, il presidente serbo Aleksandar Vučić ha dato una risposta semplice, che lascia intravedere dietro lo scenario attuale una contesa lunga un trentennio. «Siamo un piccolo Stato – ha detto Vučić – e non vogliamo precluderci la possibilità di portare avanti la nostra amicizia con alcuni paesi. Non siamo noi a decidere il destino dell’Ucraina… Lo esorto a invitare il suo presidente Volodymyr Zelensky a condannare l’orribile e tragica aggressione contro la Serbia, perpetrata dagli Stati uniti, dal Regno unito e da altri paesi. Non appena lo farà, sarò contento di esaudire la sua richiesta». Il presidente della Serbia, unico paese del continente europeo ad aver rifiutato di applicare le sanzioni contro Mosca, si è poi dichiarato consapevole che Kiev non pronuncerà quella condanna, perché «i suoi interessi sono in Occidente e sono completamente diversi dai nostri», precisando che l’eventuale adesione all’Unione europea (Ue) non dovrà comportare il deterioramento delle relazioni con Cina e Russia. Certo, Belgrado è tra i paladini del principio di integrità territoriale, essendo stata costretta a digerire la rinuncia alla storica provincia del Kosovo e Metohija proprio da quell’aggressione, che Vučić ha chiesto al suo omologo ucraino di condannare. Un attacco, che fu condotto per poco meno di tre mesi dall’Organizzazione del trattato dell’Atlantico Nord (Nato) senza una previa legittimazione da parte delle Nazioni unite (Onu). Un bilancio dei danni materiali e delle vittime civili della nobile incudine dell’Alleanza atlantica, fu riportato in un resoconto pubblicato a febbraio del 2000 da Human Rights Watch. Quello dei danni geopolitici, si sta manifestando in Ucraina.

La nobile incudine… e il vile martello

All’Operazione forza alleata del 1999, denominata negli Usa Operazione nobile incudine, si opposero esplicitamente Russia e Cina, che tuttavia non disponevano del peso geopolitico necessario per rendere efficace tale opposizione. Mosca era alle prese con i conflitti in Cecenia e Daghestan, mentre Pechino aveva dovuto digerire l’(ennesima) umiliazione da parte di una potenza occidentale: il bombardamento della sua ambasciata a Belgrado, che Washington definì un errore collaterale, mentre secondo un’inchiesta pubblicata dal Guardian, dall’Observer e da Politiken, si trattò di un atto deliberato: sull’edificio era stato installato un sistema radar che, peraltro, permise il celebre abbattimento dell’F-117 stealth americano da parte della contraerea serba. Poco dopo l’inizio dei bombardamenti Nato, la Russia chiese una riunione d’urgenza del Consiglio di sicurezza Onu, cui presentò una bozza, redatta assieme a Bielorussia e India, in cui si chiedeva l’immediata cessazione delle ostilità. Dei 15 paesi, solo tre votarono a favore, Cina, Russia e Namibia, mentre nessuno si astenne. Pieno supporto a Belgrado giunse, invece, dal colonnello libico Muammar Gheddafi, che vantava buoni rapporti con il paese balcanico sin dal periodo della Jugoslavia di Tito: per questo, nel 2011 era frequente tra i serbi il paragone tra l’intervento Nato in Libia del 2011 e quello da loro subìto nel 1999. Nell’alleanza atlantica, invece, solo la Grecia rifiutò di partecipare, mentre l’Italia, che oggi figura nella lista di paesi ostili alla Russia, ebbe un ruolo di primo piano, vista la sua posizione strategica rispetto ai Balcani.

Ankara e l’imperialismo post-imperiale

Il 10 marzo, il ministro degli esteri ucraino Dmytro Kuleba, dopo l’incontro con il suo omologo russo Sergej Lavrov, ad Antalya, ha dichiarato che non c’era stato alcun progresso per un cessate il fuoco, sebbene entrambe le parti abbiano espresso l’intenzione di continuare a negoziare. Nondimeno, la Turchia ha ospitato il primo incontro ufficiale ad alto livello tra Mosca e Kiev dall’inizio della guerra in Ucraina, prendendo parte all’incontro trilaterale per mezzo del suo ministro degli esteri Mevlut Çavuşoğlu. Frattanto, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan pranzava ad Ankara con il suo omologo azero Ilham Aliyev, per discutere con lui della guerra in Ucraina e di come giungere al cessate il fuoco. Erdoğan, dunque, tesse la sua rete di relazioni, non solo con l’Azerbaijan (che considera tutt’uno con la Turchia, secondo lo slogan un popolo, due Stati), ma anche con Israele: il 9 marzo, ad Ankara, ha inaugurato con il presidente israeliano Isaac Herzog una nuova fase nelle relazioni bilaterali, dopo anni di gelo diplomatico. Lo stesso giorno, ha tenuto una conversazione telefonica con la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, sulle relazioni turco-europee e sulla guerra in Ucraina. Inoltre, l’11 marzo, Antalya ospita il Forum diplomatico, cui prendono parte il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, il segretario generale del Consiglio d’Europa Marija Buric, l’osservatore per la Turchia al parlamento europeo Nacho Sanchez Amor, il capo della diplomazia europea Josep Borrell, l’alto rappresentante dell’Alleanza delle civiltà delle Nazioni unite (Unaoc) Miguel Agnes Moratinos e l’alto rappresentante Onu per la Somalia James Swan. Assisteranno, inoltre, il presidente del Kosovo Vjosa Osmani, i tre membri della Presidenza della Bosnia Erzegovina, e i ministri degli Esteri svedese, finlandese, slovacco, azero, armeno, palestinese e dell’amministrazione transitoria dei talebani. Una sconfitta, parziale, giunge invece da Tripoli: il primo ministro uscente Abdulhamid Dbeibah, che aveva prontamente condannato l’attacco russo all’Ucraina, ha rifiutato l’offerta di mediazione turca, dichiarandosi disposto all’uso delle armi contro il suo rivale, il nuovo primo ministro Fathi Bashagha, che invece ha accettato la proposta di Ankara.

Pechino e la compatibilità universale

La Turchia, dunque, negli ultimi anni ha maturato una solida personalità geopolitica, imperniata su due dottrine cardine: quella della profondità strategica, elaborata dall’ex ministro degli Esteri (ed ex alleato di Erdoğan) Ahmet Davutoğlu nel 2001, e quella della patria blu, concepita dall’ammiraglio, ora in pensione, Cem Gürdeniz nel 2006. Entrambe, sia pure ideate oltre un decennio dopo la fine della guerra fredda, quando l’assetto geopolitico mondiale unipolare a guida Usa mostrava i primi cedimenti, avevano tuttavia il medesimo assunto di fondo dei due precedenti assetti globali. Diverso è il discorso della Cina. Il 1 marzo, il quotidiano sino-hongkonghese South China Morning Post ha pubblicato un articolo dal titolo Perché la Russia sceglie la guerra e la Cina preferisce la pace, di Alex Lo, secondo cui dietro l’apparente monoliticità dell’Impero del centro si cela un acceso dibattito, che da alcuni anni oppone i fautori della contrapposizione amico/nemico di Carl Schmitt, a chi si ispira all’antico concetto cinese di tianxia, “tutto ciò che esiste sotto il cielo”. Richiamandosi a quest’ultimo, spiega Lo, il presidente cinese Xi Jinping, a differenza del suo omologo russo, preferisce la coesistenza e la tolleranza universali, insistendo sulla necessità di costruire una comunità umana per un futuro condiviso. Anche se Pechino ha sottolineato la solidità delle relazioni con Mosca, emergono infatti differenze fondamentali tra le visioni strategiche dei due paesi. La Cina considera la Nato responsabile del conflitto in Ucraina, ma la stampa cinese ritiene desueto il modello russo di relazioni internazionali, fondato, al pari di quello statunitense, su vecchie logiche da guerra fredda. Dunque, Pechino, che considera le sanzioni illegali, inefficaci e dannose per tutti, non per questo prende posizione per la Russia: ad esempio, il 10 marzo, secondo l’agenzia stampa russa Interfax, la Cina ha rifiutato di vendere forniture all’aviazione anche civile russa, colpita dalle sanzioni, ventilando l’ipotesi che Mosca si rivolga ad altri paesi, come l’India o la Turchia.

Multilateralismo o barbarie

La diplomazia cinese, dunque, si ispira al concetto di tianxia sin dalla presidenza del predecessore di Xi Jinping, Hu Jintao, che faceva spesso riferimento alla necessità di costruire un mondo armonico. Ma Xi è andato oltre quell’idea, facendo di tianxia l’idea di fondo delle nuove vie della seta, chiamate, appunto, Una cinta, una via. Un progetto economico-finanziario, quindi, dalle profonde implicazioni geostrategiche, poiché Pechino si è sempre detta fermamente contraria a qualsiasi forma di ingerenza politica nelle questioni interne dei paesi che aderiranno al progetto. Non occorre, infatti, costruire alleanze fondate su presunti blocchi ideologici (come il binomio statunitense democrazie/regimi autoritari), perché nella visione geopolitica cimese non esiste un nemico cui contrapporsi, ma una pluralità di soggetti autonomi, che interagiscono solo negli ambiti di interesse comune, dando vita a una compatibilità universale. Una linea esemplificata dai sistemi di alleanze creati da Pechino in Asia centrale, che includono paesi tradizionalmente in conflitto tra loro, come Armenia e Azerbaijan. La dottrina del tianxia, peraltro, è stata riportata in auge negli anni Duemila dal filosofo cinese Zhao Tingyang, che fa riferimento al confucianesimo e alla politica dell’antica dinastia Zhou (1046-256 a.C.): il soggetto politico non è più l’individuo o una singola collettività organizzata (oggi diremmo uno Stato), ma il mondo nella sua totalità. I conflitti si appianano dunque attraverso la razionalità relazionale, che conduce a intravedere gli interessi comuni che possano costituire un fertile terreno per un dialogo costruttivo. La Cina, dunque, umiliata dalle grandi potenze europee nella seconda metà del XIX secolo, dopo essersi a fatica ricavata uno spazio nell’era del neoliberismo trionfante, pensa ora a come neutralizzare la trappola di Tucidide. Il non allinearsi, in fondo, non basta più: per evitare conflitti maggiori occorre accettare l’idea di un assetto geopolitico mondiale pluralista.